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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Stato-mafia, Brusca e La Barbera sentiti in appello sull'attentato a Mannino

Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia, Brusca e La Barbera sentiti in appello sull'attentato a Mannino

di Aaron Pettinari
Acquisito il verbale sull'orologio di Berlusconi che sarà sentito il 3 ottobre

Con la deposizione dei collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera è ripreso, questa mattina, il processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia che si svolge davanti alla Corte d'assise d'Appello di Palermo. Un'audizione, quella dei due pentiti, circoscritta in particolare sulla vicenda del progetto di attentato nei confronti dell'ex ministro Dc, Calogero Mannino a causa di un ricordo non perfettamente coincidente.
Il primo ad essere ascoltato in video collegamento è stato Brusca che ha ricordato come, immediatamente dopo l'esito del maxi processo, vi era un progetto da parte di Cosa nostra per "togliere di mezzo giudici come Falcone e Borsellino, ma anche politici come Martelli, Vizzini e Mannino in quanto dopo la sentenza definitiva serviva un futuro aggancio politico, e politici come Calogero Mannino dovevano essere tolti di mezzo perché, in parte, non avevano mantenuto gli impegni. Anche se di questo se ne occupava Totò Riina. Poi Mannino andava ucciso perché una volta non si mise a disposizione per un aggiustamento di un processo, quello per l'omicidio del capitano Basile, sia in primo grado che in secondo. Riina era particolarmente interessato all'aggiustamento del processo ma anche le famiglie di Ciaculli e Resuttana. Si tentarono varie vie. Si cercò di sistemare le perizie, avvicinare i giudici popolari, il Presidente della Corte".
E poi ancora ha riferito che un contatto era stato avviato tramite il notaio Ferraro: "So che Mannino aveva una conoscenza con il notaio Ferraro ma non so quanto fosse profonda. Riguardo la mia conoscenza su Mannino ed interventi che lui può aver fatto con questo o quel soggetto non mi risultano in maniera diretta ma tramite terze persone. Queste cose le ho apprese da mio fratello, ma anche da Riina".
Sul punto al processo d'appello Mannino era stato indubbiamente più preciso ("Mannino era stato cercato da parte di Riina per alcune richieste, per aiutarlo ad aggiustare qualche processo o qualche altro favore. Tra gli anni '80 e '90 aveva cercato un contatto con lui tramite un tale notaio Ferraro, di Castelvetrano. L'interesse in particolare riguardava il processo Basile, con imputati Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno").
Parlando poi dell'omicidio del capitano Emanuele Basile, ucciso da cosa nostra a Monreale il 4 maggio 1980 durante la festa del paese, Giovanni Brusca ha spiegato: "Ho partecipato alla preparazione del delitto - dice - ho preparato le armi, ho messo in contatto i soggetti. Ma dopo avere stabilito il da farsi mi hanno cacciato via perché potevo essere uno di quelli indiziati".
Rispetto al progetto di attentato nei confronti di Mannino Brusca ha confermato che l'ordine gli fu trasmesso da Salvatore Biondino ("il che significa Riina"). "Dopo l'attentato a Falcone non ho avuto altro incarico se non la preparazione del progetto di attentato a Mannino. Per questo diedi incarico ad Antonino Gioé di studiare i suoi movimenti, a casa e allo studio. Io non mi sono mosso, c'ha pensato lui, al 99 per cento con Gioacchino La Barbera. Gioè era la mia spalla, il mio braccio destro. Lui e La Barbera erano pure sempre insieme, in simbiosi. Poi però Riina stoppò tutto. Ma non riuscì mai a parlarne direttamente con lui". Secondo l'ex boss di San Giuseppe Jato quell'attentato sarebbe dovuto avvenire tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio.

brusca giovanni falcone borsellino 610

Giovanni Brusca


L'altro collaboratore di giustizia, Gioacchino La Barbera, ha dichiarato che quel progetto di attentato sarebbe stato programmato più avanti, tra settembre ed ottobre. Rispondendo alle domande del pg Giuseppe Fici (presente in aula assieme a Sergio Barbiera) ha ribadito: "Dopo la strage di via D'Amelio eravamo in stand by. Fino ad agosto/settembre siamo stati fermi in attesa di capire se dovevamo andare avanti con l'attentato al dottor Grasso (l'ex Presidente del Senato Pietro Grasso, ndr). Poi, da ottobre in poi, ci siamo messi in movimento per l'attentato al dottor Grasso e in quella occasione, non ricordo bene se Bagarella mi diede ambasciata per Biondino o Biondino mi disse di dire a Bagarella che si poteva 'portare il vino' nella sua segreteria". Rispondendo alle domande del Presidente della Corte, Angelo Pellino, il teste ha poi spiegato il rapporto che c'era tra lui e Gioé: "Lo seguivo sempre, stavo con Gioè giorno e notte, lui era libero quanto lo ero io, incensurati. Sempre a fare ambasciate anche insieme". Pur confermando di non aver mai ricevuto alcun incarico ufficiale per eliminare Mannino La Barbera non ha escluso che questo poteva essere stato dato a Gioé: "Io ero un soldato semplice, non sapevo tante cose, che ho capito dopo. Così come Gioè, che era però molto vicino a Bagarella, con cui si conosceva da vent'anni, e a Brusca. Se riceveva qualche incarico, non poteva parlarne con me". E' alla luce di questo elemento, probabilmente, che la Corte ha deciso di non sottoporre a confronto i due collaboratori di giustizia.
Entrambi, del resto, avevano anche ricordato il periodo di latitanza di Bagarella a Mazara del Vallo e, successivamente, a Santa Flavia. "A settembre, ci fu anche l'omicidio di Ignazio Salvo. Bagarella si spostò a Santa Flavia nella villa di Tano Sangiorgi - ha detto La Barbera di fatto confermando quanto aveva detto poco prima anche Brusca - ricordo che era fine estate, dopo l'omicidio si è spostato. Faceva sempre così, non restava nel luogo dove era stato commesso l'omicidio". Durante l'esame di Brusca, l'accusa aveva anche provato ad allargare il capitolato di prova per approfondire le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sulla cosiddetta "vicenda Bellini" e il rinvenimento di un proiettile nel giardino di Boboli ben prima delle stragi in Continente del 1993. Ugualmente il Pg avrebbe voluto chiedere approfondimenti su quanto messo a verbale sul presunto incontro tra il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Silvio Berlusconi laddove quest'ultimo aveva al polso un orologio da 500milioni. Un elemento appreso nell'incontro avuto con Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori e Nicola Di Trapani. Su quest'ultimo tema, su accordo delle parti, è stato semplicemente acquisito il verbale di interrogatorio reso davanti ai magistrati della procura di Palermo, nonostante gli omissis, mentre per le altre due questioni il Presidente ha rigettato la richiesta dell'accusa ("La Corte non nasconde che sarebbe stato meritevole un approfondimento sulla vicenda Bellini riguardo le interlocuzioni ed i possibili coinvolgimenti di apparati deviati ed il cambio della strategia stragista per le cosiddette stragi in Continente. Per altro verso i contrasti sulle fonti di prova dichiarative su questa vicenda ed i termini generici con cui è stato prospettato l'accertamento probatorio in questa fase non è compatibile con il giudizio d'appello").
Il processo è stato poi rinviato al prossimo 19 settembre per sentire il collaboratore di giustizia Francesco Squillace. Contestualmente la Corte ha anche stabilito che le deposizioni di Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro del 3 ottobre e quelle di Giancarlo Caselli e Luciano Violante, del 24 ottobre, si terranno nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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