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Giorgio Bongiovanni

''Question time'' per Alfonso Bonafede

Le scelte giuste e sbagliatissime del ministro della Giustizia
di Giorgio Bongiovanni

Se fossimo Senatori o deputati della Repubblica avremmo fatto richiesta di un “question time” per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Non lo siamo e allora, da cronisti veterani di cronaca e fatti giudiziari, sottoponiamo a lui, e ai nostri lettori, la nostra analisi.
La notizia del giorno è la richiesta avanzata da parte del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al Csm per il collocamento fuori ruolo del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Reggio Calabria, Bernardo Petralia, e la sua destinazione a Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dopo la formalizzazione delle dimissioni di Francesco Basentini.
Lo dico subito, prima di ritrovarmi appeso ad un palo come San Sebastiano ed essere trafitto da tante "frecce intellettuali" per quel che esporrò con questo editoriale: Dino Petralia è un magistrato onesto ed è una brava persona; il Ministro della giustizia Bonafede è onesto ed è una brava persona.
Come è legittimo, però, ho un mio pensiero che esporrò con alcune osservazioni su come si può essere arrivato ad una scelta che, a mio parere, non è particolarmente condivisibile in questo momento così delicato per la lotta alla mafia ed un ruolo così delicato come quello di vertice delle carceri italiane. Un ragionamento nel merito delle competenze necessarie che dimostrano l'ennesimo errore compiuto da Bonafede.
Eppure nei giorni scorsi avevamo accolto in maniera assolutamente positiva la scelta come vice-capo del Dap di Roberto Tartaglia. Un magistrato che, nonostante la giovane età, negli ultimi anni è stato direttamente impegnato non solo in indagini sulla mafia, ma ha anche gestito direttamente sia i collaboratori di giustizia che i boss detenuti al 41 bis (Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano; Antonio, Giuseppe, Salvatore Madonia e Salvatore Lo Piccolo, per citarne alcuni). Inoltre, assieme ai magistrati Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene è stato protagonista di un processo storico come quello sulla trattativa Stato-Mafia, che ha portato alla sbarra boss mafiosi e pezzi delle istituzioni con pesanti ed importantissime condanne in primo grado. Nonostante la giovane età, dunque, ha dimostrato di avere una specifica competenza e conoscenza, con decine e decine di interrogatori, dei boss.
Ci aspettavamo che anche la scelta del capo, ovvero di colui che dovrà dettare la linea e la strategia in materia di recupero sociale dei detenuti, di gestione delle carceri ed in particolare nella gestione dei boss stragisti, per evitare che possano continuare a comandare anche dal carcere, si proseguisse con una nomina forte ed autorevole.
Sul tavolo del Ministro vi erano nomi di magistrati in attività che avrebbero potuto benissimo svolgere il compito, facendoci certamente stare tranquilli sui criteri di valutazione di scarcerazione dei detenuti, azzerando le possibilità di escamotage e sotterfugi per uscire dal carcere, e nella gestione dei famigerati boss stragisti e sanguinari.
Pensiamo ai Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo, Nino Di Matteo, Catello Maresca e Roberto Scarpinato o a figure come Sebastiano Ardita (già direttore dell'ufficio detenuti) ed Alfonso Sabella, che già in passato hanno rivestito ruoli di rilievo all'interno del Dap come direttore dell'ufficio dell'Ispettorato.
Non possiamo sapere se gli stessi avrebbero accettato la nomina, perché avrebbero anche potuto rifiutarsi, ma si è preferito andare verso un altro tipo di magistrato.
Petralia, nel corso della sua carriera, ha avuto esperienze a Trapani, a Marsala e Sciacca. E' stato consigliere del Csm ed in particolare negli ultimi anni come Procuratore aggiunto a Palermo dove ha compiuto un ottimo lavoro come coordinatore del pool sui reati contro la pubblica amministrazione. Una competenza specifica in una materia che ha meno a che vedere con le vicende delle carceri o nel confronto diretto con boss stragisti, capimafia o interrogatori di collaboratori di giustizia.
Tutte esperienze fondamentali, in un mondo come quello delle carceri, per carpire il "non detto" ed il pensiero del Gotha mafioso (Cosa nostra, Camorra e 'Ndrangheta) e magari giungere anche a nuovi risvolti giudiziari.
E' per questo motivo che la scelta di Dino Petralia diviene un errore grave soprattutto in questo preciso momento storico, dove all'interno delle carceri è evidente che si stia giocando una partita "politica".
E forse per motivi "politici" si è evitato di scegliere nomi più "invisi e scomodi".
Ancora una volta il ministro della Giustizia, dunque, è inciampato, mancando clamorosamente l'opportunità di andare oltre le valutazioni d'equilibrio politico.
Proprio lui che è rappresentante di governo di quel "Movimento 5 Stelle" che si è sempre autonominato "del cambiamento".
Cosa ha di diverso, in materia di lotta alla mafia, il ministro Bonafede rispetto ai propri predecessori? Poco o nulla se si osservano determinati fatti.
Basta riavvolgere il nastro della storia al 2018, alla nascita del Primo governo Conte a marca Cinque Stelle-Lega.
Tra maggio e giugno di quell'anno il Movimento 5 Stelle e non solo indicavano come vertice del Dap, il magistrato Nino Di Matteo. Alla fine, però, Bonafede preferì Francesco Basentini, dimessosi nei giorni scorsi dal Dap e tornato a Potenza dopo gli scandali degli scontri nelle carceri e delle scarcerazioni.
Nel giugno 2018 apprendemmo dell'esistenza di una relazione, finita sul tavolo del Ministro, da parte degli agenti del Gruppo Operativo Mobile (GOM), reparto mobile del Corpo di Polizia Penitenziaria, riguardo alcune dichiarazioni di detenuti ergastolani mafiosi, detenuti al regime 41 bis, che tra loro commentavano proprio le indiscrezioni sulle nomine ai ministeri del nascente governo leghista-pentastellato. Quei mafiosi, rispetto alla possibile nomina di Di Matteo al Dap, dicevano apertamente: Se viene questo Nino Di Matteo siamo consumati, per noi è finita".
Nel carcere de L’Aquila Cesare Carmelo Lupo, ex reggente della cosca Brancaccio per conto dei fratelli stragisti Giuseppe e Filippo Graviano, diceva: “Appuntato, avete visto che come capo dipartimento (direttore del Dap, ndr) mettono a Di Matteo? Che vogliono fare? Stringerci ancora di più? Noi siamo già stretti, più di questo non possono fare”. Allo stesso tempo altri si proponevano di fare qualcosa per manifestare la propria contrarietà, con proteste o scioperi.
Proteste e scioperi all'interno delle carceri che si sono sviluppate dai primi di marzo contro i provvedimenti del governo per ridurre i rischi di contagio di Coronavirus nelle carceri. Si arrivò al decreto "Cura Italia" che, nonostante si escludessero i boss mafiosi tra i detenuti che potevano uscire, venne valutato in maniera forte da magistrati come Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, che arrivarono a definirlo come un "indulto mascherato" e un "pericoloso segnale di distensione".
Allarmi che si sono ripetuti anche quando ad uscire, seppur non a causa del "Cura Italia", sono stati anche i boss detenuti tra alta sicurezza e 41 bis.
Dichiarazioni più che legittime in un tempo che rievoca gli anni della trattativa Stato-mafia, quando la mafia spingeva a colpi di bombe per un allentamento del carcere duro e l'abolizione dell'ergastolo. Ventotto anni dopo vi sono ombre che tornano prepotentemente e molte domande continuano ad essere inevase.
Non ritiene il ministro Bonafede che sia arrivato il momento di rispondere perché, al tempo, preferì Basentini, la cui gestione del Dap si è poi dimostrata fallimentare, a Di Matteo? Perché nel 2018 arrivò a quella clamorosa inversione di rotta, praticamente immediatamente dopo le proteste dei mafiosi? Solo una coincidenza?
Nei giorni scorsi abbiamo letto, in un'intervista a Il Fatto Quotidiano, che il Guardasigilli non si ritiene responsabile delle scarcerazioni. Ma le dimissioni di un uomo che fu scelto direttamente dalla sua persona non la rendono in qualche maniera ugualmente responsabile?
Probabilmente queste risposte non arriveranno mai, ma se si è membro autorevole, oltre che ministro, di quel "Movimento 5 stelle" che professa "cambiamento" e "trasparenza", allora deve dirci la verità, senza trincerarsi, in nefasti silenzi.

Foto © Imagoeconomica

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