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Editoriali

''Sul sangue dei giusti'' - Anno XIX - 2019 N75

Ventisette anni sono passati da quel 1992 di sangue e bombe che hanno devastato l’autostrada di Capaci e la città di Palermo, in via d’Amelio. Come ogni anno ci troviamo a vivere i giorni del ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. È uno spazio definito quello che separa le due stragi (57 i giorni trascorsi tra il 23 maggio ed il 19 luglio) ma con un tempo reso eterno dai misteri, dagli interrogativi e dalle inquietanti verità taciute e nascoste in questi ventisette anni.
Vicende che vanno ricordate se non si vuole assistere all’ennesimo trionfo dell’ipocrisia, della sterile retorica e dei molti che fingono di commemorare i morti dopo averli mortificati da vivi. Da quando è uscito il primo numero di ANTIMAFIADuemila abbiamo sempre cercato di trovare una risposta a queste domande cercando di dare il nostro piccolo contributo nella ricerca della verità sui mandanti esterni delle stragi del 1992-1993 perché, ne siamo fermamente convinti, è in quel biennio che il potere ha costruito la sua nuova immagine.
Dopo la pubblicazione, lo scorso anno, del libro “Avanti Mafia!”, raccolta degli articoli del giornalista e scrittore Saverio Lodato, torniamo con un nuovo numero speciale.
Dal 1992 ad oggi, grazie ad uno sforzo importante ed impegnativo di molti magistrati ed investigatori, sono stati raggiunti dei risultati importanti, non affatto scontati e che sarebbe profondamente ingiusto sottovalutare.
Ancora una volta con l’edizione cartacea del giornale vogliamo fare il punto, fermarci a riflettere non solo su ciò che è stato ma anche sui possibili sviluppi per compiere quell’ulteriore passo per giungere alla verità completa su quei delitti che hanno devastato la nostra Democrazia.
In questo senso il processo sulla trattativa Stato-mafia è stato un vero spartiacque. Lo abbiamo definito come il nostro processo di Norimberga e nelle volumetriche motivazioni della sentenza scritte dai giudici Alfredo Montalto e Stefania Brambille vi è una chiave importante per comprendere almeno una parte di quei segreti che molti non vogliono far emergere. Per orientarci nella sentenza abbiamo realizzato un piccolo “vademecum” di quel processo, durato oltre cinque anni, che da pochi mesi è iniziato di fronte alla Corte d’Assise d’Appello presieduta da Angelo Pellino (giudice a latere Vittorio Anania). Un elenco di fatti che, a prescindere da qualsiasi conclusione processuale, sono stati portati alla luce dall’eccezionale lavoro dei magistrati che hanno condotto l’accusa contro tutto e contro tutti.
Un approfondimento alla ricerca della verità che passa anche per l’inedita pubblicazione degli atti delle presentazioni del libro “Il Patto Sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista” (ed. Chiarelettere), scritto dal sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo assieme a Saverio Lodato, che si sono tenute lo scorso anno a Palermo e Catania. Un libro a nostro avviso fondamentale per poter capire cosa sia successo realmente nel terribile biennio ’92-’94 nel quale si consumarono alcune delle stragi più efferate del nostro Paese.
Non ci sono solo le voci dei due autori ma anche “ospiti d’eccezione” come il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il sostituto procuratore generale di Messina Felice Lima, l’avvocato Armando Sorrentino, il Presidente emerito dell’Anpi Carlo Smuraglia e l’avvocato Enzo Guarnera che hanno saputo offrire diversi spunti di riflessione.
La nostra ricognizione della storia è passata attraverso l’intervista all’ex magistrato Carlo Palermo, che scampò miracolosamente alla strage di Pizzolungo, il 2 aprile 1985, in cui tragicamente persero la vita Barbara Rizzo e i suoi due gemelli di 6 anni, amduemila n75 pdfGiuseppe e Salvatore Asta, ed è proseguita approfondendo quel che accadde con gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Così abbiamo ripercorso inchieste e processi, attraversando anche insabbiamenti e depistaggi che si sono consumati nel corso degli anni.
Lo abbiamo fatto anche grazie al contributo eccezionale di un magistrato come Luca Tescaroli, oggi procuratore aggiunto a Firenze ed in passato pm d’accusa al processo per la strage di Capaci ma che si è occupato anche di inchieste delicate come, per citarne alcune, quella sul fallito attentato all’Addaura e su “Alfa e Beta” (Berlusconi e Dell’Utri, ndr) come mandanti delle stragi del 1992.
Così abbiamo raccolto tanti indizi e fatti che, messi in fila, permettono di comprendere il reale motivo per cui quelle stragi possono considerarsi a tutti gli effetti come stragi di Stato.
Proprio nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Palermo, depositata ormai un anno fa, si scrive nero su bianco che proprio la trattativa Stato-mafia fu il motivo che portò all’accelerazione della strage di via d’Amelio. Questo non significa che dietro la morte del giudice non vi fossero molteplici interessi ma si cristallizza un fatto scatenante che riporta a quelle dichiarazioni che diversi collaboratori di giustizia, a loro volta, hanno fatto in questi anni e che ci fanno allargare l’orizzonte.
Totò Cancemi, ex boss di Porta Nuova nonché fedelissimo di Riina, oggi deceduto, mi disse in un’intervista, come aveva ripetuto nei processi, che “Riina è stato preso per la manina per fare le stragi”.
Anche i collaboratori Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza hanno riferito dei contatti di Cosa nostra avuti con Dell’Utri. Parlando di “mandanti esterni” sempre Spatuzza ha riferito della presenza di un soggetto “non appartenente a Cosa nostra” all’interno dei locali di Villasevaglios nel giorno in cui la Fiat 126, da lui stesso rubata, veniva imbottita di esplosivo.
Tra gli spunti investigativi emersi durante il processo Stato-mafia vi sono le intercettazioni tra Riina e il boss pugliese Alberto Lorusso in cui il capomafia corleonese, anche se in maniera enigmatica, parlava di “trattativa” e raccontava di aver detto ai suoi sodali che se fosse circolata all’interno di Cosa Nostra la piena verità sulla strage di Capaci sarebbe stata la fine dell’organizzazione mafiosa.
Chi si doveva coprire? Forse gli stessi che hanno “suggerito” di uccidere Falcone con quelle clamorose modalità lungo l’autostrada, rinunciando al progetto di omicidio a Roma?
Gli interrogativi che si susseguono alla luce delle prove raccolte in questi anni sono molteplici.
Qual è la vera origine e il vero significato del foglietto repertato dalla scientifica sul cratere di Capaci poche ore dopo la strage, contenente annotazioni di numeri telefonici riconducibili al Sisde di Roma e al capocentro del Sisde di Palermo?
Chi ha manomesso i supporti informatici di Falcone presso il suo ufficio del Ministero di Grazia e Giustizia? Sono solo alcune delle domande che sorgono.
Nelle sentenze sull’attentato del 23 maggio si parla di “ambienti esterni a Cosa nostra” che “si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti ed incoraggiandone le azioni”.
Sono quelle “tastate di polso”, raccontate dal collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, di Cosa nostra verso ambienti imprenditoriali e massonici.
Anche per Borsellino vi fu una clamorosa sottrazione di “documenti chiave” come l’agenda rossa in cui, probabilmente, erano riportati i suoi appunti sulle indagini che stava conducendo e magari anche le sue intuizioni sulla strage di Capaci (aveva dichiarato pubblicamente di essere un testimone che aveva raccolto i pensieri del giudice ed amico Falcone) e su quel “dialogo” tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, di cui aveva accennato a sua moglie Agnese prima di essere assassinato.
Anche in questo caso è un fatto incontestabile che non furono uomini di Cosa nostra a sottrarre l’agenda dalla borsa del giudice.
Il numero si completa dando voce a quelle giovani generazioni, qui rappresentate dai ragazzi del movimento internazionale culturale “Our Voice” e da alcuni studenti che hanno partecipato ad un concorso giornalistico. Giovani generazioni nelle quali Paolo Borsellino riponeva la propria speranza, tanto che pensando a loro riusciva a definirsi “ottimista” nel futuro, anche in quella sua ultima lettera scritta alle 5 del mattino del 19 luglio, dodici ore prima che l’esplosione di un’auto carica di tritolo facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.
Oggi, grazie ai processi di Firenze, alle inchieste sul fallito attentato all’Addaura, sui Sistemi Criminali (che poi è in parte confluita nel processo Trattativa Stato-mafia), sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, su Pizzolungo, sulla morte del giudice Scopelliti, sul ruolo della ‘Ndrangheta nelle stragi e sui rapporti tra le mafie, la politica, l’imprenditoria, la massoneria, sono sempre più evidenti quegli “ibridi connubi” fra criminalità organizzata, centri di poteri extraistituzionali e settori deviati dello Stato, di cui Giovanni Falcone parlava già nell’aprile 1986.
Dopo tanti “silenzi” ed “omertà” per questo Paese sarebbe il momento di far piena luce su certi fatti, aprendo gli archivi di Stato e svelando ogni segreto, senza dover aspettare un “pentito istituzionale” che rompa il silenzio e spieghi come e perché ci si è piegati alla trattativa con la mafia. Guardando in questa direzione, le sentenze recenti non sono il punto di arrivo ma un punto di partenza per rilanciare la ricerca delle sempre più evidenti responsabilità di ambienti e uomini estranei alle mafie.
Lo vogliamo ribadire con forza dedicando questo numero a quei “Giusti” che hanno versato il loro sangue sull’altare di una Patria che nella migliore delle ipotesi non li ha saputi difendere. Nella peggiore, non li ha voluti proteggere.
Giorgio Bongiovanni

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