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Omicidio Agostino, al via l'udienza preliminare

Papà Vincenzo: "C'è ancora speranza per la giustizia"
di Aaron Pettinari - Video e Foto

Una mano alzata in segno di vittoria. Nell'altra le immagini con i volti di Nino, Ida e sua moglie Augusta. E' così che Vincenzo Agostino è uscito dall'aula bunker dell'Ucciardone dove questa mattina si è tenuta l'Udienza preliminare per l'omicidio dell'agente di polizia Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989.
Un processo atteso da 31 anni con la Procura generale di Palermo, diretta da Roberto Scarpinato e rappresentata in aula dai sostituti Umberto De Giglio e Nico Gozzo, quest'ultimo da qualche tempo alla Direzione nazionale antimafia, ma applicato per il processo, che ha chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di duplice omicidio, i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto; mentre Francesco Paolo Rizzuto, amico del poliziotto assassinato, e' contestato il favoreggiamento aggravato.
Il delitto, secondo l'accusa, sarebbe maturato in un "torbido terreno di rapporti opachi tra componenti elitarie di Cosa nostra e alcuni esponenti infedeli delle istituzioni". Ed è su questi aspetti che si cerca di far luce.



Nell'udienza odierna si sono costituite le parti civili. Tra gli altri, il Comune di Palermo, Libera, il Centro Pio La Torre, l'associazione "Cento per cento in movimento", l'associazione "La verità vive" e svariati familiari delle vittime e il giudice Alfredo Montalto ha rinviato al 18 settembre l'udienza per permettere alle difese di esprimersi.
Sul delitto, ha ricordato Papà Vincenzo Agostino, accompagnato da figlie e nipoti, vi è stata una "coltre di silenzi" durata 31 anni e "causata dai tanti e tanti depistaggi". "Dopo 31 anni, oggi ho riprovato una grande emozione insieme ai miei figli, ai miei nipoti e a tutti voi - ha raccontato Agostino - Ora la prossima udienza è fissata per il 18 settembre. Vi ringrazio tutti e mi auguro che lo Stato questa volta faccia giustizia e verità, quella giustizia e quella verità che aspettiamo da 31 anni. Ho ancora speranza perché ho sempre detto che lo Stato siamo noi e noi dobbiamo cercare la verità e la giustizia per vincere quei malfattori, quei venduti che sono nello Stato".
"Finalmente ci sono stati dei magistrati che non hanno avuto paura e che non hanno lacci e lacciuoli - ha ribadito Vincenzo che per 31 anni non ha tagliato la sua barba bianca in attesa della verità - E' molto strano sapere che fra gli indagati c'è quello che era un amico di mio figlio. Ma il suo atteggiamento e quello del padre sono stati molto strani e sono ancora da spiegare".



All'esterno dell'aula bunker un gruppo di rappresentanti di Scorta Civica e Libera si è ritrovato per far sentire il proprio sostegno alla famiglia. Assieme a loro anche Antonio Vullo, l'agente sopravvissuto alla strage di via d'Amelio, e alcuni familiari vittime di mafia come Graziella Accetta, mamma del piccolo Claudio Domino, e Massimo Sole. Anche loro vogliono verità e giustizia chiedendo che si vada fino in fondo senza fare sconti a nessuno.

Cercando gli ibridi connubi
Il magistrato Nico Gozzo, in un post su Facebook, ha espresso quella che è la speranza di tanti italiani onesti: "Tanto tempo si è dovuto aspettare. Tempo di verità false, tempo di istituzioni purtroppo violate. Spero che riusciremo, un giorno, a farli riposare tutti in pace: Nino Agostino, sua moglie Ida, il piccolo mai nato, la signora Augusta. Spero che ci riusciremo tutti insieme, le parti di questo processo, ognuno facendo il proprio mestiere con rispetto dei ruoli. Finalmente, dopo 31 anni, si discuterà di quello che è successo".
E in questi anni di inchieste ciò che è emerso è davvero torbido.


Fabio Repici, legale di parte civile della famiglia Agostino, ha parlato senza mezzi termini di "ibridi connubi fra Cosa Nostra e alcuni settori degli apparati di polizia e dell'intelligence". Ed è in questo grumo che secondo l'avvocato rimase "incastrato" l'agente di polizia Nino. Repici si è detto ottimista sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Procura generale: "Nel 2016, vista la richiesta di archiviazione, ritenemmo che la cosa più appropriata fosse rivolgersi alla Procura generale e chiedere formalmente un'avocazione. Fu una valutazione corretta, perché la procura generale ha svolto un gran lavoro, come un gran lavoro ha svolto la polizia giudiziaria e il centro Dia di Palermo portando ulteriori elementi che, a mio parere, corroborano in maniera incontrovertibile le prove della responsabilità di Nino Madonia e Gaetano Scotto quali mandanti e esecutori materiali del delitto. Due soggetti - ha aggiunto - di rilievo apicale nella storia di Cosa Nostra e, in particolare, nel 1989 anno caratterizzato dal peggiore degli ibridi connubi fra alcuni esponenti di Cosa Nostra, come Madonia e Scotto, e alcuni settori degli apparati di polizia e dell'intelligence che evidentemente operavano per corroborare l'attività criminale di Cosa Nostra. Purtroppo l'agente Nino Agostino, proprio per il suo lavoro di poliziotto, rimase incastrato in una manovra posta in essere dai vertici di Cosa Nostra e da alcuni settori delle istituzioni di polizia di questo Paese".
Anche per questo motivo fa particolarmente rumore l'assenza delle istituzioni di Governo tra coloro che hanno chiesto di costituirsi parte civile. Non c'è infatti il ministero dell'Interno e nemmeno la presidenza del Consiglio. "Perché lo Stato non si è costituito? - si è chiesto Fabio Repici - Forse si sente in colpa? Forse l'hanno solo dimenticato e magari si costituiranno alla prossima udienza".



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