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Mario Francese: verità ufficiali e puzzle infiniti

francese mario puzzledi Lorenzo Baldo
“Ce lo dicevano i fatti, ce lo diceva la vita di Mario Francese, ce lo dicevano soprattutto i suoi scritti, che la chiave di lettura andava cercata nel suo impegno professionale, nella sua tenacia nel ricercare la verità e comunicarla attraverso le pagine di un Giornale all'epoca non coraggioso come il suo cronista; ce lo dicevano questi fatti, che la morte di Mario Francese era stata opera di quelli che, sul finire degli anni ‘70, erano i veri 'padroni' delle nostre città, della nostra terra, di questa città. Ma non avevamo prove per fare di tutto ciò un processo, non avevamo elementi per richiedere una affermazione di verità giudiziaria”. Le parole tratte dalla memoria conclusiva di Laura Vaccaro, pubblico ministero al processo per l'omicidio di Mario Francese, rimbalzavano forti dalla voce di Francesca Barra, autrice del libro “Il quarto comandamento - La vera storia di Mario Francese e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia”. Era il 3 settembre 2013, quel documento giudiziario racchiudeva l’essenza di una vita stroncata dal potere criminale. E proprio durante la requisitoria al processo per l'omicidio del valoroso cronista del Giornale di Sicilia il pm aveva parlato di un “contesto discutibile”. “Non tanto - aveva precisato - perché i mandanti e gli esecutori vadano cercati in quell'ambiente, ma quanto perché è proprio nell'ambito lavorativo di Mario Francese che matura il suo isolamento”. Isolamento che, proprio in quella occasione, era stato menzionato da Giulio Francese, attuale presidente dell’Ordine Giornalisti Sicilia, che aveva ricordato suo fratello Giuseppe, il quale, dopo essere riuscito a raggiungere la verità sull’omicidio del loro padre, aveva deciso di morire a 36 anni nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2002. Giuseppe Francese – aveva evidenziato Giulio – è stato un gigante, un gigante fragile che voleva rendere giustizia a suo padre”. Ed è proprio l'opera straordinaria di Giuseppe Francese quella che sopravvive alla sua tragedia. A lui va il merito di essere riuscito a rimettere assieme i pezzi mancanti del puzzle di quell’omicidio riuscendo ad ottenere la riapertura dell'inchiesta giudiziaria archiviata anni prima, sfociata poi in un vero e proprio processo. Il procedimento svolto con rito abbreviato si è concluso l'11 aprile del 2001 con la condanna a 30 anni di Totò Riina ed altri boss di Cosa Nostra della caratura di Leoluca Bagarella (esecutore materiale), Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco e Pippo Calò (nel processo bis, con rito ordinario, l’altro imputato Bernardo Provenzano è stato condannato all’ergastolo). Nella motivazione della sentenza i giudici hanno evidenziato che dagli articoli e dai dossier redatti da Mario Francese emergeva “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa Nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni”. “Una strategia eversiva che aveva fatto - si leggeva tra l'altro nel documento - un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa Nostra”. Di fatto l’impianto accusatorio ha retto fino alla Cassazione confermando i 30 anni di carcere per Totò Riina, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia e Michele Greco; sono stati invece assolti Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella “per non avere commesso il fatto”.
Prima di morire Felicia Impastato aveva raccontato alla sociologa e scrittrice Alessandra Dino, intervenuta anche lei alla presentazione del 3 settembre 2013, di aver capito che doveva vincere il timore che le impediva di parlare, grazie all'intervista che le aveva fatto Mario Francese dopo l'omicidio di suo figlio Peppino. La grande carica di umanità e professionalità del cronista del Giornale di Sicilia avevano fatto la loro parte. Durante il dibattito di cinque anni fa la stessa Dino aveva ricordato che l'omicidio di Mario Francese era maturato “all'interno del suo modo di concepire il mestiere”, evidenziando che negli atti processuali erano contenute le testimonianze dei pentiti come Gaspare Mutolo e Totuccio Contorno che raccontavano delle “connivenze”, così come delle “strane amicizie” dentro il Giornale di Sicilia. Testimonianze a dir poco pesanti, che si sono sovrapposte a quelle di alcuni giornalisti come Lino Rizzi o Francesco La Licata che hanno confermato il clima pesante all'interno del Giornale di Sicilia nel quale lo stesso Francese si trovava a dover scrivere. E sono proprio le parole dello stesso La Licata, teste al processo sulla trattativa a tornare di estrema attualità: Gabriele Chelazzi (magistrato fiorentino che per diversi anni si è occupato delle stragi del ‘93, deceduto nel 2003, ndr) mi parlò della frequenza abnorme del colonnello Mario Mori in Sicilia, e dei suoi contatti con i vertici del Giornale di Sicilia. Lui aveva dei sospetti in merito alla frequentazione di Mori con il direttore del Giornale di Sicilia (Giovanni Pepi, ndr). Io capivo che lui si aspettava da questo legame qualcosa di utile per le sue indagini. Chelazzi voleva ordinare una perquisizione al Giornale di Sicilia… Poi ci fu l'episodio di Riina che disse: 'se mai io darò un'intervista la darei al direttore del Giornale di Sicilia'”. Certo è che il capo di Cosa Nostra, dalla gabbia davanti alla Corte di assise di Roma, il 29 aprile 1993, si era decisamente lanciato in un encomio solenne nei confronti del direttore del Giornale di Sicilia: “Pepi è una persona seria che sa quello che scrive e quello che dice”.
Alcuni anni fa, a Firenze, a margine di una conferenza antimafia organizzata da un collettivo universitario, chiedemmo all’allora Procuratore nazionale Pier Luigi Vigna se questa perquisizione al Giornale di Sicilia effettivamente ci fosse stata. “Certo che c’è stata”, fu la sua lapidaria risposta.
“Ho riletto molte verità ufficiali – scriveva Giuseppe Francesema ai miei occhi, occhi da ingenuo o forse solo di un povero stupido, sono verità che non convincono. Questa è la terra dei misteri. A volta la verità mi sembra che sia come un immenso puzzle, ogni tanto incastoni un pezzo e cerchi l’altro per andare avanti. Ma il puzzle è infinito e, nonostante tutto  l’impegno possibile, non sarà mai completato”.

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