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Verità e giustizia per Attilio Manca

manca attilio 2di Antonio Ingroia
Che la morte di Attilio Manca fosse un caso tutt’altro che chiuso era evidente. Lo raccontavano i fatti, le prove, gli elementi colpevolmente trascurati dalla procura di Viterbo, che ha svolto le indagini con imbarazzante sciatteria, arrivando alla frettolosa e inverosimile conclusione che si sarebbe trattato di un banale suicidio per overdose.

Ora, però, a imporre una nuova svolta sono arrivate le dichiarazioni di Carmelo D’Amico, ex capo militare della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, oggi collaboratore di giustizia, secondo cui dietro l’intera vicenda, legata all’intervento alla prostata cui si sottopose a Marsiglia Bernardo Provenzano nel 2003, ci sarebbero i servizi segreti. Ma andiamo con ordine.

Per chi non conoscesse la storia, Attilio Manca era un giovane medico siciliano, originario di Barcellona Pozzo di Gotto. Uno dei più bravi e all’avanguardia urologi italiani, tra i primi ad utilizzare la tecnica chirurgica della laparoscopia per operare il cancro alla prostata. Lavorava all’ospedale Belcolle di Viterbo e a Viterbo, in casa sua, fu trovato morto il 12 febbraio del 2004. Non aveva ancora compiuto 35 anni. Per la procura viterbese non ci furono dubbi: morte per overdose. In altri termini, Manca, che non era tossicodipendente, si sarebbe iniettato in vena un mix letale di eroina, tranquillanti ed alcol. Per errore o per farla finita. Peccato, però, che le prove evidenziassero un’altra verità. Giusto per dirne una, lui era mancino puro, per cui semmai si fosse iniettato qualcosa in vena i buchi si sarebbero dovuti trovare sul braccio destro e non su quello sinistro, dove invece furono trovati. Ci sono poi le foto inequivocabili del corpo senza vita, sul letto, con il volto tumefatto e il setto nasale deviato propri di chi è stato aggredito e colpito ripetutamente. E, ancora, ci sono tanti altri elementi che fanno ritenere inverosimile l’ipotesi del suicidio o della morte accidentale.

Personalmente, conoscendo bene l’incartamento processuale – in quanto legale insieme all’avvocato Fabio Repici della famiglia Manca – sono sempre stato convinto che si sia trattato di omicidio. Un omicidio di Stato-mafia: Manca è stato ucciso dopo essere stato indotto, con l’inganno, a curare Bernardo Provenzano, in quanto testimone diventato troppo scomodo. Andava eliminato per coprire la latitanza di Provenzano e la sua cintura di protezione ad altissimi livelli, nell’ambito della trattativa tra Stato e mafia di cui il boss era il principale garante sul versante mafioso. Una tesi forte, avvalorata da diversi elementi, che invece è stata ignorata dalla procura di Viterbo. Un pezzo di magistratura non solo non ha fatto tutto quel che doveva per scoprire la verità, ma ha fatto tutto quel che poteva perché la verità non venisse fuori, fino al paradosso, senza precedenti, di incriminarmi per calunnia per quanto ho detto in udienza durante l’esercizio della mia funzione di avvocato di parte civile della famiglia Manca.

Ora, però, ci sono elementi nuovi ad imporre la riapertura delle indagini. Ci sono le dichiarazioni di Carmelo D’Amico, il terzo pentito a parlare del caso Manca dopo Stefano Lo Verso e Giuseppe Setola. Ascoltato dai pm di Messina, D’Amico ha raccontato due confidenze raccolte tra il 2004 e il 2006 secondo cui dietro la morte di Attilio Manca ci sarebbero l’avvocato barcellonese Saro Cattafi, condannato e ancora sotto processo per ‘contiguità mafiosa’, e pezzi di servizi segreti deviati: il primo avrebbe messo in contatto Provenzano e chi lo copriva con Manca, i secondi avrebbero individuato in Manca il medico adatto per operare il boss e poi lo avrebbero eliminato cercando di far passare la morte per suicidio. Si tratta di dichiarazioni che vanno ovviamente verificate e riscontrate ma che intanto descrivono uno scenario anche più grave e più inquietante di quanto avessimo immaginato. Confermano infatti la tesi dell’omicidio, ma vanno ben oltre, delineando non solo il coinvolgimento di pezzi dei servizi nella vicenda ma anche la loro diretta responsabilità nell’esecuzione materiale dell’omicidio.

Del resto era evidente che non si trattava di sola mafia: troppo raffinato ed articolato il depistaggio, suddiviso in una fase preventiva, con la messinscena del suicidio, e una fase successiva, nelle indagini, con la manipolazione e la falsificazione delle prove per allontanare qualsiasi collegamento tra Manca e Provenzano. L’obiettivo, chiaramente, era quello di tenere al sicuro sia il boss, figura chiave nella trattativa Stato-mafia, sia quella rete di protezione, fatta di mafiosi e di pezzi deviati dei servizi, che ne aveva sin lì garantito la latitanza e che avrebbe dovuto continuare a garantirla anche in seguito. Manca si è trovato in un gioco molto più grande di lui, per questo è stato ucciso. Ucciso e umiliato. Ma dopo dodici anni di silenzi, di depistaggi, di tentativi di insabbiamento, di manomissione di prove, di gravi omissioni investigative, le dichiarazioni di D’Amico impongono di riaprire il caso. E’ tempo di fare luce su una vicenda che troppo a lungo è rimasta al buio. Lo dobbiamo ad Attilio, lo dobbiamo alla sua famiglia, in nome della giustizia e della verità.

Tratto da: lultimaribattuta.it

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