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Opinioni

''Deficit democratico, la politica continua ad aiutare i corrotti''

scarpinato c sfdi Gianni Barbacetto
Il procuratore generale, Roberto Scarpinato, replica alle critiche dei ministri: “Il processo penale è una gara truccata a favore dei colpevoli”
I ministro della Giustizia Andrea Orlando ha giudicato “ingenerose” le parole di critica pronunciate dal presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli. Che cosa ne pensa Roberto Scarpinato, procuratore generale a Palermo? “Atteniamoci ai numeri. I detenuti con condanne definitive per reati dei colletti bianchi sono un numero statisticamente irrisorio. I detenuti in custodia cautelare per reati di corruzione erano 31 nell’ottobre 2013, sui 24.744 totali. Le statistiche documentano la costante diminuzione delle condanne definitive per questi reati. Dopo la riforma dei reati contro la Pubblica amministrazione del 1990, le condanne definitive per abuso d’ufficio sono scemate da 1.305 a 45. Dopo l’introduzione della legge ex Cirielli sulla prescrizione, si passa da oltre 1.700 condanne per reati contro la corruzione ad appena 263 del 2010, meno di un quinto. E ancora: la maggior parte dei reati puniti sino a 5 anni – tra i quali l’abuso di ufficio, il traffico di influenze illecite, la turbata libertà degli incanti, la frode nelle pubbliche forniture – sono pistole caricate a salve perché destinate alla prescrizione. Sempre le statistiche attestano che la corruzione in Italia è decuplicata rispetto agli anni di Tangentopoli. In sintesi: abbiamo una giustizia penale che pesta acqua nel mortaio con gran spreco di risorse e nessuna reale efficacia dissuasiva. Su un piatto della bilancia, la certezza di arricchirti a spese della collettività, sull’altro piatto il rischio, se ti scoprono, di subire un processo destinato a un nulla di fatto per prescrizione. Se sei proprio sfortunato, il peggio che può accaderti è che una volta la settimana vai a passare qualche oretta a fare assistenza agli anziani. Se poi non sei uno sprovveduto e non tieni il malloppo sui tuoi conti bancari, non rischi neppure la confisca, perché la prescrizione non consente la confisca per equivalente, cioè dei tuoi beni. Questa è la realtà. Sono solito ripetere che se avessimo dovuto combattere la mafia con gli stessi strumenti disponibili contro la criminalità dei colletti bianchi, oggi la mafia signoreggerebbe da Bolzano a Palermo.

Di chi è la colpa di questa situazione?
Non del destino cinico e baro. È frutto di una politica criminale fallimentare che in quest’ultimo quarto di secolo ha ruotato intorno a una triade micidiale: uno, minimizzazione delle pene edittali per i reati dei colletti bianchi; due, prescrizione breve; tre, processo lungo. Un vero triangolo della Bermude dove si smarrisce la responsabilità penale per una quota elevatissima di reati. Inutile ripetere l’elenco delle riforme indispensabili intorno alle quali o si gira intorno proponendo un placebo, o sono contraddistinte dalla sindrome della tela di Penelope.

Che cosa intende per rimedi placebo?
Mi riferisco al tema centrale della prescrizione. Oggi in Italia il processo penale è una gara truccata a favore degli autori dei reati. Il nostro codice prevede che la prescrizione non decorra da quando il reato è accertato, ma da quando è consumato. Dunque se il magistrato accerta oggi un abuso d’ufficio o una turbativa d’asta avvenuti 7 anni fa, ha appena 6 mesi di tempo per concludere le indagini e ottenere la condanna in ben tre gradi di giudizio, perché il reato si prescrive in sette anni e sei mesi. Se accerta una corruzione di vari miliardi di euro avvenuta 7 anni fa, deve detrarre questi 7 annidaltempoche gli resta per percorreretregradidi giudizio ottenendo una sentenza definitiva.

Quali soluzioni propone?
Ce ne sono molte, ma tutte impraticabili per insuperabili resistenze politiche. La più semplice consisterebbe nell’includere i reati contro la pubblica amministrazione nell’elenco previsto dall’articolo 157 del codice di procedura penale che prevede un raddoppio dei termini di prescrizione.Già ora il raddoppio scatta non solo per i reati di mafia, ma anche per maltrattamenti contro i familiari, incendio colposo, violenza sessuale eccetera. Qualcuno vuole spiegarci perché imaltrattamenti contro i familiari o l’incendio colposo sono più meritevoli di una prescrizione raddoppiata rispetto ai reati di corruzione e dei colletti bianchi?

Lei ha accennato alla sindrome della tela di Penelope. Che cosa vuol dire?
Mi riferisco al fatto che da un lato si sbandiera la volontà contrastare l’economia illegale tessendo la trama di nuove norme antiriciclaggio, dall’altra si sfila la stessa tela mediante la politica degli scudi fiscali, come è avvenuto in passato, o mediante l’elevazione a 3mila euro dell’utilizzo del contante, per favorire i consumi. Un gioielliere mio amico mi confidava che molti evasori fiscali, traffichini, personaggi in odore di corruzione disertavano il suo negozio perché si rifiutava di accettare pagamenti in contanti sopra la soglia consentita. Oggi – mi diceva sconsolato – come commerciante sono contento, come cittadino rispettoso della legalità mi sento frustrato.

Va meglio almeno nel contrasto alla mafia?
L’uso della violenza diventa sempre meno indispensabile. Non c’è più bisogno di intimidire perché non si trovano più ostacoli alle proprie pretese. È solo questione di prezzo: il numero delle persone in vendita aumenta di giorno in giorno. Inoltre un uomo comprato è meglio di uno intimidito perché il primo non ha motivo di tradirti o denunciarti. Ormai il concorso esterno di colletti bianchi negli affari mafiosi è in via di progressivo superamento, come pure l’associazione mafiosa di tipo classico. Sempre più spesso si assiste al fenomeno del concorso esterno di mafiosi negli affari sporchi dei colletti bianchi. All’ombra della corruzione, giorno dopo giorno vengono celebrati mille segreti matrimoni d’interessi tra élite mafiose e settori della nomenclature al potere che danno vita a sistemi criminali integrati.

Approva la riforma delle intercettazioni?
Ciò che più mi colpisce è il tipo di procedimento legislativo prescelto per la riforma, la delega al governo con maglietalmente larghe che nessuno oggi è in grado di anticipare l’esatto contenuto delle norme che saranno emanate. Non si tratta di una scelta neutra politicamente. Quando infatti la discussione e l’approvazione delle leggi avviene in Parlamento, tutto il dibattito si svolge alla luce del sole. Quando invece la redazione delle norme è delegata al potere esecutivo, tutto si svolge nel segreto delle commissioni ministeriali, espressioni della maggioranza governativa, composte secondo criteri discrezionali e senza alcun controllo della pubblica opinione pubblica. La segretazione del procedimento legislativo in una materia nella quale sono in gioco rilevantissimi principi costituzionali mi sembra un indice rilevante di deficit democratico.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 25 ottobre

Foto © S. F.

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