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Opinioni

Riforme, Colombo: “Napolitano con Renzi? Ama centralismo democratico”

colombo-gherardoL'ex pm di Mani pulite sull'ostinazione e la fretta del governo nell'iter parlamentare: "Approvate modifiche alla Carta e all'Italicum, basterà a un partito essere votato da meno di 2 abitanti su 10 per decidere praticamente su tutto. Il Colle? Il 'primato della politica' ogni tanto riaffiora"
di Silvia Truzzi - 29 luglio 2014
L’ostinazione con cui si vuole procedere – senza fare prigionieri, hic et nunc – sulle riforme, desta molti sospetti. Per l’intesa sulla quale si fondano, il famoso e ancor oggi ignoto Patto del Nazareno. Per l’inopportunità del momento, visto che a metter mano alla Carta è un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta che in gennaio ha dichiarato incostituzionale il Porcellum. E poi per i contenuti rischiosi. Di tutto questo abbiamo parlato con Gherardo Colombo, ex pm di Mani pulite, oggi presidente di Garzanti e membro del cda Rai.

Dottor Colombo, perché questa fretta e perché questi toni ultimativi secondo lei?
Non capisco la fretta e i toni ultimativi. Non li capisco perché si tratta di modificare una parte molto rilevante dell’assetto costituzionale, che non riguarda soltanto il modo per fare le leggi, ma coinvolge il sistema di equilibrio dei poteri, cui tanto tempo ha dedicato chi ha scritto la Costituzione quasi settant’anni fa. A mio parere per cambiare una parte così importante della Costituzione occorrerebbe una riflessione ampia e profonda, cui partecipino tutte le culture (non si può riservare il discorso alle sole forze politiche, quando si tratta di intervenire sulla prima regola del nostro stare insieme), in particolare quelle espressione di minoranze , che sono alla fine le destinatarie della vera democrazia. Io vedo il rischio che il prodotto di un percorso riformatore non sufficientemente approfondito possa intaccare il primo pilastro della nostra legge fondamentale, quello del riconoscimento della pari dignità di tutte le persone, che si attua appunto attraverso la considerazione e la tutela delle minoranze. Non credo sia banale ricordare che democrazia non significa strapotere della maggioranza ma regolamentazione del potere di questa perché non vengano compromessi i diritti dei deboli e dei non allineati.

Il combinato disposto di Italicum più riforma del Senato ha suscitato le critiche dei più autorevoli studiosi della Costituzione. Lei cosa ne pensa?
Non posso che ripetere quel che è già stato detto tante volte. Una volta attuati entrambi i cambiamenti basterà a una forza politica essere votata da meno di due abitanti su dieci per avere il potere di legiferare, di eleggere il presidente della Repubblica, di eleggere la maggioranza dei giudici costituzionali, di scegliere tutti i componenti delle autorità indipendenti e via dicendo. Se vuole facciamo un conto rapido. Il premio di maggioranza scatta con il 37% dei voti. Però la percentuale si riferisce a chi abbia effettivamente votato, non agli aventi diritto, e i primi, ora, non sono più del 60% dei secondi. Infine, occorre considerare che gli aventi diritto al voto sono soltanto i cittadini, mentre in Italia vivono stabilmente circa sette milioni di “stranieri”.

Non le sembra paradossale che si tolga qualsiasi bilanciamento al potere degli eletti da due persone scarse su dieci degli abitanti di questo paese?
I sostenitori della riforma costituzionale però non rispondono mai nel merito. Chi osa criticare il progetto viene additato come gufo, rosicone, addirittura “allucinato”. Per non dire dei costituzionalisti liquidati come “professoroni”. Credo che dia fastidio enorme la competenza, la conoscenza. Si sono trasformate da valore a handicap. Guardi che non si tratta di una caratteristica esclusiva della politica, succede un po’ da tutte le parti che alla competenza si preferisca altro: la “famiglia”, l’amicizia, la fedeltà, la sudditanza, la disponibilità. Poi, per salvarsi la faccia, si esalta la meritocrazia, che non viene applicata da nessuna parte (e che è comunque una cosa diversa, e un po’ meno “democratica”, della competenza).

Anche il capo dello Stato è favorevole a un cammino celere della legge.
Il Presidente se ne sarebbe andato un anno fa, se non lo avessero quasi obbligato a rimanere perché non erano capaci di eleggere chi ne prendesse il posto. Comunque bisogna capirlo. E’ nato nel 1925, tre anni dopo la marcia su Roma. La cultura del tempo era quella che era, anche non volendo si era in qualche misura contagiati dal credo assoluto verso la verticalità della società. Una volta che l’Italia si è liberata del fascismo il presidente si è trovato a condividere pensiero e opere di Stalin (se non ricordo male nel 1956 era dalla parte dei sovietici che avevano invaso l’Ungheria con i carri armati). Ha poi fatto passi da gigante attraverso il suo “grave tormento autocritico” (sono parole sue), bisogna dargliene atto e riconoscere il risultato di sforzi davvero notevoli. Ma a me pare che la cultura del passato, il metodo del centralismo democratico, la convinzione del “primato della politica”, ogni tanto riaffiorino, come a me pare sia successo con la lettera inviata al Consiglio superiore della magistratura a proposito delle questioni che hanno investito la Procura della Repubblica di Milano e come mi pare sia oggi, a proposito delle riforme costituzionali. Lo dico con rispetto per il percorso di un uomo che credo abbia sempre agito pensando di essere nel giusto; ma certo sarebbe un gran segno della coerenza del percorso compiuto se si preoccupasse di ricordare alle Camere che sarebbe inopportuno usare tagliole o ghigliottine in una materia così decisiva e delicata come una riforma costituzionale.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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