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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Gebbia: ''Nino Salvo disse che Subranni era un grande amico''

Processo trattativa Stato-Mafia

Gebbia: ''Nino Salvo disse che Subranni era un grande amico''

gebbia aula bunkerdi Francesca Mondin - Processo Trattativa
Nell’audizione di oggi l’ex generale parla dei rapporti tra gli esattori ed Andreotti

Era settembre di quest’anno quando il generale dei carabinieri in pensione Nicolò Gebbia (in foto), tramite una lettera, chiese alla Procura di Palermo di essere sentito. Dopo essere stato interrogato dai magistrati palermitani, stamani, al processo trattativa Stato-mafia, Gebbia ha ripercorso il periodo in cui fu comandante dei carabinieri di Marsala e venne a conoscenza dei rapporti tra i cugini Salvo, potenti esattori siciliani vicini alla mafia, e alcuni ufficiali dei Carabinieri, in particolare l’ex capitano Frasca (che negli anni ’70 fu capitano di Marsala per molti anni, ndr) e l’ufficiale Subranni.
A fare il nome di Subranni, secondo la ricostruzione del teste riferita in de relato, sarebbe stato Nino Salvo subito dopo un interrogatorio avuto con lo stesso Gebbia. “Il suo capitano ci pare un galantuomo siamo sicuri che non vestirà i pupi - avrebbe detto Nino Salvo al brigadiere Canale che lo stava accompagnando fuori - noi abbiamo due grandissimi amici situati in due fronti contrapposti, da un lato il colonnello Subranni e dall’altro Tano Badalamenti”.
Per andare a fondo alla questione, Gebbia avrebbe quindi chiesto chiarimenti al maresciallo Pietro Noto che “mi spiegò che quando andarono a casa di Nino Salvo per il sequestro del suocero Corleo, videro dei MAB (armi da guerra) appoggiati al muro ed erano presenti anche Subranni e Frasca ma non fecero nulla” a parte “cercare di prendere la matricola senza destare sospetti”. Riguardo Frasca, il teste ha raccontato di aver appreso “dai miei collaboratori che dopo il sequestro dell’esattore Luigi Corleo, era diventato un uomo dei cugini Salvo”.

La telefonata ad Andreotti
Riguardo il sequestro e l’uccisione del suocero di Nino Salvo, il generale dei carabinieri ora in pensione ha riferito anche di aver saputo di una telefonata tra Nino Salvo e l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti avvenuta di fronte a Subranni e Frasca. “Noto mi raccontò che Salvo aveva telefonato ad Andreotti per far ottenere al boss Tano Badalementi (che si trovava al confino nel nord Italia, ndr) un permesso per la provincia di Trapani” affinché potesse aiutarlo a ritrovare il corpo del suocero, ha spiegato il teste. Ma quando “Andreotti gli aveva detto che non si poteva fare Nino Salvo si era arrabbiato chiudendo il telefono in faccia” al presidente del Consiglio. Secondo quanto detto da Gebbia, Noto non essendo presente alla telefonata, sarebbe venuto a conoscenza del fatto grazie a Frasca.

Quelle informazioni su Provenzano e Messina Denaro
Gebbia ha poi raccontato di quando fu comandante del reparto operativo di Palermo dal 2002 a fine 2003 e si impegnò nella ricerca del latitante Bernardo Provenzano trovando però non pochi impedimenti.
“Io venni a Palermo apposta per catturare Provenzano” ma “Sottili mi disse che non si poteva perché Grasso aveva stabilito che la ricerca di Provenzano spettava ad un apposito reparto della squadra mobile ed ai carabinieri del Ros”. Inoltre in quell’occasione “il comandante provinciale Amato mi invitò ad avere un atteggiamento morbido nei confronti della magistratura, della polizia di stato e della guardia di finanza”.
Ma il generale dei carabinieri non si sarebbe dato per vinto e avrebbe attivato un suo confidente. E dopo alcune informazioni raccolte da Gebbia tramite il suo confidente riguardo il possibile spostamento del latitante Matteo Messina Denaro, vennero fatte delle intercettazioni “dove fu identificato l’infermiere di Provenzano, Gaetano Lipari, che una volta a settimana andava dove Provenzano si nascondeva per fargli delle iniezioni”.
Gebbia ha spiegato oggi in aula che queste e altre informazioni riguardo la cattura dei latitanti le avrebbe trascritte in un appunto, consegnato poi nelle mani del generale Gennaro Niglio poco prima di lasciare il comando provinciale di Palermo per assumere quello di Venezia.
Niglio morì in un incidente stradale assieme al suo autista, il 9 maggio del 2004. Poco prima dell’incidente, “nei primi mesi del 2004 - ha detto oggi Gebbia - chiesi a Niglio che fine aveva fatto l’appunto che gli avevo dato e lui mi rispose: ‘la Gestapo ci sta lavorando’, intendendo per Gestapo il Ros”.
L’udienza si è poi “accesa” durante il controesame della difesa di Subranni. L’avvocato Milio, nonostante i continui richiami del presidente Montalto, insisteva su domande che si allontanavano dagli argomenti per cui il teste era stato citato dall’accusa. Inoltre il legale ha più volte protestato per la presenza di numerosi “omissis” nei verbali di interrogatorio di Gebbia. A quel punto è nato un botta e risposta piuttosto animato con l’accusa tanto che la Corte ha dovuto sospendere l’udienza per qualche minuto. Il processo è stato infine rinviato a nuovo anno. Il 12 gennaio tornerà in aula il commissario Salvatore Bonferraro.

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