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Processo Depistaggio via d'Amelio

Depistaggio via d'Amelio, poliziotto cambia versione sui sopralluoghi con Scarantino

di Aaron Pettinari
Ispettore Tedesco quando, sentito al Borsellino quater, aveva negato partecipazione
Depositata al processo una relazione della Dia sulle telefonate del picciotto della Guadagna

Proseguono, al processo sul depistaggio di via d'Amelio, che vede alla sbarra tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei (accusati di concorso in calunnia aggravata), le deposizioni dei poliziotti che, negli anni dopo la strage del 19 luglio, hanno avuto a che fare con il falso pentito, Vincenzo Scarantino. Nelle ultime udienze pian piano sembra avere qualche squarcio la cortina di "non so" e "non ricordo". Lo scorso 19 ottobre era stato l'ispettore di Polizia Giampiero Valenti a ricordare che durante il servizio a San Bartolomeo a Mare, con il collega Di Ganci ricevettero l'ordine di staccare il servizio di registrazione delle telefonate effettuate da Scarantino perché questi, a suo dire, avrebbe dovuto "parlare con i magistrati".
Ieri è stata la volta di Angelo Tedesco, oggi assistente capo coordinatore della Squadra mobile di Siracusa ma in passato membro del Gruppo Falcone e Borsellino. Sollecitato dalle domande del pm Stefano Luciani, a differenza di quanto aveva fatto nel maggio 2016, quando aveva deposto al processo Borsellino quater, ha ricordato una serie di riferimenti su quegli anni come l'aver partecipato ai sopralluoghi con Scarantino a Palermo nel giugno 1994, di aver appreso che si arrivò all'arresto di Calascibetta grazie alle sue dichiarazioni o ancora di aver saputo, nel 1995, della cosiddetta ritrattazione televisiva di Scarantino. Tutte cose su cui, quando fu sentito davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta, aveva risposto con decisi "no" ed assolute negazioni.
Ieri il colpo di scena.
"Mi sono ricordato che nel 1994 facemmo un sopralluogo a Palermo con Vincenzo Scarantino. Eravamo tre macchine - ha rammentato ieri il teste - Siamo stati un po' in giro in zona Guadagna, di notte, dovevamo fare dei servizi di riscontro. Fummo avvisati dall'ispettore Zerilli". Ugualmente non ha escluso che un'analoga attività fu fatta anche nei giorni successivi mentre, seppur sia nato in Francia, ha negato che all'interno del gruppo veniva chiamato "u francesi" (come invece ha dichiarato proprio Scarantino).
Quando il pm ha chiesto quali siano stati gli elementi che lo hanno portato a ricordare ha risposto in maniera stizzita: "Sono tre anni che mi spremo il cervello perché non ho nulla da nascondere. Qualcosa mi viene in mente ma dovete capire che la mia vita lavorativa non si ferma nel 1994. Quando mi sono venuti questi ricordi? Sette-otto mesi fa. Non l'ho detto nel 2016 perché non mi ricordavo. Che ci posso fare?". Luciani ha immediatamente chiesto il perché non avesse ritenuto opportuno di avvisare immediatamente la Procura, visto che le dichiarazioni attuali sono diametralmente opposte rispetto a quelle del passato, e ancora una volta la risposta è stata "semplice": "Non ci ho pensato". E alle insistenti domande del pm sbotta ("Dottore io non capisco perché ce l'ha con me. Purtroppo la mia memoria si ferma") subendo anche un richiamo della Corte.
A causa delle nuove dichiarazioni ora Tedesco rischia di essere incriminato per falsa testimonianza o, addirittura, per depistaggio. Infatti alla fine della sua deposizione il pubblico ministero chiede al tribunale, che al momento si è riservato di decidere, la trasmissione degli atti alla Procura "per le valutazioni di competenza".

L'escamotage dei colloqui investigativi
Prima di Tedesco a salire sul pretorio era stato l'ispettore di Polizia Giampiero Guttadauro che non solo partecipò ai sopralluoghi con Scarantino ma anche ebbe un compito preciso nel periodo successivo quando il falso pentito tornò a Pianosa.
E' un dato documentale che nel periodo di luglio vi furono molteplici colloqui investigativi (dal 4 al 13 luglio), autorizzati dalla Procura nissena, anche se non sono mai stati trovati i verbali di quei colloqui in carcere, anomali in quanto Scarantino aveva già formalizzato la sua collaborazione con la giustizia. E proprio Guttadauro oggi ha spiegato che quell'autorizzazione, di fatto, era un'escamotage per permettere l'ingresso nel carcere ai membri della Squadra mobile di Palermo e che sia lui che l'ispettore Guerrera furono mandati a Pianosa, carcere di massima sicurezza, "per fare presenza".
"Purtroppo entravamo con quel titolo ma non erano colloqui investigativi - ha detto rispondendo alle domande dei pm Paci e Luciani-. Era un modo per entrare nel super carcere. A noi arriva il fax con l'autorizzazione ministeriale. Il nostro compito era quello di vedere se Scarantino potesse avere bisogno di qualcosa. La mattina arrivavo verso le 10.30-11, entravo in carcere, ci mettevano in una stanzetta, e il collega davanti alla porta della Polizia penitenziaria. Stavo tre al massimo quattro ore. Io dovevo andare là per vedere come trattavano Scarantino, se lo trattavano male. Non avevo altri ordini". Alla domanda del procuratore aggiunto Gabriele Paci "se c'erano disposizioni scritte" ha risposto che "non c'erano. Me le dava Arnaldo La Barbera. Poi Scarantino tornava nella cella e se aveva bisogno di qualcosa, ad esempio, di avere un panino, chiamava me. Capisco che questo servizio poteva essere fatto dalla Polizia penitenziaria, ma se un procuratore come Tinebra diceva a la Barbera di mandare personale a Pianosa a fare questo servizio di sicurezza in un carcere di massima sicurezza...".
In precedenza Guttadauro aveva riferito che La Barbera gli aveva detto che la presenza del personale da Palermo era necessario perché "proprio Scarantino aveva espresso il desiderio di avere personale da Palermo".
L'ispettore rimase a Pianosa anche nei giorni del 14 e del 15 luglio, pur essendo privo di autorizzazioni per entrare in carcere, con il compito di verificare se fossero arrivati anche i familiari per fare i colloquio.
Secondo Guttadauro il picciotto della Guadagna, che in passato aveva denunciato i maltrattamenti e le torture subite durante la detenzione nel supercarcere, "non si è mai lamentato" così come non avrebbe mai parlato delle stragi di mafia. "Parlava di donne e sigarette, non mi ha parlato di nessun tipo di attività di reato commesso" ha ricordato il teste che di quei dialoghi non ha mai redatto una relazione. "Non c'era motivo di fare relazioni - ha ribadito -. Non dovevamo verbalizzare niente, diceva La Barbera, io gli chiedevo se dovevo relazionare e lui disse di no, solo a fare presenza".

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L'ex poliziotto Arnaldo La Barbera © Imagoeconomica


Durante il controesame dell'avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino nell'occasione sostituto del collega Vincenzo Greco, che ha evidenziato come vi sia una procedura chiara prevista dal legislatore per quanto concerne i colloqui investigativi, Guttadauro ha risposto giustificandosi: "Io in vita mia non ho mai fatto un colloqui investigativo. Io sapevo a cosa servissero. Eravamo in un periodo particolare. A me comandano il servizio di portarmi sul posto. L'importante è che non sia un reato fare quella determinata operazione. A me comandano. Sono un sottufficiale e solo i sottufficiali possono fare i colloqui investigativi".

I "passaggi" con Scarantino
Il poliziotto, assieme a Domenico Militello e lo stesso La Barbera, si recò anche a Pianosa, già a giugno, per prelevare Scarantino: "Partimmo da Palermo per Fiumicino e da lì andammo al posto di Polizia da dove ci accompagnarono a Pratica di mare da dove abbiamo raggiunto Pianosa. Tornammo a Palermo, all'aeroporto di Boccadifalco. Qui scendemmo e ci fu chiesto di fare la vigilanza a Scarantino. La Barbera ci disse di non fare domande a Scarantino sulle attività investigative in corso perché lo dovevano interrogare i magistrati".
Il giorno dopo partecipò anche ai primi sopralluoghi fatti a Palermo dall'ex collaboratore Scarantino. "Io ero tra quelli che stavano all'interno. Trascorremmo la notte io, Militello e Scarantino nella stessa stanza. L'indomani - ha raccontato - è salito un collega della vigilanza esterna e ci ha detto di prepararci che c'era il dottore La Barbera sotto. Ci siamo messi in macchina, io ero alla guida, il dottore La Barbera davanti e Scarantino dietro con altri due poliziotti. Siamo partiti da là. Io non sono palermitano e mi davano indicazioni. In parte Scarantino diceva dove andare in parte erano i colleghi a dare indicazioni. Nessuno registrava ma non ricordo se c'era qualcuno che aveva carte o prendeva appunti".
Due di questi sopralluoghi in particolare li ha definiti "dei passaggi notturni per la città", per localizzare l'officina dove sarebbe stata nascosta la Fiat 126 trasformata poi in autobomba. "Passaggi perché se fossero stati sopralluoghi qualcuno avrebbe fatto foto o preso appunti ma non fu così. Solo poi seppi che quell'attività era per individuare la carrozzeria di Orofino". Autocarrozzeria che, secondo gli investigatori del pool Falcone Borsellino venne utilizzata dai killer di Paolo Borsellino per imbottire di tritolo la 126 usata per la strage.
Prima di Guttadauro è stato concluso il controesame di Domenico Militello, anche lui ex appartenente al gruppo investigativo 'Falcone e Borsellino'. "Io, Scarantino non l'ho proprio visto - ha detto ieri - lui ha detto di me che sono stato a Pianosa, l'unica spiegazione che mi sono dato è che quando è stato a Firenze ho avuto un alterco con lui. Una sera aveva dato degli schiaffi alla moglie e abbiamo sentito delle grida, aveva dato schiaffi alla moglie che aveva parlato con un funzionario il quale si era limitato a chiedere se la sistemazione era idonea. Lui, impazzito di gelosia, l'aveva schiaffeggiata. Ho trovato la moglie che aveva il labbro spaccato e i bambini piangevano. L'unica spiegazione che mi do che Scarantino mi tira in ballo in tutta questa vicenda. Dopo non l'ho più visto".

Le intercettazioni
Tra le novità emerse durante l'udienza di ieri anche il deposito agli atti del processo dalla relazione della Direzione investigativa antimafia sui brogliacci delle telefonate effettuate dal falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino nel periodo compreso tra il 7 febbraio a 27 giugno 1995, mentre si trovava nella località protetta di San Bartolomeo al Mare. Nella relazione, di circa quindici pagine, risulta che Scarantino avrebbe più volte contattato la procura di Caltanissetta telefonando ad un numero in uso "verosimilmente" ai magistrati Annamaria Palma e Carmelo Petralia, indagati dalla Procura di Messina per calunnia aggravata in concorso. Un'altra utenza telefonica alla quale Scarantino avrebbe chiamato corrisponde ad un ufficio della procura Generale di Caltanissetta. Nel brogliaccio sono anche riportate le firme dei vari operatori.
Secondo quanto riportato dall'agenzia Adnkronos dagli accertamenti compiuti si evince che "all'utenza 0934/599051, che risulta essere stata chiamata da Scarantino numerose volte, quasi tutte senza risposta, stando alla consultazione del brogliaccio è verosimilmente stata in uso sia alla dottoressa Palma che al dottor Petralia, ambedue in quel periodo in servizio presso la Procura". E tra queste c'è una telefonata che non è mai stata registrata. E' il 3 maggio 1995 quando "per motivi tecnici la conversazione non viene registrata", come scrivevano all'epoca i poliziotti delegati alle intercettazioni. E il numero era uno della Procura nissena. Oggi quel numero è inesistente. "L'utenza in questione - dice la Dia - stando alle informazioni assunte presso il personale in servizio alla Procura era in uso ai magistrati per le conversazioni ritenute riservate". Altre due telefonate "non registrate per motivi tecnici" risalgono al 3 e al 4 maggio 1995 e furono fatte al numero 0336/886560 che risultava "essere intestato alla Procura generale della Repubblica di Caltanissetta" e non faceva parte, come scrive la Dia, "delle utenze fornite da Rosalia Basile (moglie di Scarantino ndr) durante l'udienza del 21 marzo 2019".

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Il magistrato Paolo Borsellino © Shobha


Sempre la Dia è convinta che ci sarebbero delle "discrasie" sulla presenza dei poliziotti del gruppo 'Falcone e Borsellino' che nel 1995 si occuparono delle intercettazioni dell'ex pentito Vincenzo Scarantino, mentre quest'ultimo era stato sistemato in un residence di San Bartolomeo al Mare, in provincia di Imperia. "Si è potuto constatare - scrive la Direzione investigativa antimafia - che tutte le pagine che compongono il brogliaccio risultano essere sottoscritte esclusivamente da un agente e un ufficiale di pg. Talune di queste pagine risultano inoltre 'coprire' più di un giorno di registrazione delle conversazioni".
"Non può quindi escludersi - sarebbe ancora scritto nel documento della Dia - che l'ufficiale e l'agente di pg che hanno sottoscritto queste pagine si siano effettivamente occupati del materiale ascolto delle conversazioni registrate nei giorni precedenti, in considerazione del fatto che gli operatori erano suddivisi in turni di presenza". "Infine - dicono gli inquirenti - i nominativi degli ufficiali e degli agenti emersi dall'esame del brogliaccio, sono stati confrontati con quelli comunicati dalla Squadra mobile di Palermo, inviati in missione a San Bartolomeo al Mare, nel periodo preso in esame, nonché con gli ordini di servizio giornaliero del personale in forza al gruppo Falcone e Borsellino e con i fogli di ratifica delle ore di lavoro straordinarie eccedenti effettuate, relativi al periodo dicembre 1994/luglio 1995, periodo di intercettazione dell'utenza fissa in uso a Scarantino".
La prossima udienza del processo è stata fissata per il prossimo 19 novembre quando ad essere sentiti saranno i tre poliziotti Nobile, Crocetta e Bertini. Nel frattempo, la prossima settimana, il 15 novembre, è attesa la sentenza d'appello del processo Borsellino quater.

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