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Processo Borsellino quater

Via d'Amelio: restano ''zone d'ombra'' e ''incongruenze''

via damelio frontaledi Miriam Cuccu
Le motivazioni del processo Borsellino quater

Dalla presenza dei servizi in via d'Amelio, subito dopo l'esplosione della bomba, all'anomala cronologia del sopralluogo nella carrozzeria di Giuseppe Orofino all'indomani della strage, passando per la presenza di un estraneo durante la consegna della Fiat 126 da imbottire di tritolo e per il dialogo tra Mario Santo Di Matteo e la moglie sugli "infiltrati" in via d'Amelio. Sono alcune circostanze nelle quali, si legge nelle motivazioni del processo Borsellino quater, "vi sono delle oggettive incongruenze" unite a "diverse zone d’ombra" che impediscono di arrivare a "risposte soddisfacenti" nonostante "la poderosa istruttoria espletata nel presente procedimento".
"Se - da un lato - è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (scrivono i giudici, ndr), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti".

L'ombra dei servizi
"Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio - spiegano le motivazioni - sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato. Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio" vale a dire il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo, riferiva che "mentre le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio, anche sulla Croma blindata del Magistrato (...) notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: 'uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa', 'proprio senza una goccia di sudore'. Si trattava di 'gente di Roma', appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci". Circostanza confermata anche dal "Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo" che "arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai 'Servizi', mostrando anche un tesserino di riconoscimento". Di seguito "l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano: 'Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente (…) il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori (…) della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno (…). E incontro (…) un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il  motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi”.

Il sopralluogo alla carrozzeria Orofino
Tra le altre "anomalie", proseguono i giudici, anche "la singolare cronologia del sopralluogo eseguito dalla Polizia Scientifica di Palermo (“su richiesta della locale Squadra Mobile”), nella carrozzeria di Giuseppe Orofino alle ore 11 del lunedì 20 luglio 1992" poichè "quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente, all’interno della sua autofficina". Nel momento però in cui "la Polizia Scientifica eseguiva detti rilievi nell’officina di via Messina Marine - fanno notare le motivazioni della sentenza - non erano stati ancora rinvenuti, in via D’Amelio, né la targa oggetto della denuncia di Orofino" né "il blocco motore della Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti". Inoltre "era soltanto nel successivo pomeriggio del 20 luglio 1992" che "detto blocco motore veniva attribuito ad una Fiat 126. Dette circostanze - affermano i giudici - non sono affatto di poco momento, ove si rifletta sulla circostanza che, invece, già nel pomeriggio del 19 luglio 1992, fonti della Polizia di Stato ipotizzavano l’utilizzo, come autobomba, proprio di una Fiat di piccole dimensioni e, in particolare, 'una 600, una Panda, una 126'. Detta ipotesi investigativa, rivelatasi fondata e coerente con i successivi rinvenimenti sullo scenario della strage, dei reperti dell’autobomba, non è spiegabile soltanto con l’efficienza e la solerzia profusa dagli inquirenti nel cercare di far immediatamente luce, con il massimo sforzo investigativo praticabile, su di un fatto gravissimo, che cagionava anche la scomparsa prematura dei cinque appartenenti alla Polizia di Stato, bensì necessariamente ipotizzando un apporto di tipo confidenziale da parte di taluno che (evidentemente) era ben informato sulle concrete modalità esecutive dell’attentato. Diversamente con - è la conclusione - non si spiegherebbe, sul piano logico, il motivo per cui la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera (già collaboratore del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, sin dal 1986), sollecitasse un intervento della Polizia Scientifica, per un immediato sopralluogo nell’officina di un carrozziere qualunque di Palermo, che aveva soltanto denunciato (appena un paio d’ore prima) il furto di alcune targhe da un’automobile di una sua cliente".

Soggetti esterni a Cosa nostra: le parole di Spatuzza
L'"anomalo" sopralluogo alla carrozzeria Orofino, proseguono le motivazioni, "si colora di tinte decisamente fosche, alla luce di quanto riferito da Gaspare Spatuzza" quanto alla "presenza di un terzo estraneo a Cosa nostra al momento della consegna della Fiat 126, alla vigilia della strage, nel garage di via Villasevaglios, prima del suo caricamento con l’esplosivo. Su detta persona, non conosciuta e mai più rivista, che non aveva proferito alcuna parola, durante la breve permanenza del collaboratore nel suddetto garage, sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza si spingeva a qualche considerazione relativa all’estraneità al sodalizio mafioso di Cosa nostra e, persino, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni: "se fosse stata una persona che io conoscevo (…), sicuramente sarebbe rimasta qualche cosa (…) più incisiva; ma siccome c'è un'immagine così sfocata (…). Mi dispiace tantissimo e aggiungo di più, che fin quando non si sarà chiarito questo mistero, che per me è fondamentale, è un problema serio per tutto quello che riguarda la mia sicurezza (…). Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché (…) c'è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”. “C'è un flash di una sembianza umana. (…) c'è questa immagine sfocata che io purtroppo... (…) c'è questo punto, questo mistero da chiarire”; “ho più ragione io a vedere questo soggetto in carcere, se appartiene alle istituzioni, che vedendolo domani fuori”.

Mario Santo Di Matteo e la collaborazione mancata
A rendere il quadro complessivo "ancora più inquietante", aggiungono i giudici, è "la vicenda relativa alla collaborazione di Mario Santo Di Matteo avviata ad ottobre 1993 e seguita, a stretto giro, dal sequestro del figlio Giuseppe Di Matteo, rapito il 23 novembre 1993, in un maneggio di Piana degli Albanesi, da un gruppo di mafiosi" mentre il padre era sotto protezione lontano dalla Sicilia. "Il collaboratore di giustizia, a fine ottobre 1993, rendeva dichiarazioni sulla strage di Capaci e preannunciava agli inquirenti della Procura della Repubblica di Caltanissetta (all’epoca, come è noto, diretta da Giovanni Tinebra) di averne anche sulla strage di via D’Amelio.
Poche settimane dopo (come detto), il figlio del collaboratore di giustizia veniva rapito e pervenivano, a casa del padre di Mario Santo Di Matteo, alcuni messaggi minatori". Le motivazioni della sentenza evidenziano come "il collegamento fra il rapimento del figlio del collaboratore di giustizia e le sue conoscenze (specifiche) sulla strage di via D’Amelio (mai completamente disvelate), emergeva con lampante evidenza proprio nel corso di un colloquio", oggetto di intercettazione ambientale presso la Dia, datato 14 dicembre 1993, fra Di Matteo e la moglie, Francesca Castellese. E' in questa occasione, infatti, che i due parlavano di ‘‘infiltrati” nella strage del 19 luglio 1992 "con la donna che invitava il marito a 'ritrattare' ed a non ricordarsi più della strage di Borsellino" (“pirchì tu nun a pinsari alla strage di Borsellino”).

I legami con il Sisde
Le motivazioni della sentenza fanno infine riferimento "ad alcune emergenze che dimostrano il coinvolgimento diretto del Sisde, al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale, nelle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, orientate verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino. Quest’ultima circostanza, neppure ricordata dal neo-Procuratore Capo di Caltanissetta (dell’epoca), Giovanni Tinebra, veniva invece confermata persino dal dirigente del Sisde, Bruno Contrada, il quale spiegava come detta richiesta della Procura nissena, veniva appunto assecondata, per l’insistenza del Capo Centro di Palermo, Andrea Ruggeri". Ma già nel processo Borsellino bis, ricordano i giudici, "veniva accertato che il 10 ottobre 1992, veniva trasmessa alla Squadra Mobile di Caltanissetta, una nota" elaborata "proprio dal centro Sisde di Palermo, su specifica richiesta del Procuratore Giovanni Tinebra", il quale "dopo aver constatato che le forze di polizia nissene non avevano alcuna specifica conoscenza delle dinamiche interne alle famiglie mafiose palermitane, con un’iniziativa affatto singolare, sollecitava una più stretta collaborazione del Sisde nell’espletamento delle indagini per la strage di Via D’Amelio. I frutti avvelenati di detta improvvisa iniziativa non tardavano a maturare, posto che nella predetta nota del 10 ottobre 1992, confezionata dal Sisde proprio nel periodo in cui era in atto il tentativo di far ‘collaborare’ Vincenzo Scarantino, utilizzando Vincenzo Pipino (costretto ad andare in cella con lui, dal dottor Arnaldo La Barbera), vi era una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava alle forze dell’ordine su Vincenzo Scarantino ed i suoi familiari, con i precedenti penali e giudiziari a carico degli stessi, nonché i rapporti di parentela ed affinità con esponenti delle famiglie mafiose palermitane".

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