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Back Sei qui: Dossier Processo Borsellino quater Violante, Amato ed il cedimento dello Stato

Processo Borsellino quater

Violante, Amato ed il cedimento dello Stato

amato-violante-decadenzadi Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 11 novembre 2014
Trasferta romana per il Borsellino quater, tra nuovi documenti e rivelazioni contrastanti
"C'è stato un cedimento dello Stato in favore della criminalità organizzata". Così Nicolò Amato, direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria fino al giugno '93, descrive al processo Borsellino quater la linea adottata in materia di "ammorbidimento" del 41bis subito dopo la sua "cacciata" dal Dap, retto per quasi 11 anni. Fu proprio monsignor Cesare Curioni a proporre a Capriotti il posto di Amato: "Abbiamo avuto sempre buonissimi rapporti - è il commento del teste - so per certo che lui e il presidente Scalfaro erano molto amici"

La lettera al Capo dello Stato: "Mandi via il dittatore Amato"
"Sono stato mandato via a calci dall'oggi al domani - è la dura protesta durante la deposizione nell'aula bunker di Rebibbia - la mattina del 4 giugno mi telefonò Conso e mi disse: 'devo comunicarti che sei stato nominato rappresentante italiano della Commissione Europea. Così ho saputo di essere stato mandato via". "Ma il fatto che ritengo più inquietante - prosegue Amato - è che nessuno mi abbia detto nulla del fatto che una lettera anonima venne inviata il 17 febbraio '93  - da parte dei familiari dei mafiosi detenuti al 41bis - in cui si chiede a Scalfaro 'manda via il dittatore Amato e gli squadristi al suo servizio'. Non ho mai saputo dell'esistenza di quella lettera e dopo la mia sostituzione la politica penitenziaria del Dap è stata radicalmente capovolta". Ventidue giorni dopo, infatti, il nuovo direttore del dipartimento Adalberto Capriotti firmerà un documento in cui si consiglia all'ex ministro Conso di non prorogare oltre trecento decreti di carcere duro per dare "un segnale positivo di distensione" e così evitare "di inasprire inutilmente il clima interno agli istituti di pena".

Interferenze
Già prima della "cacciata" di Amato c'era una corrente all'interno delle istituzioni che non vedeva di buon occhio lo zelo impiegato nell'applicazione del carcere duro. Nel febbraio '93, racconta Amato, Parisi, capo della Polizia, intervenne nel corso di una riunione del Comitato Nazionale di sicurezza esprimendo "riserve" sull'eccessiva durezza del regime penitenziario "perché creava tensioni tra i familiari" dei mafiosi detenuti. "Non ho attribuito alle sue parole alcun significato insolito - commenta l'ex direttore del Dap - ma se la sua valutazione fosse stata la premessa per un'ingerenza nella mia scelta penitenziaria l'avrei trovato illegittimo. Non l'avrei tollerato e di questo avvertii il ministro della giustizia". Amato ricorda in particolare un episodio avvenuto a Ciampino, in cui "su alcune proposte di applicazione del 41 bis il ministro Conso (succeduto a Martelli poco prima della sostituzione di Amato con Capriotti, ndr) propose di interpellare il ministro dell'interno (all'epoca Nicola Mancino, ndr). Io risposi che questo non aveva senso". La cosa si ripetè in riferimento all'applicazione del 41bis nei carceri di Secondigliano e Poggioreale a seguito dell'uccisione di un agente penitenziario: "Il prefetto di Napoli chiese che il carcere duro fosse rivisto perché creava troppe tensioni. Una mossa assolutamente illegittima di cui parlai anche a Conso. Ma il ministro il 21 febbraio revocò il decreto nei due carceri - pur mantenendolo in alcuni reparti - perché i detenuti avevano mantenuto un comportamento regolare. amato-nicolo-proc-bors-quater-20141111Un giudizio emesso dopo soli 12 giorni! Conso mi disse di mandare il decreto di revoca anche al ministero dell'interno, che mi rendevo conto stava diventando una presenza estranea a mio giudizio un po' ingombrante". Dopo l'avvicendamento di Capriotti, aggiunge Amato, "gli appunti successivi del Dap furono stranamente indirizzati anche alla Direzione nazionale antimafia, al ministero dell'interno e al coordinamento degli istituti di pena, interlocutori con i quali non avevo mai avuto ragione di parlare per cercare un consenso preventivo sulla gestione della sicurezza nelle carceri".

Amato smentisce Violante: "Per Riina si dispose il 41bis"
Riina non era al 41bis? Inconcepibile secondo Amato, che ha così smentito la deposizione di Luciano Violante, sentito sempre questa mattina dalla Corte d'Assise di Caltanissetta. Violante aveva infatti riferito che "il 15 dicembre del '93 feci una dichiarazione in cui denunciavo che Riina non era al 41bis e questo aspetto mi aveva allarmato abbastanza". "Ricordo che ci ponemmo il problema della sicurezza rispetto alla detenzione di Riina, lo mandammo all'Asinara accompagnato da una prescrizione di particolare severità" è stata la replica dell'ex dirigente del Dap.

"La falange armata? Mai sentita"
Rispondendo alle domande dei pm se avesse mai sentito parlare della "falange armata" Amato sostiene di ricordare la sigla ma di non legarla ad alcun ricordo in particolare all'interno del Dap. A quel punto è stato l'avvocato di parte civile Fabio Repici ad approfondire il tema ricordando la telefonata all'agenzia Adnkronos in sui si manifestava "soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato" al vertice del Dap. "E' la prima volta che vengo messo a conoscenza di questo - dichiara in aula Amato - non ho mai saputo di questa telefonata. Non ebbi notizie nemmeno poi. Per me dal 4 giugno in poi fu black-out totale. Tempo dopo mi sentii con qualcuno che ancora lavorava la. Parlando intuii che a comandare nel Dipartimento era Di Maggio".

In foto: Nicolò Amato e Luciano Violante (in alto) e l'esame dell'ex direttore del Dap (destra)

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