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Michele Riccio

Michele Riccio - 10° parte - Nessun Alibi

Continuano le rivelazioni del pentito Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra

di Michele Riccio

Proseguiamo, dai numeri precedenti, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.

Mezzojuso
Quel pomeriggio avevo accettato volentieri l’invito di un mio amico con il quale solitamente vado a pescare, non tanto perché avevo visto un mare favorevole, leggermente increspato, sintomo di attività fra i pesci, o perché il freddo non era ancora così pungente da consigliarmi di starmene in casa al caldo, ma solo perché volevo distrarmi un po’. Ero appena rientrato da Palermo, dove in un’aula di Tribunale, nel rappresentare quanto mi aveva detto a suo tempo Ilardo, ancora una volta avevo parlato dell’incontro di Mezzojuso tra Provenzano e l’infiltrato, argomento del nostro precedente articolo e della direttiva dell’allora Col. Mori. Il quale mi aveva alquanto sorpreso nel non aver tentato la cattura del latitante, affermando che non disponendo assertivamente il ROS dei mezzi tecnici necessari per individuare il luogo dell’incontro, era opportuno far raccogliere all’Ilardo ogni elemento per individuare l’obiettivo ed i favoreggiatori del Boss, perché il ROS, nei giorni a seguire dal loro sviluppo, avrebbe organizzato l’arresto di Bernardo Provenzano. Avevo detto anche della sensazione di frustrazione e di imbarazzo che avevo provato nei giorni successivi quando, ad Ilardo, avevo chiesto di ripercorrere più volte la strada che aveva fatto per giungere ai due casolari dove aveva incontrato il Capo di Cosa Nostra. Questo dato che gli specialisti del ROS, ad ogni mia conferma delle indicazioni già fornite dalla prima volta dall’infiltrato, affermavano di non riuscire a trovare l’obiettivo neanche utilizzando mezzi aerei. Mentre controllavo che il filo delle canne fosse in perfetta tensione, nel ripensare a quei giorni sentivo ancora vivi il disagio che avevo provato ad ogni incontro con Ilardo, quando, in risposta alle sue domande…..l’avete visto?……era come avevo detto io?…..quando lo prenderete?…. gli chiedevo di compiere un altro sopralluogo in Mezzojuso e la strana sensazione che si creava ogni volta quando giungevamo, alle prime luci dell’alba, nei pressi di quelle due uniche costruzioni, poste in una piatta campagna, senza alberi, arrivando da una unica trazzera che si affacciava sulla superstrada Palermo Agrigento, nel punto indicato. Agli sguardi interrogativi ed ai silenzi di Ilardo, eloquenti più di ogni altro discorso, rispondevo che ognuno di noi aveva il suo compito, così come mi aveva risposto il Col. Mori quando gli avevo chiesto di partecipare alle operazioni di appostamento nei pressi dei casolari ed allo sviluppo delle indagini. Così anche lui avrebbe dovuto proseguire il suo, con la certezza che non l’avrei mai tradito o abbandonato, ma che per sua sicurezza era indispensabile che proseguisse ad operare con naturalezza e spontaneità incontrando, quando gli era richiesto, gli altri affiliati e continuando ad essere organico a Cosa Nostra, pensando che quello era il suo presente e sarebbe stato anche il suo futuro. L’incontro con Provenzano, in fondo, era stato solo un momento di quella vita, riconoscimento delle sue capacità e del suo ruolo in seno all’Organizzazione, necessario per assolvere ai suoi compiti e tutelare gl’interessi della Famiglia di Caltanissetta. E pertanto doveva già programmare un nuovo contatto con il latitante e lasciare nel frattempo che il ROS eseguisse il suo! Anche per questi motivi, inserii le relazioni di servizio su Mezzojuso con i dati raccolti e gli interrogativi che emergevano nel rapporto Grande Oriente, che predisposi dopo l’omicidio di Ilardo, avvenuto tre giorni prima che transitasse nel programma di Protezione. Ricordo che Ilardo trovò alquanto cambiato Provenzano. Certo, aveva il carisma di sempre, inalterata la capacità di leggere sia gli avvenimenti che le persone, ma non lo vide più deciso come un tempo, come quando lo aveva incontrato con il cugino "Piddu" all’indomani dell’omicidio dello zio Francesco Madonia per chiedere di poter agire contro i mandanti del delitto Di Cristina Giuseppe ed i fratelli Calderone.
Ora, anche se meno malato di quanto si diceva, e visto nuovamente attivo anche nell’incontrare gli altri responsabili del Sodalizio, gli era sembrato meno decisionale di un tempo, più propenso al calcolo e ad agire per vie traverse, determinato a conseguire il controllo dell’Organizzazione non con azioni cruente, ma attraverso la mediazione, evidenziando ogni errore di Brusca. In ossequio a questa strategia gli aveva chiesto di risolvere ogni attrito con il Francesco la Rocca, esigenza che gli veniva poi ricordata anche in un biglietto che il Provenzano gli aveva fatto recapitare, giorni dopo l’incontro, tramite il Ferro Giuseppe che lo aveva consegnato al solito Tusa Antonino, in quanto incensurati, professionisti e pertanto più giustificabili gl’incontri fra loro. Il Provenzano gli aveva comunicato che analoghe direttive aveva fatto pervenire anche al La Rocca, rappresentando che la Famiglia di Caltanissetta avrebbe continuato ad esercitare la sua influenza sulla Famiglia di Enna. Egli, nel frattempo, con l’aiuto di Lorenzo Vaccaro, avrebbe consegnato il denaro che gli era stato inviato insieme al pizzino al gruppo di Adrano (CT), per gli appalti assegnati sul loro territorio alle imprese gestite direttamente da "Palermo". Sempre in quei giorni, 9 Novembre 1995, veniva assassinato in Catania, a colpi di pistola sparati da Killers al momento sconosciuti, l’avvocato Famà, difensore anche del cugino Piddu Madonia. Il delitto aveva colpito non solo l’Opinione Pubblica, ma anche l’Organizzazione e molte erano le voci che circolavano sui possibili mandanti e moventi del delitto. In un incontro avuto in quei giorni con il Quattroluni Lello, responsabile della Famiglia di Catania e Scalia Orazio, suo fedele braccio destro, questi gli avevano confermato che in effetti circolavano varie letture dell’assassinio del legale. Alcune indicavano come mandanti degli affiliati al gruppo del Pillera che, adirati per essere stati condannati poco prima per un omicidio, nonostante le assicurazioni di assoluzione ricevute dal Famà, loro difensore, avevano ordito il delitto. Ma non era certa questa versione. Quello che invece lo aveva colpito era quando il Quattroluni, improvvisamente, si era fatto più serio e dando più incidenza alle parole, gli aveva detto…. "che gli avvocati facciano gli avvocati" e con questa frase lasciata in sospeso era andato via, promettendogli di riferirgli al più presto gli esiti dei loro accertamenti al riguardo.
Dopo l’incontro di Mezzojuso il clima cambiò. Non solo per quanto successo, ma anche perché Ilardo mi rappresentò di essere venuto a conoscenza che erano giunte alle Autorità, come alla sua Banca, che vantava ipoteche nei confronti delle sue case di Catania e Lentini, lettere anonime che lo indicavano come un mafioso ora in libertà grazie a connivenze e che stava improvvisamente evidenziando una più che sospetta disponibilità di denaro con lavori di ristrutturazione in corso alla sua fattoria di Lentini (CT). Il segnalare l’accaduto al Comando ROS con il consiglio ricevuto e nemmeno preso in considerazione che forse l’Ilardo avrebbe fatto bene a fare il latitante, per evitare un possibile arresto, concorse ad alimentare la mia diffidenza verso quel tipo di gestione. Per non parlare del fatto che, per operare, ero costretto ad utilizzare il mio telefono cellulare sostenendo personalmente ogni spesa, anche quelle inerenti alla gestione dei rapporti con l’infiltrato. Anticipando pure le spese di missione come se quella non fosse stata non una indagine importante e delicata su Cosa Nostra, ma una qualsiasi inchiesta.

Lotta alla Mafia?
I Mezzi

Cercando almeno per quella sera di allontanare quei pensieri, mi sforzavo di concentrarmi osservando la luce della starlight che avevo montato sul galleggiante già alle prime ombre del calare della sera, e che ora, con fare indolente, cavalcava le onde che, dopo una breve corsa, terminavano il loro viaggio in un friggere di schiuma contro gli scogli sottostanti.
Non vedevo l’ora di assistere al repentino affondarsi in una scia di luce del galleggiante e così prendere subito la canna, pervaso da quella liberatoria eccitazione e ferrare in colpo secco il pesce che aveva deciso di abboccare. Mentre ero in questa impaziente attesa venivo ancora distratto da alcune voci intorno ed illuminate dalla luce gialla proiettata dai fanali allineati sul braccio del porticciolo vedevo che non eravamo più soli, ma altri due pescatori erano giunti e poco distante avevano già posizionando a ventaglio le loro canne. Poco dopo il più anziano dei due ci raggiungeva e con un …salve, come va? chiedeva se qualcosa avesse già abboccato e porgeva due bustine di cordiale, benvenute come sempre in quelle fredde serate invernali di pesca.
Guardando davanti a se il mare ed affossando le mani nel giaccone con una stretta delle spalle quasi, a trovare un po’ di calore, diceva ancora: “…stasera, ho particolarmente freddo, pensate un po’ che solo qualche giorno fa morivo di caldo, ero in Africa ….e dopo un attimo di silenzio, quasi in risposta ad una domanda che probabilmente si attendeva, aggiungeva: …ero con mia moglie…per la commemorazione di El Alamein, … ero nella Folgore!” Ho letto molto su quella battaglia, e sulla II Guerra Mondiale in generale, già nei libri di mio padre, che mi aveva fatto anche conoscere il Conte Paolo Caccia Dominioni un giorno che questi era andato a fare visita alla famiglia di un suo amico e collega, il Magg. Cecconi, al tempo del loro servizio in Gorizia presso un battaglione della Divisione Mantova. Il Conte ed ora architetto, con il grado di maggiore, aveva comandato un battaglione di guastatori ad El Alamein, dove poi era ritornato, ed eretto un monumento nel deserto a ricordo di quella battaglia in memoria del Soldato Italiano che, se pur sconfitto dalle preponderanti forze dell’Ottava Armata Inglese del Maresciallo Montgomery, aveva combattuto eroicamente, tanto da meritare l’onore delle armi da parte del nemico e la pubblica attestazione del suo valore dalla BBC inglese. Nel sentire tutto il mio trasporto, il vecchio soldato e ora pescatore, con un sorriso, continuava a dire nel suo marcato accento ligure: “……caro signore, ho 78 anni e dopo quella guerra ho fatto per più di 40 anni il comandante di una nave mercantile ed ho navigato per mezzo mondo. In quei giorni ad El Alamein, ... tutti, …soldati ed ufficiali,…fummo costretti a combattere a mani quasi nude, …per sopravvivere,… per difendere la nostra dignità di uomini ed osservare quella obbligazione morale che ci legava alla Patria…
Uscimmo dalle buche scavate nel deserto, quelli che di noi non erano stati soffocati dalla sabbia mossa dai cingoli dei carri armati nemici, e li abbiamo affrontati a colpi di bombe a mano e di bottiglie molotov, maledicendo ed imprecando lo Stato Maggiore ed i nostri Generali che ci avevano mandato a combattere senza mezzi ed armi adeguate. Noi paracadutisti della Folgore, Arma moderna, con il solo armamento individuale, impiegati come fanti a scavare con gli altri le buche e posizionare le mine. I compagni valorosi dell’Ariete, l’unica divisione corazzata italiana, presto circondati ed annientati dalle forze corazzate nemiche molto più numerose, attrezzate con i carri armati, gli Sherman ed i Grant che gli americani avevano nel frattempo fornito agli inglesi, più moderni, più protetti e meglio armati di quelli usati in precedenza. I carri italiani erano nettamente i più deboli, anche di quelli tedeschi che, pur ottimi, erano pochi di numero. Ricordo che i nostri li avevamo soprannominati "le scatole di sardine", erano piccoli con blindature irrisorie e ridicoli cannoncini. L’Ottava Armata era composta non solo da truppe inglesi, ma anche da reggimenti neozelandesi, australiani, sudafricani e indiani, superiori nel numero e sorretti da una formidabile artiglieria, che integrata dal dominio completo del cielo già da più giorni sottratto alla Luftwaffe tedesca, poneva sotto incessante fuoco lo schieramento Tedesco Italiano, limitando la manovre dei nostri carri armati già condizionati dalla mancanza di carburante. A confronto dell’ingente massa di rifornimenti di cui disponeva il nemico, noi potevamo disporre di irrisorie risorse, ricorrendo, quando era possibile, a prendere quelle sottratte al nemico durante i combattimenti, come quando Rommel occupò Tobruk. A nulla servirono le continue richieste di rifornimenti che Rommel inviava a Roma, dove risiedeva il Comando delle operazioni diretto da Mussolini e dai suoi Generali. Rommel veniva boicottato dai nostri Generali e le sue richieste di aiuto per un fronte che si era notevolmente allungato nel deserto, senza basi alle spalle, erano giudicate con scetticismo.
Per non parlare della decisione, assunta dal nostro Stato Maggiore, di non procedere più all’invasione di Malta, dopo il tempo prezioso perso a discutere per stabilire quale delle tre Armi, di terra, di mare o di cielo, fosse assegnato il comando delle operazioni, ben attenti a come attribuire la responsabilità in caso d’insuccesso e non precludersi allo stesso tempo la possibilità di sfruttare il successo personale in caso di vittoria, dopo che gli Inglesi, favoriti dalle nostre discussioni, avevano rinforzato le difese dell’Isola con la sua base navale, integrando i pochi ed antiquati aerei presenti con centinaia di apparecchi più moderni e batterie antiaeree. Ciò fu di una gravità terribile.
Malta, da quel giorno, divenne la nostra spina nel fianco. Dal suo porto partirono la maggior parte delle missioni aeronavali nemiche, che distrussero i convogli navali di rifornimento diretti ai porti di Tripoli e Bengasi per portare carburante, vettovaglie e munizioni all’Afrika Korps ed alle nostre truppe. Il 4 Novembre 1942, dopo giorni e giorni di furiosi combattimenti e dopo aver respinto più volte i soldati dell’Ottava Armata, quanto restava della Folgore, della Trieste, della Littorio, della Pavia e di altre formazioni ormai allo stremo delle forze ed impossibilitate a ricongiungersi, perché prive di mezzi di locomozione, alle altre forze Italiane ed a quanto restava dell’Afrika Korps che si erano sganciate dal combattimento, sottraendosi così all’annientamento, si arresero e per il valore dimostrato, il nemico rese loro l’onore delle armi. Anche i giorni della nostra ritirata verso la Tunisia furono terribili, costantemente sotto il fuoco del nemico posto al nostro inseguimento e ricordo il dolore, l’amarezza per aver abbandonato migliaia di miei compagni meno fortunati di me e degli altri che, in sporadiche imboscate al nemico, avevamo loro tolto qualche mezzo motorizzato e proseguito la ritirata, li lasciammo nel deserto, allo stremo delle forze, con l’unica speranza di essere fatti prigionieri. Ricordo che con Rommel alla fine arrivammo in circa 7.500, di cui solo 2500 Italiani, e con soli 21 carri armati dei 500 partiti all’inizio della missione. Abbiamo combattuto una Guerra che non interessava a nessuno, voluta da pochi, con uno Stato Maggiore composto nella maggioranza da Generali impreparati che pensavano solo a trarre benefici dal loro grado, per sé e per la loro cerchia di amici che li avevano voluti in quell’incarico.
Erano mal sopportati e poco considerati dai Tedeschi, che li giudicavano inaffidabili, mentre avevano stima del soldato italiano e dei suoi ufficiali. Rommel era un vero esempio di soldato. Viveva, mangiava e combatteva con noi, sempre in prima linea e lo ricordo in piedi, ritto nel suo blindato ad osservare e studiare il fronte di battaglia, seguito sempre da un altro blindato con il personale specializzato nel decrittare le trasmissioni del nemico che in gergo veniva chiamato "Ultra". Quando poi gli inglesi superarono anche in questa tipologia di guerra i tedeschi, questi iniziarono a perdere la loro superiorità. Noi anche in ciò eravamo impreparati, Mussolini sperava nella vittoria in terra d’Africa dei Tedeschi, ai quali aveva assicurato con il suo Stato Maggiore sostegno e fedele collaborazione nella certezza di ottenere la concessione del Nord Africa francese all’Italia. Quando, giorni dopo la battaglia di El Alamein, l’8 Novembre 1942, un imponente convoglio navale Alleato, sbarcò ingenti forze americane ed inglesi prima e dopo Algeri nel Nord Africa, quel sogno di conquista tramontò e mesi dopo quelle forze sbarcarono in Sicilia grazie all’appoggio della Mafia, con conseguenze che ci hanno accompagnato fino ai nostri giorni.
Questa è la verità, che è scritta da tempo non solo sulla sabbia di quel deserto, ma in ogni campo di battaglia in cui ha operato il soldato Italiano, dalla Russia ai Balcani, diventando eroe per necessità ed amore per la Patria, non potendo combattere come gli altri soldati. Noi non vogliamo identificarci né con quanti hanno affermato che El Alamein sia parte di una storia Italiana da dimenticare, comprensiva dei suoi errori e delle sue ignominie vergognose per una Nazione, che come la nostra ha bandito la guerra, ma nemmeno con quanti ora si ricordano di noi covando sentimenti di rivincita o di riscatto. Con ansia e timore vedo che oggi sta nuovamente riaffiorando un’aria di violenza degli individui e degli Stati e siccome credo che le armi alle società democratiche servano solo per difendere la vita e la libertà dei propri cittadini, ritengo che sia pericoloso quel falso pacifismo di certe democrazie che, asserendo di voler abolire le armi e deporre i dittatori, le impiegano per prime, sono apostoli più di morte che di vita!

030
Il 7 Novembre, raggiunto da un malore improvviso quanto fulmineo, in Roma è morto il Col. dei CC. Umberto Bonaventura, "030", così lo chiamavamo noi suoi colleghi dei Reparti Speciali lotta al terrorismo del Gen. Carlo Alberto dalla Chiesa, poi Sezioni Anticrimine, ed i suoi uomini della Sezione di Milano.
030 era la sigla della capo maglia radio, che utilizzava per dirigere e seguire i pedinamenti dei suoi uomini impegnati nei vari servizi in Milano. Ricordo che aveva la sua "Motorola" sempre accesa e posta ritta al centro della scrivania mentre esaminava, come sempre, un documento delle Brigate Rosse, di Prima Linea o di altra formazione eversiva che non mancava di farsi mandare anche da altra città quando veniva trovato uno scritto inedito. Vicino alla scrivania, steso su un tappeto vecchio quanto lui, un pastore tedesco al quale era molto legato. Così desidero ricordarlo per come l’ho conosciuto, non per le inchieste, le indagini che ha diretto o per quanto ancora poteva essere o rappresentare, come in parte letto sui giornali. Bonaventura, Pignero sono stati per me gli esempi, i colleghi dai quali apprendere le tecniche investigative per la lotta al Terrorismo e alla Criminalità Organizzata. Studio, analisi, esaltazione tecnica dell’infiltrazione, avere una nostra cultura a prescindere da quella che ci poteva essere travasata da una fonte o da un pentito. Dovevamo saper leggere e comprendere dove la criminalità o l’eversione stava ora indirizzando le sue linee d’azione.
Bonaventura era stato il primo ufficiale dell’Arma che già nei primi anni ’70 aveva iniziato a raccogliere, catalogare, studiare ed analizzare ogni scritto o documento prodotto dai primi gruppi eversivi, non mancando di stabilire contatti personali con i colleghi Francesi, Inglesi, Tedeschi ecc. Lavoro che poi riversò anche a noi, certo che solo una collaborazione allargata, tempestiva, non frenata dalla solita burocrazia, poteva essere produttiva di risultati. Dopo i Reparti Speciali del Generale, di cui ci riunisce ed identifica solo il ricordo del tanto, ma tanto lavoro svolto con affanno, ma anche con la soddisfazione di aver collaborato fra noi, senza riserve, con entusiasmo e serietà, consapevoli delle responsabilità e dei risultati ineguagliabili conseguiti senza ottenere alcun riconoscimento per il lavoro svolto, nemmeno un nastrino o un distintivo - che non si è mai negato per un qualsiasi corso o partecipazione a calamità, forse perché ci chiamavano "I Carabinieri di Dalla Chiesa" - Umberto Bonaventura restava con noi anche nel periodo delle Sezioni Anticrimine e con l’avvento del ROS andava via, prima all’Alto Commissario e poi al SISMI. Del nostro tempo ai Reparti Speciali conservo ancora gelosamente quella medaglietta tipo portachiavi, con l’effigie di quell’aquila che mille volte il Generale fece ridisegnare, perché ben si doveva vedere che le sue ali dispiegate dovevano difendere la Fiamma della Libertà dagli scoppi delle bombe del terrorismo. Aquila che molti hanno cercato poi di ricopiare, ma che nessuno ha saputo trasmettere e rappresentare con il suo stesso significato, specie nella lotta alla mafia. Non sono i simboli, le fotografie appese ai muri, i proclami a determinare la qualità, l’impegno o la volontà ad affrontare un compito. Le maschere dietro alle quali molti si nascondono, cercando di identificarsi con il loro ufficio o con il loro titolo, usurpando qualità che non sono dentro di loro, ma al di fuori, rappresentazione solo di quello che la società ha concesso al loro ufficio, sono prima o poi destinate a cadere per mostrare il vero volto. Non dimenticherò mai quando lo andavo a trovare a Roma per avere un consiglio, un aiuto al tempo delle mie indagini sugli appalti della gestione delle attività del Casinò di San Remo, dove avevo trovato le cointeressenze di Cosa Nostra. La sera mi portava in un ristorante Siciliano al quale era di casa per ritrovare i sapori della sua terra, era nativo di Acitrezza (CT), ricordo che quel locale si trovava in una traversa di piazza Cavour da dove ora si è spostato e li, a dirmi nel suo accento Catanese: Ombra, perché così mi aveva battezzato, dato che stando sempre in giro non mi facevo trovare mai da nessuno, ….attento… la Mafia è un’altra cosa, non è come affrontare il terrorismo li tutti …erano dalla stessa parte.
Hai ragione Umberto, sono un "disubbidiente", ma credo che per continuare il nostro lavoro e levare qualche maschera, ogni tanto, si debba essere un "disubbidiente".

"Ombra" Michele Riccio


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Il colonnello Michele Riccio

Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.


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Pulci: «Luigi Ilardo faceva il doppio gioco»

Ilardo fu ucciso perché <<faceva il doppio gioco, sia con Cosa Nostra che con le forze dell’ordine>>. E’ quanto rivelato dal pentito Calogero Pulci, lo scorso 21 ottobre, nel corso di un’udienza al processo palermitano che vede il senatore Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. In risposta alle domande del pm Domenico Gozzo, il collaboratore racconta che <<tutti le persone della famiglia di Cosa Nostra della provincia di Caltanissetta che avevano un certo ruolo nell’ambito di Cosa Nostra, che conoscevano il ruolo che avevo io e la confidenza che avevamo lamentavano che Ilardo era, aveva fatto il doppio gioco e l’avevano fatto ammazzare>>. Un doppio gioco, spiega il pentito, grazie al quale il confidente del Ros avrebbe conquistato il titolo di reggente della famiglia di Caltanissetta. <<Quando fu scarcerato Ilardo per conto di Madonia – racconta - la famiglia la reggeva il vice rappresentante provinciale che era Domenico Vaccaro, uomo d’onore della famiglia di Campofranco>>. <<Ilardo viene incaricato insieme ad affiancare a Domenico Vaccaro nel gestire la provincia di Caltanissetta. Successivamente>> <<da come mi dicevano a me i miei interlocutori in carcere, su soffiata dello stesso Ilardo, viene arrestato Domenico Vaccaro e Tusa Lucio, il nipote di Madonia e resta solo Ilardo a gestire la provincia>>. Inoltre <<dove si recava Ilardo successivamente la persona veniva arrestato>>, prosegue Pulci riportando quanto appreso da altri soggetti mafiosi che con lui avevano parlato in seguito alla morte del confidente del Ros. Tra questi Calcagno Salvatore, esponente della famiglia di Cosa Nostra di Niscemi ed Eugenio Galea, uomo d’onore di Catania, che <<nel giustificare l’assassinio di Ilardo mi disse che questo cornuto aveva fatto arrestare a Enzo Aiello, che era un suo compaesano della stessa famiglia di Nitto Santapaola. Aveva fatto arrestare al cugino, Lucio Tusa, che Lucio Tusa è cugino di Ilardo, ma è nipote di Piddu Madonia in quanto figlio della sorella Clementina>>. <<Di Ilardo – prosegue Pulci - me ne parlò pure Cammarata Pino, che era il reggente di, della famiglia di Riesi, nonché anche del mandamento di Riesi, Sommatino, Butera e Delia e perché Cammarata Pino lamentava invece il fatto che Ilardo fece arrestare a Ninì Vaccaro nelle campagne di San Cataldo, se non ricordo male, nel dicembre ‘94/’95>>. Ma <<il clou>>, afferma infine il pentito raccontando quanto riferitogli da Domenico Vaccaro stesso nel carcere di Caltanissetta, <<è stato quando Provenzano, Bernardo Provenzano, il latitante, dice, gli aveva dato un incarico di riscuotere una tangente, se non ricordo male di 500, 600 milioni, dalla Megara, che era un’industria che faceva acciaieria a Catania, ed è sparita anche la tangente. A questo punto hanno fatto un po’ i conti e hanno deciso di ammazzarli, di ammazzarlo su imputo anche di pressione della provincia di Caltanissetta che aveva dato nulla osta proprio a procedere a ammazzare Ilardo>>.

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