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Al via la requisitoria del processo contro gli ex agenti guidati da La Barbera. Secondo l’accusa indottrinarono Scarantino e la Mobile sapeva dell’innocenza di Candura

Il rapporto tra la Procura di Caltanissetta e il Sisde, subito dopo la strage di via d’Amelio, "era vietato dalla legge", "inquietante alla luce delle dichiarazioni che ha fatto Antonio Ingroia", e "non produce nessun utile elemento per l'accertamento della verità né è una tessera del mosaico delle stragi". A dirlo è il pm di Caltanissetta Maurizio Bonaccorso, nel corso della requisitoria del processo sul depistaggio sulla strage di via d’Amelio a Caltanissetta condotta insieme ai sostituti procuratori generali Antonino Patti e Gaetano Bono. Alla sbarra tre poliziotti del gruppo “Falcone e Borsellino”, guidato dall’ex dirigente della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Tutti accusati di concorso in calunnia, aggravata dall'avere agevolato Cosa nostra, per aver spinto Scarantino, Salvatore Candura e Francesco Andriotta, a dichiarare il falso sulla strage, autoaccusandosi e indicando come colpevoli altre 7 persone. In primo grado la caduta dell'aggravante mafiosa ha fatto scattare la prescrizione per i primi due, mentre Ribaudo è stato assolto perché il fatto non costituisce reato. Il giorno dopo la strage di via d’Amelio, l'allora procuratore capo di Caltanissetta, Gianni Tinebra, chiamò l'allora capo dei servizi segreti Bruno Contrada per chiedergli di ''dare una mano alle indagini sul botto'' che uccise Paolo Borsellino e il suo corpo di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli. A raccontarlo in aula era stato nel 2019, al processo di primo grado per il depistaggio sulle indagini sulla strage, lo stesso Contrada, che fu sentito dalla procura come teste assistito da un legale. ''Ho avuto una conversazione con il procuratore di Caltanissetta Tinebra il 20 luglio 1992 - aveva detto Contrada - lui mi chiese di contribuire alle indagini, ma tra le varie cose che gli prospettai e le varie obiezioni che avevo fatto alla sua richiesta di collaborare alle indagini, la cosa principale era che non ero più nella polizia giudiziaria. Avevo anche obiettato che non avrei intrapreso nessuna attività sul piano informativo, perché quello era il mio compito, se non d'intesa con gli organi di polizia giudiziaria interessati, sia della Polizia che dei Carabinieri''. A fare da tramite tra il procuratore e il numero tre dei servizi fu l'allora capo della polizia Vincenzo Parisi. ''L'incontro con Tinebra fu il giorno dopo la strage e non dopo mesi - disse ancora l’ex numero tre del Sisde - È chiaro che era una vicenda complicata e serviva un'indagine a largo respiro''.
Ma “cosa ha portato il Sisde rispetto all'accertamento dei fatti per accertare le responsabilità sulla strage di D'Amelio? Nulla”, ha detto il pg Bonaccorso. “Da un punto di vista di accertamento dei fatti, così come si sono svolti". Poi il magistrato ha ricordato quanto riferito il 15 dicembre 2021 al processo Borsellino quater dall'ex pm Antonio Ingroia. "Riferisce che l’indomani della strage, il 20 luglio 1992, incontrò l'allora Procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Durante la veglia i colleghi Ignazio De Francisci e Teresa Principato raccontarono a Ingroia delle confidenze che Borsellino gli aveva fatto e cioè che aveva sentito pochi giorni prima il collaboratore Gaspare Mutolo e lui aveva fatto il nome di due soggetti collusi: Domenico Signorino (pm di Palermo che si suicidò poco dopo ndr) e Bruno Contrada", l'ex funzionario del Sisde che in quel periodo guidava i Servizi a Palermo. "Questa circostanza viene detta da Ingroia a Tinebra il 20 luglio 1992 - ha detto Bonaccorso - E nonostante il 20 luglio ci sia questa informazione allarmata, Tinebra prosegue questa collaborazione tra la sua Procura e il Sisde". "Non c'è una spiegazione plausibile, quale è la spiegazione sul depistaggio" sulla strage di via d’Amelio?, si è chiesto Bonaccorso. "Se non ipotizziamo l'assoluta malafede di Arnaldo La Barbera e dei suoi investigatori, questa è una pista investigativa pazza".


Scarantino “accerchiato e indottrinato”

Altro capitolo affrontato durante la requisitoria riguarda la falsa collaborazione con la giustizia di Vincenzo Scarantino, il “picciotto della Guadagna”, che si era autoaccusato della strage. Secondo i pg, come accertato già in altri processi sulla strage, il falso pentito Scarantino è stato "indottrinato" dai poliziotti del gruppo “Falcone e Borsellino” e in particolare da quelli che oggi sono alla sbarra a Caltanissetta. In particolare, il magistrato ha fatto riferimento a quella ''annotazione d'indagine'' di cui si erano perse le tracce. Il 28, 29 e 30 giugno 1994 i poliziotti del gruppo ''Falcone e Borsellino’’ che indagavano sulle stragi mafiose del '92, fecero dei sopralluoghi con il falso pentito Vincenzo Scarantino.


scarantino vincenzo da seguonews it

Vincenzo Scarantino


L'esito finì all'interno di una relazione datata 1 luglio, di cui si è saputo solo pochi mesi fa. "C'è una difformità evidente tra gli obiettivi oggetto di sopralluogo e le dichiarazioni di Scarantino del 24 giugno - ha sottolineato Bonaccorso - Scarantino dice di avere partecipato a una riunione nella villa di Giuseppe Calascibetta con Riina ed altri boss mafiosi. Manca Brusca che arriverà dopo". "E' stato un atto per indottrinare Scarantino, per mostrargli dove si sarebbe svolta l'imbottitura dell'autovettura con il tritolo per la strage di via d’Amelio", ha detto il pm Bonaccorso. "Da un lato abbiamo la versione dei poliziotti, che non sono credibili per l'alto numero di 'non ricordo' nel corso del dibattimento".
Ancora. Secondo l’accusa, Vincenzo Scarantino, che con le sue dichiarazioni fasulle ha fatto condannare sette innocenti per la strage del 19 luglio 1992, quando iniziò a collaborare "è stato proprio accerchiato". "Il 26 settembre 1992 Scarantino fu arrestato e il 30 settembre disse di essere innocente - ha spiegato Bonaccorso - il 2 ottobre venne trasferito a Venezia, pochi giorni negò di avere avuto una partecipazione alla strage di via D'Amelio. Nel novembre 1992 fu nuovamente interrogato e lui negò la propria responsabilità". Il 24 giugno 1994 iniziò a collaborare con la giustizia. "E parlerà delle botte ricevute nel carcere di Pianosa".


La Squadra mobile sapeva dell’innocenza di Candura

Sempre sul depistaggio la procura generale ha affermato che “la Squadra mobile di Palermo quando si rapportò a Salvatore Candura” aveva “la certezza che questo soggetto non c'entrava nulla con il furto della Fiat 126 usata per la strage di via d’Amelio". "Dobbiamo valutare le dichiarazioni di Candura tenendo conto delle risultanze investigative", ha detto ancora Bonaccorso. "Perché un uomo arrestato per violenza sessuale poi si autoaccusa di avere avuto un ruolo nella strage?". E parlando dei tre imputati ha dichiarato: "Ricordiamoci che sono gli stessi poliziotti che per anni hanno negato che c'era il telefono a casa di Vincenzo Scarantino a San Bartolomeo al Mare". "Al 5 settembre del 1992 c'è un solo dato di cui dispone la Squadra mobile - ha detto il pm applicato alla Procura generale - ed è la conversazione di Pietrina Valenti con la cognata, cioè il nulla". Candura, dopo l'arresto per violenza sessuale, aveva mentito raccontando di essere stato lui a rubare la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo ed utilizzata per compiere la strage di via d’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Una delle bugie sulle quali era stato costruito "uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana", come lo ha definito la Corte d'assise di Caltanissetta, impedendo l'accertamento pieno della verità. Salvatore Candura, 62 anni, confessando il furto mai commesso aveva patteggiato la pena nel 1994, era stato poi inevitabilmente assolto nel 2017 dopo la sentenza di revisione del processo sulla strage. E, a dispetto di tutto, ha pure chiesto un indennizzo allo Stato per l'errore giudiziario di cui si ritiene vittima. Un'istanza rigettata dalla Cassazione.
Salvatore Candura era un ladro d’auto e venne arrestato con Luciano e Roberto Valenti per rapina e violenza sessuale. Pochi giorni dopo l'arresto cominciò a parlare del furto della Fiat 126, utilizzata come autobomba per l'attentato di via d’Amelio, ''commesso su incarico di Vincenzo Scarantino che gli aveva promesso un compenso di 500.000 lire'' dando di fatto vita al colossale depistaggio sulla strage. Così il 10 marzo 2009, interrogato dai pm di Caltanissetta, Candura ha ammesso che diciassette anni prima s'inventò tutto. Non solo dichiarò di non aver affatto rubato l'auto ma anche di essere stato indotto ad accusarsi del furto e a chiamare in causa lo Scarantino a seguito delle "pressioni" e "delle minacce fattegli dal dottor Arnaldo La Barbera, e anche da altri funzionari di polizia". Pressioni che sarebbero proseguite anche negli anni successivi al 1992, nell'arco della sua ''falsa collaborazione''.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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