Goffredo Bettini parla una lingua antica, inusuale, visti i tempi che stiamo vivendo.
Parla di Spartacus e del tumulto dei Ciompi e della presa del Palazzo d’Inverno. Cose d’altri tempi, cose che si usavano una volta.
Parla di un capitalismo selvaggio e smodato e di umanità strozzata, compressa, costretta all’apnea, nella sua legittima aspirazione al diritto di vivere.
Parla di Europa e Occidente chiedendosi, con un velo di ironia, cosa mai saranno davvero quest’Europa e quest’Occidente cristiani.
Mette in campo la Cina, con tradizioni millenarie, e l’attualità scomoda di un popolo da un miliardo di persone con il quale fare i conti. Parla di musica classica a San Pietroburgo, sotto i bombardamenti tedeschi, e di come Lenin fosse “europeo” e Stalin, invece, “asiatico”.
Per Bettini è pacifico che il mondo non possa essere all insegna dell’unilateralismo statunitense.
E ne consegue una lettura del conflitto Russia-Ucraina che è quanto di meno politicamente corretto si possa immaginare. E parla di tanto, tanto altro ancora.
Mi sono trovato ad ascoltarlo a Roma, su suggerimento di un amico al quale ora sono più che grato, in occasione della presentazione del suo libro intitolato “A sinistra. da capo” - postfazione di Andrea Orlando (editore PaperFIRST), appena uscito.
Evento che si è tenuto all'Auditorium, e che ha visto anche la partecipazione di Giuseppe Conte, Andrea Orlando e Andrea Riccardi. Aula magna stracolma.
Luogo comune vuole che quando ci accade di leggere un libro che ci piace, meglio sia evitare di conoscerne l’autore, essendo alto il rischio della delusione. In questo caso, invece, avere ascoltato Bettini prima di leggerne il libro, si è rivelato un propellente, stimolo forte ad andare più a fondo in una materia dai confini sterminati della quale Bettini sembra possedere ottime chiavi di lettura. Oltre al pathos, a una bruciante evidente tensione morale gettata sul piatto in favore degli “ultimi”, a una memoria ancorata alla conoscenza della storia, ingredienti che inchiodano gli ascoltatori. E che non guastano mai.
Intendiamoci.
Bettini tutto è tranne che un intellettuale à la page, buono come animale da salotti; non può essere impastoiato nei tempi televisivi che triturano il pensiero fra una pubblicità e l’altra, insomma non è animale da cortile.
E infatti.
Vi è mai capitato di vederlo in un talk show? Ben per lui, che preferisce vivere nella sua casa da quaranta metri quadrati, sommerso da migliaia di libri, come un Pepe Mujica schifato dalle sirene del potere. E a una casa tanto piccola ci tiene parecchio, e ne fa vanto.
Sta combattendo la sua battaglia in vista del futuro congresso del Pd.
Che si terrà quando, dove e perché, solo Dio lo sa.
Bettini sa, però, cosa non dovrà essere questo congresso. Non dovrà essere la furbesca elencazione di valori di una volta, con lo scopo che, alla fin fine, tutto cambi per non cambiare nulla. Cioè: assetti di potere e prebende, correnti immarcescibili e linguaggio politico calato dall’alto e privo di quell’empatia verso chi vive male, soffre, spesso muore.
Nel qual caso, quei valori - dice proprio così - farebbero la fine dei caciocavalli appesi al muro, in attesa di tempi migliori.
Non meravigliatevi allora se di questa serata che vi abbiamo raccontato, pur se a volo di uccello, sui giornali troverete assai poco, e tutto, magari, in chiave di polemica con Conte e i 5 stelle. Non fidatevi, non è vero. E comunque, nel frattempo che la faccenda politica si chiarisca, potete sempre rifarvi leggendo il suo libro. Ogni tanto fa bene respirare a pieni polmoni.


P.S. ha scritto Goffredo Bettini sul suo Facebook





Le sue parole, va da sé, per me sono un onore.
S. L.


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La rubrica di Saverio Lodato

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