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Che i magistrati, in un paese democratico, siano costretti a scendere in sciopero a difesa di valori costituzionali, prerogative di indipendenza dal potere politico tradizionalmente riconosciute, contro una proposta di riforma della giustizia che considerano “inutile e dannosa”, che percepiscono, a torto o ragione poco importa, come punitiva nei loro confronti, è un pessimo segnale.
In casi del genere, un premier, in questo caso Mario Draghi, non ci dovrebbe dormire la notte. Intanto perché la decisione dell’astensione dal lavoro è stata decisa a stragrande maggioranza nell’assemblea nazionale dei magistrati, con 1081 voti favorevoli e 169 contrari. Il che vuol dire che non siamo in presenza di sofismi interpretativi, del ribellismo di qualche Masaniello che veste la toga, ma di un rigetto profondo e diffuso che si manifesta in tutte le sedi giudiziarie, da un capo all’altro dell’ Italia. Ciò significa che il progetto di riforma fa acqua da tutte le parti.
E poi perché il precedente di una simile sollevazione delle toghe, risale agli anni del berlusconismo, quando i magistrati dovettero fare argine alle famigerate “leggi ad personam”, volute da Silvio Berlusconi, a tutela spudorata della sua “persona”. Insomma, i magistrati italiani non hanno lo sciopero facile.
Invece il premier sembra non preoccuparsene più di tanto, avendo delegato alla ministra di grazia e giustizia Marta Cartabia, l’indelicato compito di ridimensionare proprio la magistratura, cogliendo a pretesto lo stato in cui la stessa magistratura si era ritrovata prima, durante e dopo il “caso Palamara”. La ministra Cartabia sta facendo del suo meglio. Ci ha messo la faccia. E procede imperterrita in mezzo alle intemperie. La decisione dello sciopero è però il primo sonoro ceffone (figurato s’intende) ricevuto dalla guardasigilli che sin qui aveva fatto spallucce di fronte a qualsiasi critica al suo operato. 
Ne scrivemmo per settimane.
Non fu da parte sua un buon comportamento ignorare le pesanti obiezioni che venivano, ad esempio, sul tema della lotta alla mafia, dall’eccellenza di quei magistrati che per decenni non si sono occupati che di lotta alla mafia.
Da Giancarlo Caselli a Piero Grasso. Da Roberto Scarpinato a Nino Di Matteo a Nicola Gratteri. E tanti altri. Bene. La Cartabia ci ha messo la faccia, ma girando la testa dall’altra parte. Non ritendendo mai di essere tenuta a un confronto con magistrati che forse, sull’argomento, non sono proprio gli ultimi arrivati. E magari ne sanno un po’ più di lei.




Poi è andata avanti, quando si è trattato di nominare un nuovo capo del Dap, da lei scelto nonostante alcune imbarazzanti dichiarazioni dell’interessato che si dichiarava contrario alla lotta alla mafia intesa come “celebrazione del sangue dei martiri”. Fatto sta che il diretto interessato, che esprimeva tali opinioni, adesso siede alla direzione del Dap. E arriviamo ad oggi. 
Diciamo, a scanso di equivoci, che la ministra Cartabia non sta proponendo una riforma ad personam. Non vuole favorire singole persone. Ci mancherebbe. 
Ma la separazione delle carriere, come lei la vorrebbe congegnare; l’esame scolastico della professionalità dei magistrati affidato agli avvocati; il bavaglio ai pubblici ministeri; l’ ignoranza del ruolo debordante dell’ avvocatura in Parlamento e dell’inevitabile conflitto di interessi che ne consegue; a non voler poi tornare, come sta facendo puntigliosamente proprio in questi giorni Roberto Scarpinato, sul tema dell’ergastolo ostativo; tutto dà da la misura di una riforma “ad potere politico”. 
Il quale potere politico, nel primo passaggio alla Camera, gradisce e vota a favore. E poco contano le poche obiezioni di quelle poche forze politiche che periodicamente minacciano mari e monti ma, puntualmente, rispondono “obbedisco”. 
E lei? La diretta interessata? 
Invitata per l’ennesima volta a un confronto nella sede dell’Associazione magistrati se ne è guardata bene. Ha spedito un suo sostituto, facente funzione, con la scusa di non volere essere “invadente”. 
Ma se i magistrati l’avevano invitata, perché lei temeva, se avesse accolto l’invito, di fare la figura dell’imbucata? Vai a sapere. 
Come finirà? 
Di certo c’è che la riforma Cartabia è ancora a metà del guado parlamentare. Ma quest’idea di riforma ha già provocato un primo sciopero di risposta da parte della magistratura. Cosa che forse, per il capo dello Stato, Sergio Mattarella, sarebbe stato preferibile evitare. Ma sono solo nostre supposizioni. 
Ma ricordate all’inizio? 
La riforma veniva giustificata con lo slogan: “Ce lo chiede l’Europa”. 
Forse, visto il punto al quale siamo arrivati, la ministra Cartabia lo slogan dovrebbe aggiornarlo così: “La mia riforma ce la chiede la Nato”.

Foto © Francesco Piras
 
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La rubrica di Saverio Lodato  

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