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Questo Padre Coraggio, quest'uomo infiacchito dagli anni, e che oggi arranca con il bastone e con le lacrime agli occhi,  lucida con il fazzoletto le troppe tombe di Palermo.
Legge ad alta voce i nomi scolpiti sulle lapidi e sui cippi funerari.
Si aggira a passo lento fra i vialetti dei cimiteri, per guidarci a scoprire i “tesori nascosti” che riposano qui: nomi, cognomi, date, le migliaia di martiri che ancora oggi chiedono giustizia, verità, parole chiare, processi, sentenze definitive, in questo nostro Paese eternamente sospeso perché sia data ai colpevoli, brutali macellai e sofisticati mandanti, la possibilità di continuare a vivere in bellezza, liberamente fra noi, perché da noi è così che funziona, la giustizia ha da essere sempre controversa, mai definitiva, mai risolutiva.
L’uomo di cui stiamo parlando si chiama Vincenzo Agostino e ha 84 anni. Si vide uccidere e si vide morire il figlio sotto gli occhi, insieme alla sua giovanissima moglie incinta, quasi di fronte alla porta di casa. Accadde più di 30 anni fa.
Era il 5 agosto 1989, quando Nino Agostino, agente della polizia di Stato in servizio a Palermo, sua moglie Ida Castelluccio, 19 anni, incinta da un mese, vennero assassinati, uno a fianco all’altra, da un commando di uomini armati. E per qualche metro, entrambi agonizzanti, si trascinarono mano per mano verso il cancello di casa. Il luogo: la spiaggia di Villagrazia di Carini, a pochi chilometri da Palermo. Mare limpido, giornata di sole.
Esecuzione, si ricostruì dopo, dalle modalità feroci, per la assoluta mancanza di pietà dimostrata dai killer.
Nino Agostino dava la caccia ai latitanti mafiosi di quegli anni, lavorava sotto copertura nei servizi segreti, che però, dopo il duplice delitto, non ebbero mai il coraggio di ammettere la circostanza.
Per ciò fu assassinato, per quel suo lavoro “segreto”.
Ma fu assassinato solo dalla mafia? E chi può dirlo? Visto che un processo per 30 anni non è mai stato celebrato. E solo da un paio di anni, per l’impulso dato alle indagini da Roberto Scarpinato, ex procuratore generale a Palermo, finalmente se ne sta celebrando uno.
Eppure fu la mafia a far tutto da sola, si disse e ripeté sino alla nausea. Sarà.
Ma è stata proprio questa la versione comoda, e di comodo, che Vincenzo Agostino, il papà di Nino, non ha mai condiviso. Come non la condivise mai sua moglie, Augusta Schiera, venuta a mancare tre anni fa.
Versione comoda, e di comodo, che non condivide neanche Flora Agostino, la sorella di Nino, che oggi prende la parola in un film dedicato a Nino e Ida.
Oggi, infatti, si deve a un film documentario, intitolato “Io lo so chi siete” - diretto da Alessandro Colizzi, scritto da Silvia Cossu (coproduzione di Massimiliano La Pegna, distribuzione il 21 marzo in 25 città italiane grazie alla MESCALITOFILM) -, se viene spalancato un dossier degli orrori di Stato in cui la mafia - e questo ormai lo hanno capito tutti- non fece altra parte che quella del diligente comprimario.
Film coraggioso, verrebbe da dire con i tempi che corrono.
Film antiretorico, perché prendendo spunto da una storia singola e da un nome solo, riesce a allargare l’orizzonte sui decenni di sangue di Palermo.
Vincenzo Agostino, oggi si fa carico di andare per le scuole, nei presidi sulla legalità in cento città italiane sotto le bandiere di Libera, nei cento processi in cui vengono richieste le sue testimonianze. Si è convinto da tempo che il figlio fu ucciso da un micidiale mix di Stato e mafia che si ha tutto l’interesse a tenere nascosto.
“Io lo so chi siete”: è il titolo, lo dicevamo, del film documentario. Ma è molto, molto di più. E’ quasi la voce della consapevolezza collettiva che queste, e qui non parliamo delle storie dei film, ma parliamo delle storie vere che ispirano i film, furono storie scritte da registi dell’orrore che girano ancora fra noi.
Se la Rai facesse vedere agli italiani “Io lo so chi siete”, il servizio pubblico farebbe una sua meravigliosa figura.

Foto © Our Voice

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La rubrica di Saverio Lodato

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