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Conobbi David Sassoli, una trentina di anni fa. Lo conobbi, sul lavoro, in Sicilia, in un'epoca che sembrava sarebbe stata infinita e invece poi sarebbe volata via, l’epoca dei lutti, delle stragi, dei veleni, dell’epopea del "pool", di Caponnetto, Falcone e Borsellino, del primo riscatto antimafia, quando gli inviati di vaglia dei giornali venivano spediti giù in una terra maledetta, la Sicilia, troppo grande troppo tragica per essere capita a tavolino, da remoto, come si direbbe oggi.
David lavorava per “Il Giorno”, allora diretto da Francesco D’Amato, un craxiano di ferro, e del quale lui, quando era a cena coi colleghi, sapeva fare un’imitazione irresistibile.
David era cattolico, un “po'” democristiano, come gli dicevo scherzosamente, per sentirmi replicare che, invece, io ero un “po'” comunista, il che però non ci impedì di stabilire un rapporto fraterno che si sarebbe conservato.
E ne facemmo servizi insieme, lui per “Il Giorno”, io per “L’ Unità”. Spesso andavamo in trasferta insieme.
La macchina, da un capo all’altro della Sicilia, la guidava lui. E a lui toccava il privilegio di cambiare i canali radio, alla spasmodica ricerca di musica classica, che interrompeva solo per i giornali radio i cui orari, nell’arco della giornata, conosceva a memoria.
Passammo anche dei guai professionali, a Tortorici, paese del messinese - composto da 99 contrade - spalmato sugli inaccessibili Monti Nebrodi.
Perché finimmo li?
Perché erano tutti di Tortorici i taglieggiatori dei commercianti di Capo D’Orlando (paese questo della costa del messinese), il famigerato racket del pizzo che era finito finalmente sotto processo (nel comune di Patti), grazie anche alle coraggiose denunce di Tano Grasso, a sua volta imprenditore e nativo proprio di Capo D’Orlando.
Fummo accompagnati nelle 99 contrade da due camionette dei carabinieri. Scorta che gli uomini dell’Arma ci proposero garbatamente, perché non girava buona aria nei confronti degli inviati che stavano seguendo il processo.
David e io rimanemmo di sasso quando, man mano che ci inerpicavamo, gli stessi militi ci facevano notare che da un cocuzzolo all’altro di quei monti avvenivano scambi di fumo per segnalare l’avvicinarsi delle forze dell'ordine. Trascorremmo una mezza giornata a Tortorici.
Il pomeriggio tornammo a Capo D'Orlando, in albergo, lo stesso in cui Gino Paoli aveva composto negli anni sessanta “Sapore di sale”, e scrivemmo i nostri articoli che, ironia del destino, “Il Giorno” e “L’Unità” avrebbero titolato, quasi in fotocopia, le “99 tane del Lupo”.
Apriti cielo.
Fummo svegliati all’alba dell’indomani dai poveri carabinieri i quali, a loro volta, avevano ricevuto da Roma telefonate di fuoco dei loro superiori del Comando Generale dell’Arma, furibondi per il servizio di “accompagnamento” che avevano garantito a un inviato un “po'” democristiano, e a un altro un “po'” comunista, che rovinando l'immagine di un paese per bene stavano creando un putiferio.
Beh. Per dirla sino in fondo.
David e io ce n'eravamo allegramente fottuti del fatto che a Tortorici il PCI aveva la maggioranza assoluta, che il sindaco era comunista, e tanti di quegli iscritti comunisti erano strettamente imparentati con diversi imputati per il racket di Capo D'Orlando. E di tutto questo c'è traccia, per i lettori più curiosi, nella rubrica delle lettere dell’Unità, - allora diretta da Emanuele Macaluso -, in quanto anch’io passai il mio brutto quarto d'ora.
Avevo incontrato David per caso, a Roma, in corso del Rinascimento, lo scorso aprile, in pieno lockdown. Io in compagnia della mia compagna, lui dell’ex ministro Giuseppe Provenzano. Incontro caloroso, quasi tra vecchi reduci, come va in questi casi, e con la reciproca promessa di rivederci presto. Capii che qualcosa non andava quando, alla prima notizia che si era beccato il COVID (notizia poi smentita), gli inviai un messaggio d’augurio al quale, diversamente dal solito, non mi rispose.
Ciao David.

Foto © Imagoeconomica

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La rubrica di Saverio Lodato

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