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La più grande fortuna che ha avuto l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, fortuna immeritata alla luce della gravità degli scandali che l’hanno sbattuto sui giornali, sta nel fatto che il destino ha voluto che a presiederlo sia stato il Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Uno che di equilibrio dei poteri se ne intende. Uno di profondi e solidi studi giuridici. Uno che, se i sondaggi manifestassero curiosità in tal senso, apparirebbe senza dubbio il più gradito e stimato dagli italiani fra quelli che si sono avvicendati al Sommo Colle, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi.
Tutte constatazioni ovvie, ma che ogni tanto vale la pena rimembrare.
E dire che, inizialmente, Mattarella, perfino agli occhi di molti esponenti politici che lo stavano eleggendo, risultava, sotto tanti aspetti, un rebus avvolto da un enigma che sta dentro un mistero, per dirla con Churchill.
Gli interrogativi che provocavano tanta incertezza diffusa, nascevano dal fatto che Mattarella era un siciliano, etnia sempre un po' difficile da padroneggiare (Leonardo Sciascia diceva: “Noi siciliani risultiamo antipatici”); che era di pochissime parole; e che, infine, aveva alle spalle l’uccisione del fratello, Piersanti, assassinato dalla mafia, proprio mentre, da presidente della Regione, ne ostacolava le trame e i piani. Insomma: a Sergio Mattarella non era facile prendere le misure. E non faceva parte delle parrocchiette.
Non per particolari doti divinatorie, ma semplicemente avendolo conosciuto personalmente a Palermo, in anni lontani e non sospetti di future elezioni, ne scrissi qui, il giorno della sua investitura, chiedendomi quanti dei suoi stessi elettori avessero capito sino in fondo che stavano facendo davvero la scelta giusta.
Ora, però, per Mattarella è tempo di conto alla rovescia.
E lui, in tante occasioni, ha già lasciato intendere di non aspirare a un secondo mandato: perché a un capo dello Stato un giro di valzer dovrebbe bastare e avanzare e perché non sarebbe carino imporre al paese un presidenzialismo obtorto collo (obtorto colle?), approfittando di un’Italia che - si sa - è in perenne emergenza.
Infine, ha fatto simpaticamente trapelare che per lui è tempo di valigie e di trasloco.
Altro discorso, invece, è quello di certi commentatori, che fanno i cretinetti, dicendo: “Mattarella non vuole più fare il presidente della Repubblica, ma se tutti andassero a chiederglielo con il cero in mano, come fecero con Napolitano, forse ci ripenserebbe…”. Ma questo solo per dire che a volte, nel far paragoni, si scade, magari inconsapevolmente, nella maleducazione.
Ma torniamo al CSM di cui si diceva all’inizio. E non è un caso che proprio in questi giorni Mattarella sia tornato sull’argomento, di fronte a platee di giovani magistrati, auspicando un radicale cambiamento delle regole elettive dell’organo di autogoverno della magistratura perché l’attuale andazzo non può più continuare.


i nemici della giustizia cop 2

In conclusione.
Mattarella non ci appare iscritto al club di quei simpaticoni che intendono approfittare della situazione in cui si è venuto a trovare il CSM per dargli il definitivo colpo di grazia. Tutt’altro.
Auspica che il CSM, da solo, sappia risollevarsi, ritrovando la retta via tracciata dai padri costituenti. E con questo auspicio intende chiudere la parentesi del suo mandato.
Si leggono sui giornali, in questi giorni, i nomi di tanti papabili alla sua poltrona che sta per restare vacante.
Candidature di partito, candidature di movimento, candidature di genere. E, persino, qualche autocandidatura.
Molti nomi, a nostro personale giudizio, sono impresentabili, altri improponibili, altri persino risibili. Ma non essendo noi grandi elettori, i nomi ce li teniamo per noi.
Una cosa, però, dovrebbe essere chiara.
Per Costituzione, il Capo dello Stato va a presiedere il CSM.
La prima regola aurea vuole che il Capo dello Stato manifesti equidistanza e equanimità. E anche, aggiungiamo noi, disinteresse.
Disinteresse personale, per capirci, rispetto alle questioni che riguardano giustizia e magistratura. Teniamo almeno questa carica istituzionale fuori dai conflitti di interesse, grandi o piccoli che siano, che stanno ammorbando mezz’Italia.
Insomma: chi pensa di salire al Sommo Colle per chiudere i conti con i rappresentanti del controllo della legalità nel Paese, prego andare. Come diceva una canzone di Enzo Jannacci.
Anche se, purtroppo, di altri Sergio Mattarella non è che se ne vedano tanti in giro. E speriamo di non doverlo rimpiangere in tempi troppo brevi.

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La rubrica di Saverio Lodato

Foto © Imagoeconomica

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