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Non vorremmo essere irriverenti, proprio in occasione del ventinovesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano - strage di Via D’Amelio, giusto per capire di che stiamo parlando. Irriverenti verso chi ci ha lasciato la vita, per mano di mafia e di mafia e Stato e di Stato e mafia. Ci sia scusata la lungaggine, ma i retroscena di via D’Amelio sono assai controversi.
Ma il fatto è che la riforma della giustizia, di cui si sta discutendo in questi giorni, ci lascia assai perplessi.
Abbiamo letto, e abbondantemente, che questi primi sprazzi di possibile modifica, non piacciono a Gian Carlo Caselli, uno degli autentici decani della lotta alla mafia, a Palermo,
Si dice molto contrario Alfonso Sabella, che per molti anni, proprio a Palermo, lavorò con Caselli, e a stretto contatto di gomito. Addirittura sostiene che tale sarebbe la riforma di chi in vita sua non ha mai messo piede in un Palazzo di giustizia.
Non ricerca parole più temperate Nicola Gratteri, che ormai da tempo, sull’inadeguatezza di questi sprazzi di riforma, batte e ribatte. Per giungere alla medesima conclusione: non li condivide. E, in questo caso, stiamo parlando di uno dei magistrati più specializzati nella lotta alle ndrine calabresi.
Non cambia la musica quando, sul punto, si ascolta Nino Di Matteo, altrettanto scettico, altrettanto critico, altrettanto stupefatto, come tutti gli altri. E sappiamo chi è e cosa rappresenta Di Matteo.
C’è Roberto Scarpinato, che scrive e torna a scrivere sull’argomento, perché non si capacita della direzione che, su materia talmente delicata, si intenderebbe prendere. Nei suoi articoli ha adoperato bisturi e cacciavite per evidenziare lo stato dell’arte dell’attuale proposta di riforma. E anche lui emette una sonora bocciatura.


il patto sporco 820 546

Ma non di soli magistrati si nutre la grande contrarietà alla quale stiamo assistendo, se è vero come è vero che persino uno degli penalisti fra i più rinomati, l’avvocato Franco Coppi, ha pubblicamente manifestato tutto ciò che non lo convince.
Direte: e allora?
Chi scrive, conosce, da oltre trent’anni, tutte le persone appena nominate.
Come le conoscono tutti gli italiani.
Stiamo parlando di magistrati che hanno fatto la lotta alla Mafia e alla ’Ndrangheta nei decenni in cui i governi e i Parlamenti o dormivano o guardavano da un'altra parte.
E’ vero che gli italiani, e noi siamo fra questi, non hanno capito granché dell’oggetto del contendere, non prestandosi la materia a facili banalizzazioni.
Ma in compenso gli italiani hanno perfettamente capito che se nessuno degli addetti ai lavori condivide l’attuale progetto di riforma della giustizia, avranno sicuramente i loro buoni motivi e non hanno ragioni per dire una cosa per un’altra.
In conclusione, gatta ci cova.
Ecco perché la ministra della giustizia, Marta Cartabia, qualche domandina dovrebbe porsela.
Va bene che la riforma la chiede l’Europa.
Va bene che il premier Draghi spinge per un’accelerazione.
Ma la ministra Cartabia ha il preciso dovere di ascoltare innanzitutto quegli operatori che da decenni affrontano la materia. Altre strade praticabili non ce ne sono.
Si può essere anche televisivamente simpatici, ma non bisogna esagerare.

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La rubrica di Saverio Lodato

Foto © Imagoeconomica

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