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Ora che sono trascorsi venticinque anni, Giovanni Brusca, il super killer di Capaci, ma anche il super collaboratore di giustizia che in decine e decine di processi inchiodò alle sue responsabilità decine e decine di mafiosi, ha lasciato per sempre il carcere di Rebibbia, dove aveva ininterrottamente vissuto in isolamento.
Se ne va libero, con i suoi piedi, all’aria aperta.
Per quattro anni sarà disposta una sorveglianza intorno alla sua persona, come ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, ma da cittadino libero che ha scontato la sua pena.
La notizia fa impressione, suscita reazioni emotive e viscerali, al limite dell’indigeribilità. Ma doveva accadere.
Ed è per questo che siamo giunti al momento della verità.
Un destino amaro vuole che questa Legge, che oggi i giudici stanno semplicemente applicando, fu fortissimamente voluta proprio da Giovanni Falcone che fu la vittima principale, a Capaci, proprio di Giovanni Brusca, il suo principale carnefice.
Non è una riflessione nostra.
Sono parole di Maria Falcone, la sorella del giudice assassinato insieme a Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani.
Ha dichiarato a caldo Maria Falcone: “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che per altro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata”. E ci sono voluti anni, come si avrà modo di leggere più avanti, perché Maria Falcone giungesse alla sofferta - e come darle torto? - conclusione di oggi.
C’è invece chi non capisce mai.
Molti di quelli che oggi gridano allo scandalo, di fronte al Brusca che torna in libertà, sono gli stessi che chiedono la liberazione dei mafiosi ergastolani che non hanno mai collaborato con la giustizia né hanno alcuna intenzione di farlo.
Per i mafiosi incalliti, e che restano tali, ci vorrebbero ponti d’oro, scivoli e carreggiate privilegiate per lasciare le patrie galere.
Giovanni Falcone invece aveva chiarissima nella sua testa la legge che avrebbe dovuto favorire le collaborazioni di giustizia per mettere in ginocchio per sempre Cosa Nostra.
E Giovanni Brusca, incredibilmente, è il primo a beneficiarne, trovandosi di fronte uno Stato che ha rispettato i suoi patti come lui li ha rispettati in tutte le sue deposizioni processuali.
E’ esattamente questa la legge che voleva Giovanni Falcone. E che un Parlamento di ignavi approvò solo a strage di Capaci compiuta.
Un Giovanni Falcone il quale, aggiungiamo infine, non avrebbe voluto sconti per i mafiosi non disposti, per principio, a collaborare con la giustizia.
Giovanni Falcone la lotta alla mafia la voleva fare seriamente. E la faceva seriamente.
Il resto sono chiacchiere.
Molti di quelli che oggi gridano allo scandalo, e che grideranno nelle prossime ore, temono che questa vicenda dia adito ad altri pentiti di raccontare sino in fondo tutto quello che sanno. Soprattutto su temi incandescenti, come i rapporti ancestrali fra mafia e Stato, mafie e istituzioni, mafia e potere. Ma qui il discorso si farebbe lungo.
Non vorremmo essere nei panni della ministra Marta Cartabia, chiamata al compito titanico di riformulare in questi giorni il funzionamento della giustizia italiana.
Giovanni Falcone non è un santino da esporre nelle fiere paesane, è un’eredità ingombrante nella storia del nostro Paese.
Una delle sue eredità migliori, proprio per questo ingombrante, ingombrantissima.



L'Italia è un paese per mafiosi, non per pentiti, come Giovanni Brusca

di Saverio Lodato - 7 Ottobre 2019

Conobbi Giovanni Brusca, oltre vent’anni fa, nel suo isolamento nel carcere romano di Rebibbia, a un paio di anni di distanza dalla sua cattura in una villetta di San Leone, in provincia di Agrigento (20 maggio 1996).
Era l’uomo di Capaci, quello che aveva azionato il telecomando, assassinando così Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, i poliziotti Antonino Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani.
Era l’uomo che aveva commesso - per sua stessa ammissione - fra i cento e i duecento omicidi.
Era l’uomo che aveva dato ordine ai suoi gregari - mafiosi come lui - di sequestrare, e poi strangolare il piccolo Giuseppe Di Matteo, di appena quindici anni, perché il padre - Santino - si era pentito, collaborando così con la giustizia italiana.
Criminale sino al midollo, mafioso discendente di famiglia di altissimo lignaggio mafioso - i Brusca di San Giuseppe Jato furono tradizionalmente alleati di Totò Riina -, Giovanni Brusca era stato uno dei carnefici di punta della Cosa Nostra "corleonese" in quasi vent’anni di escalation sanguinaria che provocò migliaia di vittime.
Volli incontrarlo perché se il suo mestiere era quello del mafioso, il mio è quello del giornalista.
Non c’è molto da capire, o da aggiungere.
E potrei enumerare decine e decine di altri casi di grandi criminali, comuni o "politici", che sotto ogni latitudine hanno raccolto le loro memorie di fronte al taccuino di un giornalista.
Il libro che venne pubblicato al termine dei nostri colloqui esiste ancora, perché da allora viene ristampato ininterrottamente. A riprova che i lettori non hanno mai trovato nulla di strano nel fatto che un giornalista intervistasse un criminale in isolamento. Ma per completezza d’informazione va anche detto che, quasi subito dopo l’arresto, Giovanni Brusca aveva già intrapreso la strada della collaborazione con i magistrati. Prova ne sia che, per incontrarlo in carcere, dovetti ottenere il via libera di quasi una ventina di giudici, sparsi in tutt’Italia, che indagavano a vario titolo, e per un infinita quantità di reati, proprio su di lui. Sarebbe bastato che una sola delle mie richieste fosse stata respinta e io non sarei mai stato ammesso ai colloqui con Brusca.
Il libro reca un titolo forte: "Ho ucciso Giovanni Falcone" (Mondadori) e resta l’unica testimonianza dal vivo del killer di Capaci.
All’uscita in libreria, Maria Falcone, con dichiarazioni alle agenzie di stampa, si espresse duramente, affermando che lei non avrebbe mai dato possibilità di parola a un criminale.
Sono trascorsi vent’anni.
Giovanni Brusca, per ammissione ancora una volta di decine e decine di corti che lo hanno esaminato, è risultato veritiero e collaborativo in tutte le sue deposizioni.
Maria Falcone oggi, di fronte all’eventualità che la Cassazione dopo ventitré anni di carcere riconosca a Brusca gli arresti domiciliari, torna a ribadire quello che ha sempre detto: che Brusca, in parole povere, non è meritevole di niente. E’ un punto di vista che capisco.
Non scrivo queste note per spezzare lance a favore di Brusca.
Mi limito però ad osservare che, insieme a Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca, per un’epoca differente della storia di Cosa Nostra, è stato il più grande collaboratore di tutti i magistrati intenzionati a contrastare il fenomeno mafioso.
Proprio in queste ore, e ne parliamo nell’articolo pubblicato di seguito, e sotto forma di ironico paradosso, la Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) sta decidendo in merito al superamento dell’ergastolo per tutti i mafiosi attualmente detenuti, indipendentemente dal fatto che si siano pentiti.
Stranamente, anche se per noi non c’è nulla di strano, non si è levata nessuna voce di protesta.
Giornali e tv stanno ignorando la notizia.
Che vogliamo fare?
Rispedire a casa tutti i mafiosi e gettare le chiavi per Giovanni Brusca? Sarebbe alquanto bizzarro.
Sarebbe l’ennesimo scempio alla memoria di Giovanni Falcone.
Il quale - lo ricordiamo a chi non lo sa, o preferisce dimenticarlo - riteneva che la figura del collaboratore di giustizia andava incentivata e, nel caso di mantenimento del patto, adeguatamente corrisposta dallo Stato. C’è una legge in tal senso. E proprio da lui voluta. Se non piace, il Parlamento può abrogarla in qualsiasi momento.
E su questo anche Maria Falcone dovrebbe convenire.

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La rubrica di Saverio Lodato

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