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Con una mano sparare e con l’altra scrivere, richiede molta perizia, e convinzione netta nelle proprie idee. Non furono molti i partigiani scrittori, i partigiani giornalisti, i partigiani intellettuali.
Il fascismo, la guerra, la Resistenza, non erano stati i contesti ideali per svolgere al meglio entrambe le attività, quella del combattente, quella del divulgatore d’informazione e di cultura. Questo è persino ovvio.
A guerra finita, deposte le armi da entrambe le parti, i partigiani diventarono sempre di più “ex”, ex partigiani; protagonisti cioè di un passato ormai chiuso, da dimenticare, da archiviare per sempre. Ne sopravvisse - retoricamente, questo sì, - l’epopea, destinata però a scemare nella nuova Italia che non volle mai indirizzarsi seriamente lungo le direttrici di quei valori che erano stati alla base della cacciata dei nazisti e della caduta del fascismo.
Oggi arriva fra le nostre mani, a sei anni dalla morte del suo autore, un libro scritto ad alta voce, verrebbe da dire, da Massimo Rendina, insieme alla collega Silvia Resta, sconvolgente per l’analisi che vi è racchiusa di questi quasi ottanta anni di Repubblica italiana. E sotto tantissimi profili.
Innanzitutto, per il coraggio che Rendina manifestò, ormai 95enne, nel raccontarsi a Silvia Resta.
Rendina, che aveva preso parte nell’esercito fascista alla disastrosa campagna di Russia, fu poi partigiano in Piemonte, attivo nella Liberazione di Torino, più volte ferito, spesso vivo per miracolo. Nome di battaglia: Max. Grado militare: Capo di stato maggiore della prima divisione Garibaldi.
Ma siccome fu anche partigiano giornalista - è il titolo del libro: "Il Giornalista Partigiano" (“All Around, Fondazione sul giornalismo Paolo Murialdi”) - , per una serie di vicissitudini che sono spiegate, diventerà, nell’Italia del dopoguerra, il primo direttore del Tg1 della Rai. E avrebbe ricoperto, fra l’altro, l’incarico di vice presidente nazionale dell’Anpi.
Si diceva del coraggio nella narrazione.
E basti questo passaggio a rendere l’idea: “Abbiamo fatto assalti e agguati contro i fascisti. Io ero esperto d’esplosivi perché nell’esercito avevo fatto il corso guastatori e ho potuto così mettere a frutto le mie conoscenze. Abbiamo compiuto omicidi. Ho preso parte a inseguimenti, fucilazioni, impiccagioni. A ripensarci, ancora mi vengono i brividi. La Resistenza era dura e impietosa, come la guerra”.
Non si indulge su quel passato più del dovuto, ma non si truccano le carte, non si bara, quando si tratta di ricordare quali furono i comportamenti militari che si resero necessari durante la Resistenza.
Rendina almeno non lo fa, a differenza di tantissimi altri che, a guerra finita, lo avrebbero fatto, da una parte e dall’altra.
Sparare, si diceva, con una mano, e con l’altra scrivere.
Ed è la storia del passaggio dalla stampa clandestina, di opposizione (L’Unità, L’Avanti, Il Popolo, La Voce Repubblicana) alla stampa dell’Italia liberata, quando finalmente i giornali tornarono a essere scritti e letti alla luce del sole. Anche la storia della rifondazione dell’ordine dei giornalisti, che il fascismo aveva ridotto a simulacro corporativo. Tutti momenti entusiasmanti che videro il ruolo determinante del partigiano Rendina.
Il libro contiene ritratti e aneddoti che riguardano Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, e altri grandi firme che lui ebbe modo di conoscere o soltanto incrociare.


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La giornalista-scrittrice, Silvia Resta


Poi, a metà degli anni 50, la televisione che irrompe nelle case degli italiani.
E ancora pagine inedite su quei primi tg, sui nomi di allora: da Sergio Zavoli a Ugo Zatterin, dal maestro Alberto Manzi a Ruggero Orlando a Gianni Bisiach, da Antonio Piccone Stella a Umberto Eco; da Giacomo De Benedetti a Luigi Barzini junior, da Tullio Kezich a Oreste Del Buono.
In quell’Italia, in cui la modernizzazione stava anticipando a grandi falcate gli anni del boom, la Rai tentava di unificare l’arcipelago dei dialetti, con un italiano che fosse accessibile a tutti, e con le prime rudimentali tecniche di importazione inglese e americana.
Erano i primi tg che - come racconta Rendina - dovevano innanzitutto dare le notizie che, nell’ordine, riguardavano il Papa, il capo dello Stato, il Presidente del consiglio. O che, nelle partite di calcio, facendo affidamento su un’unica telecamera, si poteva seguire solo un calciatore alla volta. Gli anni, anche, delle prime tribune politiche in bianco e nero.
Era la Rai, guidata da alcuni pionieri che si avventuravano in un nuovo mondo, consapevoli però di camminare su un tappeto di uova e sui quali pendeva la tagliola della censura governativa e democristiana.
E anche a lui fu presentato il conto.
Ecco il suo racconto: “Sono stato direttore del telegiornale un paio di anni. Poi fui cacciato". Proprio così: cacciato. Su due piedi mi fu comunicato che avrei dovuto lasciare “perché ero comunista”. E sarebbe lungo ricostruire l’elenco di quei giornalisti voltagabbana che dopo aver sostenuto Mussolini ne erano diventati i più fieri oppositori.
Quanto alla ragione del licenziamento di Rendina, va ricercata nel fatto che si era rifiutato di mandare in onda un servizio sul giorno della Befana, con Rachele Mussolini che aveva distribuito doni ai bambini di Roma. “Servizio marchetta” - si direbbe oggi - che l’allora ministro, democristiano e fascista, Fernando Tambroni aveva solennemente “promesso” alla vedova del Duce affinché si ripulisse in qualche modo l’immagine. Concludendo.
È bene sapere che lo zio di Massimo, il colonnello, Roberto Rendina, rientra fra le vittime del massacro delle Fosse Ardeatine.
È bene sapere che Massimo Rendina fu amico personale di Aldo Moro, e ammesso nel circolo dei suoi più fedeli collaboratori. E che fu proprio Moro a pretendere poi la sua riassunzione in Rai, dopo il licenziamento.
È bene, infine, sapere che nel libro sono contenuti giudizi assai duri sul berlusconismo e sull’enorme conflitto d’interesse che ha condizionato per oltre un ventennio la politica italiana. Mai risolto, per altro.
È morto a 95 anni, lo dicevamo. E ha lasciato due figli, Federico e Sebastiano che hanno fornito il materiale fotografico a corredo del racconto. Ne sono occorsi altri sei, di anni, perché la sua voce giungesse a noi, forte e chiara.
Non fosse stato per Silvia Resta, i suoi nemici ce l’avrebbero fatta. L’avrebbero condannato al silenzio e all’oblio. Avrebbero fatto diventare anche lui un “ex”, un ex Giornalista partigiano.
Oggi le sue pagine ci fanno capire quanto sia sempre stato difficile fare informazione in Italia.
Anni fa, lo scrittore cubano Miguel Barnett concluse una sua poesia dedicata a Ernesto Che Guevara, con queste parole: "Non che io voglia dare penna per pistola, però il poeta sei tu”.
Parole che in certi casi, in casi come questo, possono rendere l’idea.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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La rubrica di Saverio Lodato

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