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Quando, qualche giorno fa, il maestro Ignazio Garcia mi ha chiesto, con l’affetto che viene in noi da una lunga frequentazione, di produrre un video per ricordare i miei amici, Luigi e Manlio, che purtroppo ormai se ne sono andati a breve distanza uno dall’altro, ho risposto che non ne sarei stato capace. Ignazio ha capito perfettamente. Ma i tempi questi sono, che tutto si fa da remoto. 
Ho preferito allora ricordare, con un vecchio testo scritto, cosa hanno rappresentato per me Luigi, Manlio, Ignazio e Giangaspare, gli anni del Brass, quando ci si incontrava, si cenava insieme, si beveva, anche, e si rideva davvero di gusto. Ed è ricordo attualissimo, che non avrei saputo restituire "da remoto".



"Storie di jazz e non solo", l'ultimo libro di Luigi Giuliana

di Saverio Lodato
Ho un ricordo che parte da lontano.
Esattamente quarant’anni fa, ai primi dell’agosto del 1974, mi capitò di visitare il Medio Oriente, che anche allora era un teatro di guerra, come lo era da quasi trent’anni prima, con la costituzione dello Stato di Israele, e come lo è rimasto sino a oggi, nonostante centinaia di migliaia di morti, il sacrificio di leader di Stato considerati troppo "morbidi" dai radicalisti d’entrambe le parti, l’uccisione di quei rari uomini di pace che via via si sono alternati su quel palcoscenico insanguinato nella speranza, fallace, che la bilancia, alla fine, avrebbe prevalso dal lato del comune buon senso.
Con un volo diretto da Roma, un charter "Alitalia" - prezzo del biglietto 52 mila lire -, raggiunsi Beirut dopo quasi tre ore di un viaggio scomodissimo, dove però la scomodità non dipendeva dalle caratteristiche del velivolo della compagnia di bandiera, ma dal fatto che il mio vicino di posto era un uomo grande e grosso, di carnagione scura, taciturno, apparentemente inespressivo, decisamente ingombrante. Dovetti lottare per l’intera durata del volo per strappargli qualche centimetro del bracciolo destro del mio sedile che lui invece, giustificato in questo, almeno parzialmente, dalla sua corporatura massiccia, riteneva, inconfutabilmente, appartenergli del tutto. E di diritto.
L’uomo indossava dei pantaloni di tela molto larghi, color cachi, e una sahariana, altrettanto comoda, di color verde mimetico, militare. Aveva una barba nera molto folta, dava l’idea di un personaggio di estrazione sociale miserabile uscito dal sottosuolo di una città ottocentesca ai primi barlumi della civiltà industriale. Durante il volo il mio compagno di viaggio divorò un intero casco di banane riponendo le bucce in un sacchetto di carta oleata, non esistendo ancora i sacchetti di plastica dei supermercati, e pulendosi le mani alla meno peggio sulla sahariana che a uno sguardo più attento mi parve fosse unta e bisunta già da parecchi giorni.
Fra una banana e l’altra, il mio vicino, accendeva in continuazione mega sigari "Romeo y Julieta", di provenienza cubana, la cui vendita in quegli anni era tassativamente proibita in Europa, causa l’embargo che colpiva l’isola dove Fidel Castro era andato al potere, e che potevi acquistare solo oltre la cortina di ferro, a esempio in Cecoslovacchia e in Ungheria. Il che aumentava la mia curiosità.
Mangiava banane, fumava sigari, spingeva il gomito, il mio vicino di posto. E, in questa estenuante guerra di logoramento, ovviamente, vista la sua corporatura, vinceva sempre lui. Non scambiammo una parola per l’intera durata del viaggio. Né, con lui, ebbe maggior fortuna la hostess "Alitalia" quando gli propose le bevande di rito (allora l’Alitalia non risparmiava…), e che venne praticamente ignorata.  
Quando Dio volle, atterrammo a Beirut.
Ricordo un vento caldo, che ormai era notte, che le prime iscrizioni dentro l’aerostazione erano esclusivamente in arabo, che il personale era armato di mitragliette, ma non so se già allora ci fossero i kalashnikov.
Con la mia fidanzata, splendida ragazza che oggi non c’è più, che aveva viaggiato con me e non mi aveva dichiarato alcuna guerra con il bracciolo sinistro del sedile, prendemmo un taxi per raggiungere Beirut.
Quale fu il nostro stupore quando, entrando in periferia, vedemmo i piani bassi dei primi grandi grattacieli che costeggiavano la costa che si affaccia sul Mediterraneo tappezzati da un’interminabile via crucis di manifesti in bianco e nero, che si snodava sino al centro città, e che riproducevano il faccione scuro e barbuto dell’uomo che mangiava banane e fumava sigari cubani e spingeva di gomito, che recavano la scritta: "Beirut: Charles Mingus domani in concerto…".
Allora, pur essendo totalmente digiuno di musica Jazz, avevo però già captato il nome di Mingus, il che fu sufficiente per farmi sentire un autentico cavernicolo che non aveva saputo riconoscere l’uomo che mangiava banane…
Lui era Mingus, e io ero stato solo capace di contargli le macchie di grasso sulla sahariana. Poi, tornato in Italia, ebbi modo di scoprire che Mingus era stato scelto da Castro, i due erano amici, quale ambasciatore per propagandare in Medio Oriente la causa di Cuba, della sua rivoluzione, e del sogno utopico che l’intera America Latina di quegli anni potesse liberarsi per sempre dal monopolio statunitense. 
A Beirut, la costa in prossimità della "grotta dei piccioni", miracolo della natura in mezzo al mare, allora era animata da decine di ristoranti che si susseguivano uno dietro l’altro, con tavoli lunghi una mezza dozzina di metri, concepiti solo per due commensali che sedevano al centro, mentre tutta la superficie del tavolo veniva occupata da portate multicolori che i camerieri elargivano a getto continuo senza che nessuno avesse ordinato alcunché. Oltre le vetrate, un Mediterraneo color indaco che, nessuno se ne abbia a male, non lo vedi neanche in Sicilia. Cos’era il Libano in quegli anni? Era la vetrina di rappresentanza del mondo arabo.
Beirut era città di trafficanti e spie, donne da copertina, quelle delle quali, in Italia, ma solo per sentito dire, aveva cantato il mitico Fred Buscaglione, città di militari, di agenti sovietici, americani, siriani, giordani, giocatori d’azzardo, esuli, falliti, artisti e cantanti che facevano la spola con il Quartiere Latino, una vetrina, appunto, che esponeva di tutto e di più.
Il posto ideale per un’esibizione di Mingus che, come recita il titolo della sua bella autobiografia, era "Peggio di un bastardo"… 
L’indomani, io e la mia amica, entrammo nella casbah, nella Beirut del centro storico, piccola come il cuore di una noce dentro un guscio, con le strade sterrate le fogne a cielo aperto i ragazzini quasi rapati a zero i veli delle donne musulmane che sgattaiolavano con mosse che restavano flessuose nonostante la bardatura dell’abbigliamento gli odori forti delle spezie il richiamo dei muezzin i minareti celesti le targhe sulle agenzie di viaggio dei "taxi cumulativi" che per pochi dollari offrivano nomi di città che evocavano meraviglie da "Mille e una Notte": Damasco, Aleppo, Quneitra, Amman, Petra… 
Qualche anno dopo, quella Beirut sarebbe stata rasa al suolo dall’ennesima guerra. Ma questa è un’altra storia. Il nostro viaggio proseguì sino al Cairo… I ricordi, con gli anni, si sono fatti confusi, si sono accavallati, ma qualcosa è rimasto. Non ne ho mai scritto, né, d’altra parte, ce n’era ragione.
Questi ricordi, invece, mi sono tornati alla memoria proprio ieri, e per questo ne scrivo, ricevendo in dono il libro - appena uscito - del mio amico Luigi Giuliana che si intitola: "Storie di jazz e non solo", edito dalla Fondazione "The Brass Group", che finalmente colma un vuoto enorme. E lo colma per gli appassionati di Jazz, che a Palermo comunque sono alcune migliaia, e, più in generale, per tutti coloro i quali vanno alla spasmodica ricerca di quella Palermo che si è saputa imporre a livello nazionale in controtendenza rispetto alle storie dell’orrore.
E in copertina, quando si dice il caso, c’è proprio una foto di Mingus al contrabbasso (la foto è di Luigi Giuliana), che sorride, lui che non sorrideva mai, durante il suo concerto a Palermo, pochi mesi prima che io lo vedessi mangiar banane...
Questo libro è la ricostruzione, affascinante e puntigliosa, di un’avventura musicale che data da oltre quarant’anni e che, basta sfogliarlo, racconta anche di uomini politici e delle banche siciliane - così solerti nell’ingraziarsi gli ambienti mafiosi e paramafiosi - , che negli anni non hanno mai capito quanto il "Brass" (ne fanno parte ancora oggi, oltre Luigi Giuliana, il maestro Ignazio Garsia, l’architetto Manlio Salerno, il professore Giangaspare Ferro) abbia contribuito all’esistenza di una Palermo migliore. In proposito, mi sentirei di dire, ma sono opinioni, che l’unico uomo politico che lo ha capito sino in fondo è stato Leoluca Orlando, attuale sindaco di Palermo. Ma torniamo al libro di Giuliana.
Consente di scoprire che da Palermo sono passati quasi tutti i grandi del Jazz: da Mingus a Chet Baker, da Tony Scott a Sun Ra, da Pepito Pignatelli a Alberto Alberti, da Charlie Ventura a Philly Joe Jones, da Ornette Coleman, a Oscar Peterson… Come non bastasse, si deve al Brass anche una famosa esibizione di Frank Sinatra allo Stadio della Favorita…
Il libro di Luigi Giuliana non è un palmarès di successi, né il catalogo di una nomenclatura musicale. E’ un grande affresco, semmai, di una Palermo che non si è mai fermata. E contiene anche retroscena esilaranti sul modo di vita di questi mostri sacri. Lo si può leggere tutto d’un fiato, anche non capendo nulla di Jazz.
Ma forse io sono un lettore privilegiato, avendo ormai compreso, anche se ci ho impiegato parecchio, chi era l’uomo che mangiava banane inframezzandole con sigari "Romeo y Julieta"…
Mi spinse di gomito? Dio, perdona i mostri sacri perché non sanno quello che fanno
(10 gennaio 2015)

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mingus charles c tom marcello

Charles Mingus © Tom Marcello is licensed under CC BY-SA 2.0


Manlio Salerno e Luigi Giuliana, che vengono ricordati in questi giorni a Palermo, furono assieme a Giangaspare Ferro e Ignazio Garsia, fondatori del "The Brass Group".
Manlio Salerno è scomparso un anno fa, Luigi Giuliana due anni prima.
A loro la Fondazione del Brass Group dedica un video evento musicale sul web (on demand sui canali social della Fondazione The Brass Group pagina Facebook, Youtube, sito www.brassgroup.it.) che sarà caratterizzato da diversi contributi musicali con brani composti, appunto, da Manlio Salerno "Intro alla Suite", "Circolare Sinistra" e "Viva L'amore" e reinterpretati da Claudio Giambruno con il suo quartetto, Giovanni Conte, Giovanni Villafranca, Paolo Vicari e con la partecipazione straordinaria di Vito Giordano.
E ci sarà anche un vero e proprio percorso in memoria grazie al suono del chitarrista Vincenzo Palermo e Maurizio Zerbo che per il Centro Catalogo della Regione Siciliana ha curato la pubblicazione dei quattro CD "I Grandi Concerti del Brass" registrati proprio da Luigi Giuliana e Ignazio Buttita.
Anche noi partecipiamo alla memoria.

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Foto originale di copertina tratta da Repubblica Palermo

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