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A volte, diceva qualcuno che andava e, anche se ormai morto e sepolto, va ancora per la maggiore, a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca. E fedeli alle parole di Giulio Andreotti, noi, in tutti questi anni in cui si è discusso di trattativa Stato-Mafia, abbiamo pensato male. Abbiamo fatto di tutto per pensare male. Non ci siamo fatti mancare niente, preoccupati di apparire creduloni, di rientrare nel coro mediatico, di reggere il moccolo a scapito dell’evidenza.
Abbiamo pensato male di Giorgio Napolitano, per due volte capo dello Stato, per esempio. Quando - lo ricorderete - piegò perentoriamente le istituzioni ai suoi desiderata, sbarrando la strada a quell'accertamento della verità che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto rappresentare, proprio per la posizione ricoperta, il suo cruccio principale, il suo dovere numero uno, il primo dossier da onorare.
Fece invece - ricorderete anche questo - l’esatto contrario, chiedendo e ottenendo la distruzione delle sue telefonate con le persone sbagliate e al momento sbagliato.
Abbiamo pensato male, di conseguenza, di tutti coloro i quali, armati di penna e calamaio, scrissero lodi sperticate in difesa di un presidente dalla repubblica insolentito dai chiassosi procuratori di Palermo che follemente si erano convinti, per dirla con Andrea Camilleri, che un mondo che nasce tondo può morire quadrato. Pura follia, infatti.
Abbiamo continuato a pensarla male durante i lunghi anni del processo di Palermo quando sembrava a molti che una Corte d’Assise - quella presieduta da Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille - stesse andando alla ricerca delle lucciole, sprecando tempo e danaro dei contribuenti per dimostrare l’indimostrabile: che lo Stato era sceso a patti con la Mafia.
E continuammo ancora, a pensar male, quando fior di giornalisti e professoroni, sociologi con doppio passaporto, commentatori e magistrati, fossero essi in servizio o fuori carriera, avvocati delle parti “incivili” o cariatidi politiche della prima, seconda e terza Repubblica, di destra, sinistra e centro, diedero vita alla crociata della “boiata pazzesca”, così definendo il lavoro investigativo che aveva portato alla sbarra insieme, per la prima volta nella storia, mafiosi, uomini politici, alti ufficiali dei carabinieri.
Abbiamo così continuato a pensar male, di questo e di quello, sino al giorno delle condanne di primo grado al processo di Palermo.
E approfittammo di tutte le occasioni mediatiche (non tantissime) che ci furono offerte per sbandierare ai quattro venti che pensavamo male dei compromessi ai quali era sceso il nostro Stato (anche in questo, forse, si fa peccato, ma prima o poi ci si azzecca).
E osservavamo stupefatti l’altrimenti inspiegabile via crucis professionale alla quale veniva sottoposto, e non solo lui, il pubblico ministero Nino Di Matteo, diventato, suo malgrado, il simbolo di un processo che andava di traverso ai crociati della “boiata pazzesca.”


il patto sporco 820 546

Ricorderete anche questo: bocciature inspiegabili alle sue richieste di entrare a far parte della Procura antimafia, quando gli venivano preferiti colleghi che, paragonati a lui, apparivano con zeru tituli; licenziamento in tronco dalla commissione stragi - quando poi entrò finalmente a far parte della Procura nazionale -, da parte del capo Federico Cafiero de Raho, che prima volle Di Matteo, poi licenziò in tronco Di Matteo, poi riabilitò Di Matteo; i giochi di un prestigiatore di grazia e giustizia, Alfonso Bonafede, che una notte sognò Nino Di Matteo alla guida del Dipartimento penitenziario ma che, al suo brusco risveglio, non ricordò più nulla e se la cavò dicendo che quanto era accaduto era solo un problema “di percezione del dottore Di Matteo”. Non era stato lui a sognare, ma l’altro che aveva visto in sogno... Che racconto che avrebbe saputo scrivere Borges sui sogni di Bonafede...
E noi? Noi sempre lì, a pensar male.
E perché?
Perché i conti non tornavano. Perché ci sembrava assai curioso di vivere dentro un “giallo” permanente, una ridondante fiction criminale, in cui troppi indizi non facevano altro che partorire “prove” all’infinito.
Ora, di fronte a quella Voce di dentro di certa magistratura, rappresentata da Luca Palamara, e in particolare di fronte a ciò che sta emergendo sui perché e sui per come delle autentiche persecuzioni nei confronti di Nino Di Matteo, e tanti altri insieme a lui, in quanto considerati “diversi” rispetto al “Sistema”, ci stiamo accorgendo che non pensammo male abbastanza.
Pensammo male, ma non quanto avremmo dovuto.
Possiamo solo dire a nostra parziale discolpa, che ancora non sapevamo che nelle terrazze romane si tenevano cene per decidere queste o quelle nomine, stroncare queste o quelle carriere, aggiustare questo o quel ricorso, favorire tizio piuttosto che caio o sempronio.
Fermiamoci, ché può bastare.
E ci rendiamo conto da soli che il premier incaricato, Mario Draghi, in un momento come questo, avrà crucci per la testa che non sono piume. E di lui, che è appena arrivato, non abbiamo nulla da pensare, se non tutto il bene possibile, a dar credito a quanto, spontaneamente o servilmente, dicono di lui. Né possiamo aspettarci, né tanto meno chiedergli, di sconfiggere la mafia e le sue complicità con lo Stato Italiano.
Per simile programma essendo necessarie, ci sia consentito il gioco di parole, agguerritissime legioni di Draghi.
Ma nel suo caso, ci viene da pensar bene.
Ci piacerebbe, questo sì, che Mario Draghi lasciasse intendere che neanche lui apprezza una storia d’Italia impastata di ombre e di mistero e che non ha alcuna intenzione di arruolarsi nella crociata della “boiata pazzesca”. Non vorremmo continuare a vivere continuando a pensar male.
Tutto qui.

Foto originali © Imagoeconomica

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La rubrica di Saverio Lodato

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