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E’ vero. Un libro è un libro, nient'altro che un libro. Ma quando questo libro è un libro-intervista, con l’intervistatore che risponde al nome di Alessandro Sallusti, e l’intervistato si chiama Luca Palamara, regola vorrebbe che i giornali almeno ne dessero conto, trattandosi, ed è questo il caso, di un libro-scandalo, urticante, ancor prima che scomodo, che si iscrive a pieno titolo nel filone letterario dei “libri neri”; “neri” per ciò che svelano di sconosciuto al grande pubblico, e su una materia, poi, la vita interna della magistratura, tenuta pregiudizialmente all’oscuro della grande opinione pubblica.
Il che, ma non occorrerebbe dirlo, non significa affatto che un libro del genere sia da sottoscrivere, da trattare come oro colato, da computare come un Vangelo, tenendo anche conto di quanto sia discussa la figura del magistrato Palamara, che vanta lo sgradevole primato di essere il primo magistrato nella storia d’Italia a essere stato cacciato dall’ordine giudiziario, e persino sotto inchiesta, ancora oggi, dei suoi stessi colleghi di Perugia.
Però c’è un però. E questo “però” è grande come una casa.
Il discorsetto autoassolutorio che circola in certi ambienti, secondo cui, provenendo dal pulpito Palamara, ogni sua parola sarebbe da cestinare, non funziona.
Vissuto per decenni in quel mondo, a livelli talmente alti da essere stato definito dai suoi colleghi “Il Sistema”, definizione che lui con un inevitabile vezzo di narcisismo ha finito con il far propria, Palamara veste oggi la duplice veste di Accusato e Accusatore.
Accusato, perché ne ha fatte troppe. E di tutti i colori.
Accusatore, perché ne sa troppe. Perché li ha conosciuti tutti. Perché a lui andavano i politici intenzionati, ed è diatriba che dura da decenni, a regolare per sempre i rapporti con la magistratura. E in magistratura c'era chi ci stava e chi puntava i piedi. Quanto ai politici, invece, par di capire che l’unanimità versus il “controllo della legalità” era passaporto richiesto per accedere al club.
Non giriamoci intorno.
E lo ha già fatto mirabilmente Giorgio Bongiovanni qui su questo giornale, quando ha messo in evidenza che sarebbe un madornale errore parlare di “Magistratura corrotta”, mentre sarebbe molto più giusto parlare di “Magistrati corrotti”, i quali con Palamara andarono a banchetto, a braccetto, se del caso, persino a nozze.
Il tutto a scapito di altri colleghi - vedere sempre Bongiovanni per l’elenco puntiglioso dei loro nomi (da de Magistris a Di Matteo a Ingroia a Scarpinato), ma anche di tanti altri, meno “noti”, che ebbero professionalmente le gambe spezzate - condannati all’oblio, alle minacce di morte, alle umiliazioni di carriera, alla gogna mediatica se i loro nomi erano troppo ingombranti.
Sallusti chiede. E Palamara risponde.
Si può far finta di niente?
Se così dovesse andare, Palamara avrebbe fondati motivi per dire di se stesso che ne hanno fatto un comodo capro espiatorio.
E’ vero quanto racconta Palamara su come andò fra il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede e il pubblico ministero, Nino Di Matteo, in occasione della nuova direzione del Dap?
E’ vero che un magistrato della statura di Giuseppe Pignatone - il quale, sia detto per inciso, vanta anche lui un primato raro: è un magistrato che ha fatto in tempo, nella sua carriera, a servire prima lo Stato italiano e poi lo Stato Vaticano - non gradiva gli orientamenti di Di Matteo rispetto alla trattativa Stato-Mafia, culminati in processo a Palermo?
Ci piacerebbe sapere, e rispondere.
Riteniamo - però- che per molti sia troppo comodo cavarsela dicendo: “è parola che viene dal pulpito Palamara”, quindi parola “fallace” per definizione.
A noi invece, per dirla tutta, piacerebbe assai che la parola al Palamara venisse data sino all’esaurimento.
Anche perché troppe cose, troppi dettagli, troppe circostanze specifiche, troppe chiamate in correità, andrebbero chiarite una volta per tutte nell’interesse delle stesse Istituzioni.

Foto originale © Paolo Bassani

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La rubrica di Saverio Lodato

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