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Anni fa, in quel di Montelepre, un nipote del bandito Salvatore Giuliano aveva messo in vendita, per la gioia di turisti un po’ coglioni, le bottiglie dell’Amaro Giuliano.
Ancora oggi, se andate in quel di Gardone Riviera, sul lago di Garda, troverete in vendita, nei negozietti di fronte all’ingresso del Vittoriale degli italiani, residenza di Gabriele D’Annunzio, tazze e magliette, accendini e posacenere, con stampigliato sopra il faccione di Benito Mussolini, per la gioia di altri turisti un po’ coglioni.
Se andate invece in quella parte di Berlino che fu Berlino est, troverete il museo della Ddr, inneggiante, ancora oggi, a un passato - quello del Muro, dei vopos e dei cavalli di Frisia - difficile da digerire, ma non per i soliti turisti un po’ coglioni.
Ristoranti intitolati alla Mafia, come è noto, in giro per il mondo, ce ne sono sempre stati, forti del successo cinematografico del Padrino, romanzo e film, e della indiscussa fama di Don Corleone, alias Marlon Brando.
Ma non si era ancora visto quel che si è visto in quel di Francoforte sul Meno, dove un ristoratore, anche lui un po’ coglione, ha inteso intitolare il suo locale a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; ma non per onorarne la memoria, semmai per mescolarla (sporcandola, ammesso che sia possibile) alla Mafia, al Padrino, a Don Corleone.
Ben più spaventosi, però, ci appaiono i concetti espressi dal giudice di quella città che ha respinto il ricorso di Maria Falcone contro l’uso distorto del nome del fratello assassinato dalla mafia.
Sono cose vecchie, ha detto il giudice in sentenza, Falcone e Borsellino sono noti a casa loro, e persino gli stessi italiani ormai non si interessano più di tanto alla lotta alla mafia.
A Berlino, verrebbe da dire, c’è un giudice un po’ coglione. Ma un po’ tanto, coglione.

Foto originale © Jacopo Bonfili

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La rubrica di Saverio Lodato

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