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Cambio al vertice della Questura di Palermo, dove Renato Cortese sta per lasciare l’incarico a seguito di una condanna a cinque anni per sequestro di persona. E a nulla vale, come è giusto che sia, l'aver catturato lunga sfilza di latitanti mafiosi, Provenzano incluso. Il capo della polizia, Franco Gabrielli, lascia trapelare che, pur trattandosi di una condanna di primo grado, la sostituzione si rende necessaria per “ragioni di opportunità”. Condividiamo.
La vicenda è nota.
Risale al 2013, e riguarda il rimpatrio - forzato e forzoso - di Alma Shalabayeva, moglie di un presunto terrorista del Kazakhistan. Paese le cui autorità avevano sollecitato pesantemente il governo italiano affinché si facesse carico di un blitz ad personam, poi andato a buon fine, che calpestò, in un colpo solo, diritti umani e regole diplomatiche.
I cinque imputati, fra cui Cortese (allora capo della squadra mobile di Roma), sono stati tutti condannati, dal tribunale di Perugia, a pene superiori rispetto a quelle richieste dal P.M., per sequestro di persona; fatta eccezione per il giudice di pace cui questo reato, pur in presenza della condanna, non è stato contestato. Sin qui i fatti.
Corre però l’obbligo di ricordare che, quando lo scandalo esplose, il capo di gabinetto del ministro degli interni dell’epoca, che era Angelino Alfano, fu costretto alle dimissioni. Vennero anche chieste le dimissioni dello stesso Alfano, ma, come quasi sempre accade in questi casi, non se ne fece nulla, perché vennero respinte.
L’avvocato Franco Coppi, difensore di Cortese, ha osservato: “Che Alma Shalabayeva rimanesse in Italia, fosse trattenuta o espulsa, erano questioni che per lui (si riferisce a Cortese n.d.r.) si possono definire assolutamente irrilevanti”. Intende dire che, a rigor di logica, il suo assistito non aveva motivo di malanimo nei confronti della donna kazaka, e sembra sottintendere - ma questa è illazione nostra - , che Cortese si limitò a eseguire ordini provenienti dall’alto.
il patto sporco alt 300 internaIl fatto è che questa vicenda ci racconta per l’ennesima volta che, in Italia, qualcuno la fa sempre franca. E che si trova sempre qualcun altro cui farla pagare al posto proprio.
Il capo di gabinetto del ministro degli interni di allora si dimise. Il Questore di Palermo oggi se ne va per una condanna a cinque anni.
E Angelino Alfano, di grazia, avrebbe qualcosa da raccontare sull'argomento?
Uscì vertiginosamente dalla scena politica, dall'oggi all’indomani, qualche anno dopo la vicenda. Scelta, la sua, che condividemmo allora, e condividiamo, a maggior ragione, ancora oggi. Non sappiamo dove sia finito Angelino Alfano. Quali attività oggi svolga, se stia scrivendo le sue memorie di ex ministro della giustizia, ex ministro degli interni, ex ministro degli esteri e della cooperazione internazionale. Si dice, però, che abbia ripreso a fare l’avvocato.
Se raccontasse la sua versione del caso Shalabayeva, il quadro sarebbe assai più completo? Può darsi.
O tace perché non ne sapeva nulla? Perché tutto accadde a sua insaputa? Rimase forse vittima del complotto del suo capo di gabinetto e del dirigente della squadra mobile di allora?
Quando esplose lo scandalo Alfano si difese perentoriamente dicendo di non sapere nulla di nulla. Triste sorte, in Italia, hanno i capi di gabinetto. Avete mai visto un ministro di qualcosa che si dimette, mentre il suo capo di gabinetto resta al suo posto?

Foto © Imagoeconomica

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