di Saverio Lodato
Ci vuole così poco per fare bella televisione. Certo, ci vuole un’idea. E le idee sono brutte bestie, a volte imprendibili, a volte capricciose, a volte tiranniche, a volte strampalate, a volte troppo impegnative, a volte controproducenti per chi se ne lascia possedere. Di sicuro c’è che, se non si hanno le idee, non si va da nessuna parte.
L’idea che ha avuto Massimo Giletti, per confezionare lo Speciale di “Non è L’Arena”, andato in onda ieri sera su La7, era quella di far ruotare gli ospiti intorno all’interrogativo del cosa accadrà, del come si farà, del come andrà, quando l’attuale stato di cose sarà finito. Quando? Quando sarà.
E infatti - e finalmente - non c’era l’assillo della “data”, dell’ora X, del tutti fuori casa, visto che il tutti a casa non può essere per sempre.
Parole che non sono state pronunciate nello speciale: mascherina, tampone, vaccino, medico, infermiere, virologo, asintomatico, contagiato, guarito e deceduto... Non vorremmo ricordare male, ma persino la parola Coronavirus non ha avuto diritto di cittadinanza nel dibattitto. Eppure, si capiva benissimo di che si parlava.
Era al tempo del Coronavirus, quel Colosseo deserto e illuminato. Era al tempo del contagio, quella Fontana di Trevi, disadorna di turisti e nuotatori svalvolati. Era al tempo del Coronavirus, quel Ponte Sant’Angelo, con statue a figura piena, meraviglia degli occhi, come forse da secoli e secoli non accadeva, visto che su quel ponte il tempo sembra essersi fermato.
Giletti ha puntato su quattro ospiti: Claudio Amendola, Walter Veltroni, Claudia Gerini e Virginia Raggi.
Sarà stata la cornice surreale, sarà stato l’effetto notte, che in un celebre film di Truffaut mostrava il dietro le quinte del cinematografo, sarà anche stata l’assenza della pubblicità, che non ha mai spezzato il ritmo, fatto sta che i quattro invitati sono finalmente apparsi - innanzitutto - sotto una luce differente. Erano umani, convincenti, quasi privi di pennacchi e di fanfare.
Non vedevi più il Vip, la personalità, fosse essa dello spettacolo o della politica. L’attore, l’attrice, il sindaco, l’ex sindaco tal dei tali..., che spesso calamitano l’insofferenza dello spettatore.
Il conduttore rivolgeva loro domande, e loro rispondevano. Senza la insopportabile tempistica che quasi sempre spinge i conduttori stessi, appena hanno rivolto la domanda, a toglier la parola di bocca a chi sta rispondendo.
Amendola si è chiesto se la politica non debba chiedersi se sarà all’altezza dopo, quando tutto sarà finito. Ha condiviso le attuali restrizioni, parlando di questi straordinari italiani che - in lodevole dispregio di ogni retorica - ha detto di “amare e odiare”, allo stesso tempo. E sponsorizzato due parole chiave: solidarietà, senso della comunità.
Veltroni ha messo il dito sulla piaga, più politicamente intesa, dicendo che se torneranno burocrazia, furbizie, profittatori della ricostruzione, saremo tutti a perdere una grande occasione, la democrazia per prima. E sottolineato che siamo di fronte a una crisi sistemica, rispetto alla quale nessuno, in nessuna parte del mondo, era preparato.
La Gerini ha raccontato la sua Roma, la vita in casa con sua figlia, e come sia imparagonabile il set di un film quando è una città intera a farsi set, ma il film, purtroppo, non lo sta girando nessuno.
La Raggi ha detto una cosa che lascia intendere tante cose: che stanno finalmente per iniziare i lavori a Piazza Venezia, ma che per avere il via al bando di quella gara ci sono voluti tre anni.
Dicevamo, all’inizio, che far buona televisione non è poi impresa così proibitiva.
Certo. Ci vogliono le idee. Non bisogna cavalcare gli ascolti. Non essere succubi della pubblicità. E, soprattutto, l’interrogato deve poter rispondere.
E come diceva quel diavolo di Platone, qualunque uomo, quando è interrogato bene, risponde sempre bene. Bisogna evitare, però, di puntargli il microfono alla tempia, se così si può dire.
Ecco perché la puntata di ieri sera, non è stata dominata dall’angoscia. Era leggera, incredibilmente leggera. E di questi tempi non è poco.

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