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di Saverio Lodato
Si resta basiti nell’apprendere che, persino a Palermo, nonostante le ininterrotte “primavere”, i “soliti noti”, funzionari comunali, architetti, imprenditori, esponenti politici (ora tutti arrestati), si spartivano aree pubbliche in vista di una privatissima speculazione edilizia, e ovviamente a suon di mazzette. Vedremo come andrà a finire.
Vedremo le effettive dimensioni di questo affaire che - di sicuro - scuote il Palazzo delle Aquile di Palermo, e sembra venire da lontano, da troppo lontano. Qualcuno ci vede una riedizione delle mani sulla città, andando a prestito dal titolo di un vecchio film di Rosi che denunciò, decenni e decenni fa, la speculazione edilizia a Napoli. Lo ha fatto, a esempio, Nicola Morra, il presidente della commissione parlamentare antimafia. Può darsi che il suo paragone sia azzardato, eccessivo. O forse no.
Non abbiamo elementi per dire che quanto svelato in queste ore dall’inchiesta della Procura di Palermo (Pubblici ministeri coordinati dal procuratore aggiunto Sergio Demontis), con annessi pedinamenti e intercettazioni (Guardia di Finanza e Carabinieri del Ros), per un blitz culminato in sette arresti, sia la riproposizione, in sedicesimo, del leggendario e sinistro format cianciminian - limiano che si tirò dietro l’uccisione di Piersanti Mattarella, Michele Reina, Giuseppe Insalaco, e, alla fine, dello stesso Salvo Lima. Di primo acchito, saremmo portati a escluderlo.
Non ci sono più le aree di allora, non ci sono più i soldi di allora, la città liberty fu talmente sventrata che ne restano ormai solo pallidi ricordi. Però, questo non vuol dire niente.
Cechiamo di capirci.
Palermo è quella che è. Gli imprenditori e i burocrati famelici c'erano allora, come ci sono, ancor più famelici, oggi, che le torte si sono visibilmente assottigliate. Solo qualche intellettuale palermitano, di facile arruolamento al “carro politico”, può fingere il contrario.
I collaudati metodi del saccheggio sono rimasti identici: dall'individuazione e dall'accaparramento delle aree disponibili al cambio delle destinazioni d'uso, dalla creazione di apposite cricche di imprenditori e professionisti interessate ai lavori sino al pagamento del dovuto con quote di appartamenti a edifici costruiti; esattamente come usava ai tempi del sacco di Palermo; il tempo delle mani sulla città, appunto.
E' questo l’aspetto scandaloso della vicenda. Perché si credeva, o si sperava, che il volto della città fosse cambiato. Che a Palazzo delle Aquile la politica facesse finalmente da barriera frangiflutti per quegli appetiti - mai sopiti - ai quali abbiamo fatto riferimento. Le cronache ci raccontano invece del capogruppo Pd (Giovanni Lo Cascio) di quello d’Italia viva (Sandro Terrani), entrambi in maggioranza, e che finiscono agli arresti domiciliari insieme ad altre cinque persone (gli imprenditori, Francesco La Corte e Giovanni Lupo; i funzionari comunali, Mario Li Castri e Giuseppe Monteleone; l’architetto Fabio Seminerio).
A proposito dei consiglieri comunali Lo Cascio e Terrani, ricorderemo di sfuggita, solo per i nostalgici, che ai tempi del sacco di Palermo a far sentire la voce della denuncia erano invece proprio gli uomini dell’opposizione, come Pio La Torre. E oggi?
Silenzio glaciale da parte di Pd e Italia viva, per nulla scalfiti dal comportamento dei loro affiliati. Chi sono costoro? Sembra dire il loro silenzio. Altro che politica frangiflutti.
C'è poi il caso di Emilio Arcuri, assessore, non indagato, ma il cui nome il gip, Michele Guarnotta, nell’accogliere le richieste della Procura, mette in stretta relazione con Mario Li Castri, considerato in qualche modo uno dei dominus dell’intera operazione: il gip scrive di una “stretta contiguità” fra i due. Arcuri, di concerto con Orlando, ha fatto un passo indietro (per “non dare adito alle strumentalizzazioni”) e non entrerà nella nuova giunta in via di definizione, il caso ha voluto, proprio in questi giorni.
Quanto a Orlando, dichiara alla stampa che l'accaduto è la riprova che il tempo in cui la mafia faceva i suoi affari al Comune di Palermo è finito per sempre.
Fermiamoci un attimo.
Anche in politica si può restare all’oscuro di tutto. Il vecchio teorema: non poteva non sapere, in Italia non ha mai avuto molta fortuna e goduto di buona stampa. Ma persino Gorbaciov, dopo Glasnost' e Perestrojka, si ritirò a vita privata. E' infatti difficile che in politica i propri nemici scompaiano per sempre.
Ma in questa storia c’è dell’altro che stride. I due funzionari comunali - Li Castri e Monteleone - nel 2015 erano già conosciuti dalla magistratura, che li aveva rinviati a giudizio; e poi, nel 2018, condannati a due anni in primo grado proprio per una vicenda di lottizzazione abusiva. Ma, nonostante tutto, il rapporto con i vertici dell'amministrazione comunale non ne risultò affatto scalfito. Né si fecero da parte, né furono messi da parte. E sono rimasti di casa al palazzo delle Aquile.
E' questo che non quadra. E' questo che sconcerta. E' questo che scandalizza.
Va benissimo Palermo, città di cultura. Città dell’accoglienza. Città della tolleranza. Città di eventi e memoria, città che promuove l’editoria più debole, città cantiere permanente che offre libertà di movimento a idee e affollati mercatini di libri, persino città generosa nell'elargire "cittadinanze onorarie".
Ma forse c’è anche bisogno di altro. Se la politica cittadina non fa da frangiflutti, se la politica non mette alla porta i faccendieri conclamati, diventa questione - come si diceva una volta - di lana caprina stabilire se siamo tornati ai tempi delle mani sulla città oppure no. Infine, un ultimo dettaglio curioso.
Si apprende dalle cronache locali che un ruolo, a successiva conferma delle indagini dei magistrati, lo avrebbero avuto le parole di un tal Filippo Bisconti, mafioso di Belmonte Mezzagno, oggi pentito. Strano.
Sarebbe la prima volta, in natura, che c’è il pentito di mafia, ma non c’è la mafia. Appunto: vedremo come andrà a finire.

???? Foto © Paolo Bassani

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???? La rubrica di Saverio Lodato

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