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di Saverio Lodato
Le favolette che vengono raccontate, anche ai ragazzi di oggi, le conoscete benissimo.
Che lo Stato ha inferto colpi micidiali alla mafia, riuscendo a dimostrare finalmente la sua superiorità. Che un quarto di secolo dopo gli orrori di Capaci, via d’Amelio, Roma, Firenze e Milano, Cosa Nostra non ha più sparso una goccia di sangue. Che i grandi latitanti, uno a uno (tranne uno, Matteo Messina Denaro, ma questa è un’altra storia), sono stati acciuffati dopo venti, trenta, quarant’anni di bella vita, complicità, apparente invisibilità e incolumità garantita. Che, ma in questo caso, il riferimento si restringe solo a qualche storico azzardoso e stravagante, se ne deve dedurre che di mafia non ce n’è più, essendo stata finalmente sconfitta e finalmente pensionata. Che, in altre parole, tutti dovremmo sciacquarci la bocca prima di tirare in ballo lo Stato in una storiaccia criminale, che durerà anche da quasi due secoli, ma sarebbe stata sempre segnata dal comportamento limpido delle istituzioni, dei suoi rappresentanti, tutti rigorosamente in campo dalla parte giusta.
Insomma: favole e balle. E per chiudere sul punto, va sottolineato che sono, quelli appena elencati, gli argomenti di cui si nutrono i detrattori della sentenza del processo di Palermo, sulla Trattativa Stato-Mafia, emessa il 20 aprile 2018, presidente Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille.
Per nostra fortuna, però, non tutti sembrano prestar fede a favole e balle.
Maurizio Costanzo (che non abbisogna della nostra presentazione) è uno di quei giornalisti - assai pochini, per la verità, e purtroppo - che la pensa in maniera difforme da favolisti e ballisti.
In un’intervista a tutto campo a Peter Gomez, alla domanda su “questa mafia che non spara più”, osserva: “evidentemente la mafia fa affari con pezzi dello Stato... se lo stragismo è finito è perché, evidentemente, la mafia non è finita, evidentemente qualche affare lo sta facendo... Come la camorra, queste cose sono connaturate a questo paese...”.
E al nome di Marcello dell’Utri, condannato a dodici anni per la Trattativa, a seguito di altra sentenza per mafia già passata in giudicato, Costanzo riconosce che “un po’ di impressione mi fa, ma io sono portato a pensar bene, poi so che è stato male, che sta male, insomma un po’ di impressione sì.. io ne parlai anche con il presidente della Camera, che è stato un ex magistrato, Luciano Violante, però non sono mai voluto andare a fondo, lasciamo perdere...”.
Si conoscevano bene, Costanzo e Dell’Utri. E non lo scopriamo noi. Se non altro perché le loro vite si incrociarono all’alba di quel nuovo mondo televisivo, quello della Fininvest, anni e anni fa, e poi ancora per anni e anni. Quindi si capisce sia l’imbarazzo, sia lo stupore, per quanto Costanzo apprese dopo, in ultimo con la sentenza di Palermo.
E, alle sue spalle, e sulle sue spalle, - non va dimenticato - il fardello di quell’appartenenza alla P2, risultata dalla comparsa del suo nome negli elenchi di Licio Gelli, a Villa Wanda nel 1981: “Sono stato un cretino”, - disse Costanzo allora, e torna a ripeterlo oggi, nella nuova intervista.
Fermiamoci qui.
Resta un fatto che una delle pagine di grande giornalismo televisivo sulla mafia, reca la sua firma: la diretta televisiva con Palermo, in accoppiata con Michele Santoro, per l’uccisione per mano mafiosa dell’imprenditore, Libero Grassi, che si era ribellato al taglieggiamento del pizzo. Era il 26 settembre, 1991.
E in quella serata, era presente Giovanni Falcone, il quale sapeva benissimo - curioso sarebbe stato il contrario - che Costanzo figurava in quegli elenchi della P2. Ma ciò non gli fece velo, in quanto, e spesso ebbi modo di parlarne con lui, giudicava Costanzo giornalista del tutto autonomo e “persona per bene”, nonostante quel peccatuccio di cretinaggine.
Altre due vicende, ma a Falcone ormai morto, avrebbero confermato a posteriori il giudizio del magistrato.
Un’altra serata tv, al “Costanzo show”, quando Costanzo si lasciò scappare che ai mafiosi “dovrebbe venire un cancro”. Frase non delicatissima (gli opinionisti di regime direbbero adesso: “la frase è politicamente scorretta”), rivolta all’ospite in studio, la signora Madonia, e all’indirizzo del di lei marito, Aldo Madonia, in quel momento accusato dai giudici di essere grande trafficante di eroina. Era il 31 marzo 1993.
E fu ragione, quest’affronto, che molti pentiti avrebbero indicato, Giovanni Brusca in primis, come la causa principe del fallito attentato di Via Fauro, a Roma. E proprio con l’obbiettivo dell’auto sulla quale viaggiava Costanzo, rimasto vivo per un soffio. Era il 14 maggio del 1993.
Altri pentiti invece - e così chiudiamo sul punto - avrebbero detto che Costanzo avrebbe dovuto pagare con la vita la sua contrarietà, manifestata proprio negli ambienti Fininvest di allora, a che Silvio Berlusconi scendesse in politica per dar vita a Forza Italia. Insomma, gli ambientini, in quegli anni, erano quelli.
Per finire.
Abbiamo avuto spesso modo di ricordarlo: sin quando Falcone rimase vivo, godette di pessima stampa. I giornalisti non lo amavano. Ma sul punto ci abbiamo rinunciato, niente da fare: a un quarto di secolo di distanza ancora non ci sentono. Lo hanno dimenticato.
Costanzo, quel che più conta, si sottrasse a quell’andazzo comune. E Falcone, che era perfettamente consapevole di quanto fosse diventata decisiva la televisione ai fini dell’orientamento dell’opinione pubblica, si ritrovò in studio, proprio da lui, per spiegare quali fossero gli obbiettivi del pool antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo.
Dopo la strage di Capaci, le cose cambiarono.
Tanti giornalisti saltarono sul carro degli “amici di Giovanni”, e, qualche settimana dopo, all’indomani di via d’Amelio, su quello degli “amici di Giovanni e Paolo”. Fiorirono agiografie e panegirici.
Certo. Come sarebbe bello se anche gli altri giornalisti, che allora si ritrovarono in Fininvest (e non solo) a fianco di Costanzo, riconoscessero, pur con legittimi imbarazzo e stupore, che si ritrovarono schierati dalla parte sbagliata: quella dei denigratori e calunniatori di Falcone e Borsellino.
Molti di loro, di quelli di ieri, non tutti per fortuna, oggi li ritroviamo a gettare palate di fango sul processo per la Trattativa Stato-Mafia; e su Nino Di Matteo, pubblico ministero, simbolo suo malgrado, proprio dell’accusa a Dell’Utri, ma anche a Mori, Subranni, De Donno, alti carabinieri del Ros, condannati come i mafiosi Bagarella e Cinà.
A differenza di Costanzo, che prende atto di ciò che significa una sentenza sia pure di primo grado, certi cronisti sembrano voler fare i capricci.
Immedesimandosi nello spettacolare Robert De Niro, che interpretando Al Capone nel film “Gli Intoccabili”, affrontava il suo accusatore gridandogli a muso duro: “tu in mano non hai niente, non hai niente per il tribunale, non hai preso il contabile, tu non hai niente, non hai niente, sei solo un povero stronzo, con me non ce la fai, non hai un bel niente, buffone...”.
Grandissimo cinema. Piccolo giornalismo.

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La rubrica di Saverio Lodato

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