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Interviste che non si possono rifiutare
Salvatore Riina è un Mafioso di Stato. E non ci vuole molto a capirlo. Sta tranquillamente scontando il suo ergastolo nella speranza che ai suoi figli, alla famiglia che porta il suo nome, venga garantito un futuro economico, ben retribuito, soprattutto al riparo da quelle vicissitudini giudiziarie che non lo hanno risparmiato e che lui, stoicamente, sta sopportando.
Quando diciamo che è un Mafioso di Stato, ci riferiamo al fatto che, periodicamente, gli viene aperto il microfono, come accadde un paio di anni fa nel carcere di Opera, per lanciare segnali, messaggi, avvertimenti, se non addirittura sentenze di morte. La più clamorosa quella contro il giudice Nino Di Matteo, quando Riina si spinse addirittura a solidarizzare con l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, affermando che al posto suo non sarebbe mai andato a deporre al processo di Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia, nel quale Di Matteo è il principale rappresentante dell’accusa. E quelle frasi, apparentemente in libertà, tennero banco per mesi e mesi nei principali TG e quotidiani italiani.
Pensate: a lui che da oltre vent’anni è in "isolamento", qualche zampina o zampona (in divisa) aveva messo accanto, durante l’ora d’aria, un rappresentante della Sacra Corona Unita. Così, giusto per socializzare, per fare conversazione. Il vecchio "Don Totò" parlava e parlava con l’altro brutto ceffo. Credete che non sapesse di essere intercettato e registrato? Suvvia. Più semplicemente si prestava al giochino, accontentando i suoi invisibili interlocutori.
Di fronte a queste evidenze, in un vecchio articolo, affermammo che Riina è diventato da tempo una "Escort di Stato", disponibile per servizietti sporchi, quali, appunto, lo smistare minacce per conto di altri ("Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni", 1° settembre 2014).
E scrivemmo in quell’occasione: "E’ davvero curioso che almeno una volta al mese, in Italia, scoppia la polemica perché qualcuno ha parlato da qualche parte, spesso capita nelle facoltà universitarie, senza avere gli adeguati requisiti morali. Oddio ci fosse qualcuno che si levasse indignato al cospetto degli sproloqui del Riina. Tutti in adulazione. In venerazione. Proni alla gran "voce" che parla dal di dentro. Non lo straccio di un editoriale di Eugenio Scalfari o di Giuliano Ferrara. Non il balbettio dell’opinionista, Emanuele Macaluso. Non un monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano".   
In altre parole: gli anni passano. Gli uomini cambiano. Persino i Capi Cupola pagano un tributo all’avanzare della veneranda età.
Riina non ha mai avuto ripensamenti. Ha mantenuto in maniera tetragona la sua posizione, non scivolando lungo la china del  cosiddetto "pentitismo", volendo passare alla storia - e a questo punto gli manca poco - come uno dei pochi, autentici, grandi Pezzi di Merda della Mafia, che non si è mai pentito. Lui se ne sta in isolamento, pensa ai cucciolotti suoi, ma anche i cucciolotti devono darsi da fare. Con la speranza che il tempo sia galantuomo anche per loro.
Tanto è vero che nell’Agosto 2013, Lucia Riina, sua figlia, venne curiosamente intervistata a Ginevra da un’emittente televisiva svizzera, per rivelare di sentirsi "onorata e felice" di chiamarsi Riina. Aggiunse anche "di capire il dolore dei familiari delle vittime" fatte a pezzi da papà ma "di avere sofferto come non mai nel giorno del suo arresto". Infine, gratitudine e lodi sperticate per la mamma che "le aveva insegnato a leggere e scrivere". In quell’occasione (28 agosto 2013) scrivemmo un articolo su questo sito, intitolandolo "L’ereditiera di Riina", perché non ci era sfuggito "l’interesse svizzero" (forse economico-bancario?) per la figlia di un capo mafia fra i più feroci della storia che si limitò a dire quanto fosse orgogliosa di esserne, appunto, la figlia. E anche allora, come oggi, polemicone e polemichette.
E’ stata una premessa lunga, ma nel Paese di una "memoria", quando va bene, a salsicciotti, andare un po’ indietro, almeno al passato recente, può tornare utile.
A noi è chiaro perché Riina jr finisce a "Porta a Porta". Ci finisce nella stessa identica maniera in cui sua sorella Lucia finì a suo tempo di fronte alle telecamere della tv svizzera. Diciamola elegantemente: "sono interviste che non si possono rifiutare". Bruno Vespa ha fatto le sue domande. Ci mancherebbe. D’altra parte, se la direzione Rai avesse voluto, l’intervista non sarebbe andata in onda. Ma il "niet" non c’è stato. Al contrario: semaforo verde. Non possiamo sempre avercela con Vespa. Lui è quello che è, ma ognuno è fatto a modo suo.
Riina jr è mafioso (con sentenza passata in giudicato) tanto quanto papà. Il fatto che il suo "cursus honorum" sia più ridotto, si spiega con la giovane età. Con sorella Lucia, Salvino Riina, si è candidato a occupare un tassello sinora rimasto vacante nella storia della letteratura italiana: Edmondo De Amicis che riscrive il libro "Cuore", ma questa volta dal punto di vista dei mafiosi. La bontà del papà. La bontà della mamma. La vita serena. Le scuole non frequentate: quanti bambini possono godere di una simile felicità? Certo, poi, il bambino tira fuori i dentini.
Non può giudicare papà. A domanda se ha rispetto per i "magistrati morti" risponde che lui rispetta "tutti i morti", perché non sono solo i magistrati a morire. E Vespa è costretto a ricordagli che la strage di Capaci accadde nel 1992, e non "nel 1993" come da simpatico lapsus del giovanotto. E ancora. In famiglia non potevano credere a tutte le accuse alle quali facevano riferimento i giornali. Ce l’ha con i "pentiti" che "non fanno il carcere". E così via negando, dimenticando, omettendo, ignorando, sorvolando, tranne che per un particolare.
Quando, fissando il povero collega Bruno Vespa negli occhi, ha scandito: "dottor Vespa, guardi che io e i miei fratelli siamo nati durante la latitanza di mio padre (riassumiamo a memoria, ndr) ma siamo nati in clinica e siamo sempre stati registrati con i nostri nomi e cognome". E qui si sono visti i dentoni più che i dentini. Vespa avrebbe potuto approfondire, visto che lo Stato italiano per oltre vent’anni sostenne di cercare spasmodicamente Totò Riina. Il quale, invece, mandava placidamente la moglie in clinica a partorire. Ma Vespa non ha mai detto di se stesso di essere un "giornalista antimafia". Lui va se sente l’odore della "notizia". Non è specializzato in vicende di Mafia e, meno che mai, di rapporti Stato-Mafia.
Allora quale migliore occasione giornalistica per tirar su una puntata visto che il rampollo del grande Pezzo di Merda della Mafia ha scritto un libro? L’avesse pubblicato a spese sue, stampato in fotocopia, a "Porta a Porta" Riina jr ci sarebbe finito lo stesso.   
Ecco perché restiamo freddi di fronte al coro degli "indignados" che, lasciatecelo dire, mette insieme tutti e il contrario di tutti. E qui ci permettiamo di dissentire da Rosy Bindi, Presidente della Commissione Antimafia: non siamo in presenza del "negazionismo della mafia", come lei ha affermato stigmatizzando la puntata. Siamo in presenza dell’esatto contrario: l’apoteosi della mafia a telecamere accese, quelle di "Rai 1".
Avviandoci alle conclusioni. Detto quello che pensiamo del rampollo, non ci è sembrato che gli ospiti in studio (da Antonio Schifani, figlio di Vito assassinato a Capaci, all’avvocato Luigi Li Gotti al collega Felice Cavallaro al giovane di Addiopizzo, Dario Riccobono) si siano genuflessi di fronte al De Amicis in salsa mafiosa. Hanno mostrato fastidio e sconcerto. E esposto i loro punti di vista.
Presenza a sé quella di Maurizio Costanzo, con intervista chiusa, il quale, dopo aver ricordato l’attentato mafioso al quale sfuggì miracolosamente a Roma, ha magistralmente sintetizzato che la mafia oggi non spara più per la semplice ragione che nessuno ostacola i suoi affari. Con buona pace di tanti tromboni che la stessa Commissione antimafia è invece solita invitare durante le sue sedute per sentirsi dire che la mafia è stata sconfitta.   
Quanto a Marco Travaglio, ieri, sul "Fatto" ha scritto che anche lui, come Vespa, avrebbe intervistato Riina jr. Condividiamo. Anche se pensiamo che Travaglio, in cuor suo, non consideri la mancata intervista a Riina jr una grande "occasione giornalistica" perduta.
E già che siamo finiti dentro l’argomento. A me, per esempio, capitò di intervistare Giovanni Brusca nel carcere di Rebibbia, una quindicina di anni fa. Ne venne fuori un libro dal titolo: "Ho ucciso Giovanni Falcone" pubblicato dalla Mondadori. E’ ancora in circolazione nelle librerie. In quel libro, Brusca non mi raccontò quanto fosse buono suo papà o quanto amasse la mamma. Mi raccontò d’aver commesso fra i cento e i duecento delitti. Di avere sciolto cadaveri di mafiosi nell’acido. Di avere strangolato con le sue stesse mani. Di avere carbonizzato altri cadaveri sulle graticole come fossero bistecche. Di avere torturato. Di avere assassinato il giudice Rocco Chinnici con una delle prime autobomba adoperate dalla mafia. Di avere azionato il telecomando per uccidere a Capaci Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, eccetera eccetera.
Insomma: roba forte.
Il "Corriere della Sera" e "La Repubblica" - giusto per dire dei due più grandi quotidiani italiani che in questi giorni hanno alzato la voce, alimentando, nello stesso tempo, la gran cassa - , ignorarono il libro, cavandosela con piccolissimi trafiletti. E in quelle sere, a "Porta a Porta", Vespa parlò di tutt’altro. Sapete perché la disparità di trattamento?
Perché Brusca aveva deciso di "collaborare". Mentre Totò Riina deve continuare a tenere la bocca chiusa. Perché di cose ne sa troppe. E ne potrebbe dire troppe. E in molti sono terrorizzati che vada all’idea di parlare, un giorno o l’altro. Lo trattano, dunque, in guanti gialli, come si confà alle vere Escort di Stato. Ecco, infine, perché in Italia certe interviste "non si possono rifiutare": è una partita di giro.

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La rubrica di Saverio Lodato

Foto © Claudio Peri/Ansa

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