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lodato-napolitano-amnesiadi Saverio Lodato - 26 settembre 2014
Ci sono dei giudici a Palermo!
Onore alla corte d’assise che conduce il processo sulla trattativa Stato-Mafia. Onore ad Alfredo Montalto, che di quella corte è il presidente, e a Stefania Brambille, giudice a latere. Onore ai pubblici ministeri, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia. Onore al procuratore aggiunto Vittorio Teresi, e al procuratore generale, Roberto Scarpinato. Stanno asserragliati nei loro uffici, più o meno blindati, per dimostrare che a Palermo ci sono ancora dei giudici, interessati all’accertamento della verità.
Quale luminosa carriera li attende dopo aver costretto alla deposizione processuale un presidente della repubblica su fatti di mafia e di stragi! Proprio per ciò , va reso "onore" a tutti loro.
"Qui Palermo", verrebbe da dire parafrasando il titolo di un famoso libro di Shirer, intitolato: "Qui Berlino". E anche nel caso di Shirer di macerie, materiali e umane, si trattava.

Ma chiediamoci: perché mai non sarebbe dovuta partire proprio da Palermo, città martoriata dalle stragi dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato, la richiesta di una verità non negoziabile, su quanto accadde negli anni Novanta, prima durante e dopo le stragi di Capaci, via d’Amelio, Roma, Milano e Firenze?
Su un piatto della bilancia stanno i resti maciullati di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano. E quelli delle vittime delle stragi di Roma, Firenze e Milano.  
Sull’altro piatto della bilancia, la Ragion di Stato, la Ragion di Cosa Nostra, la Politica (come la si concepisce e la si fa in Italia), il Potere, la solidarietà di casta, costi quel che costi.
E fra i due piatti della bilancia, c’è lui, Giorgio Napolitano, che sta a capo dello Stato italiano, che dovrà deporre al processo sulla trattativa Stato-Mafia perché così ha disposto, con apposita ordinanza, la corte d’assise di Palermo. Ma non si tratta di un pedestre automatismo: visto che lo Stato trattò con la mafia, ascoltiamo il massimo rappresentante dello Stato. Se così fosse accaduto, avrebbero avuto un senso le critiche di quanti ora dicono che i giudici palermitani hanno tirato dentro Napolitano "impropriamente". No. Troppo comodo.  
Tutto nasce da una lettera che proprio D’Ambrosio inviò al presidente della repubblica, il 18 giugno 2012, in cui,  fra l’altro, scriveva: "ho il timore di essere stato considerato un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi".
Napolitano, alcuni mesi fa, con una lettera alla corte, in cui dichiarava di non saper nulla, intendeva troncarla lì, con queste parole: "non avevo modo e motivo, neppur riservatamente, di interrogarlo su quel passaggio della lettera. Non ebbi modo di intrattenermi con lui su vicende del passato in anni in cui non lo conoscevo ed esercitavo altre funzioni pubbliche".
Tradotto in parole facili: ai tempi delle stragi di Capaci, via d’Amelio, Roma, Milano e Firenze, vicende del passato, non ero Presidente della repubblica e non conoscevo D’Ambrosio.
Ma come? Il suo consigliere paventava, nero su bianco, "indicibili accordi" a ridosso delle stragi e lui non chiese chiarimenti perché si trattava di "vicende del passato"?  Come si vede, la decisione di ascoltarlo, sia pure a "porte chiuse", non ha nulla a che vedere con un semplice automatismo.   
Cerchiamo di non dimenticare.
Da oltre due anni, da quando Loris D’Ambrosio, consulente di Napolitano, fu intercettato a telefono con Mancino Nicola, oggi sul banco degli imputati nel processo per la trattativa, che cercava, bussando al Quirinale, scorciatoie ed escamotage per sottrarsi al processo, e da quando lo stesso Napolitano fu intercettato a colloquio proprio con Mancino, gli italiani hanno assistito a una telenovela indegna di un paese moderno e civile. Una continua deriva.  
Dovrebbero fare un prolungato mea culpa i direttori dei quotidiani grandi e piccoli, dei telegiornali con share più o meno alto, i conduttori di talk show, che sull’argomento hanno mostrato voglia di vivacchiare, tutto facendo tranne che "disturbare il manovratore".  Hanno avuto paura di impattare con il gran "manovratore", e ora, a rimorchio della decisione dei giudici di Palermo,  appaiono scissi fra la furbizia di enfatizzarla, quasi a voler rimettersi a posto la coscienza, e la furbizia di minimizzarla, nella povera considerazione, che in fondo era quella dell’italietta fascista di Mussolini, che se facevi scomparire la cronaca nera e il nome del "mostro" Girolimoni dalle pagine dei quotidiani, l’Italia diventava, quanto a ordine pubblico, un paese dalla tranquillità scandinava. Eppure era tutto così chiaro.
Bastava registrare i fatti.
Fatti noti.
Napolitano pretese e ottenne, scatenando un rumoroso conflitto istituzionale con la Procura di Palermo, che le sue telefonate con Mancino fossero mandate al macero dalla Corte Costituzionale (Cosa accadrebbe negli Usa se un indagato dell’F.B.I fosse sorpreso a colloquio telefonico con il Presidente?).
Napolitano annunciò in televisione (ma il compito infausto non toccava alla famiglia?) l’improvvisa scomparsa di Loris D’Ambrosio, suo consigliere, puntando l’indice accusatorio contro i magistrati della Procura di Palermo quali mandanti morali dell’infarto del povero D’Ambrosio. Giuliano Ferrara si fiondò su Napolitano strappandogli le parole di bocca, e tradusse le sue allusioni nei nomi di Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.
A Napolitano forse non dispiacque. Certo è che tacque. Come tacque il mondo dei media. Andava bene così.
Ecco perché ho scritto che da oltre due anni gli italiani assistono a una telenovela "indegna di un paese moderno e civile".
Ce lo si lasci dire: quale grande occasione perduta per il presidente Napolitano!
L’occasione di battere sul tempo i giudici di Palermo. L’occasione di dire: "sono pronto", "interrogatemi", "non solo rispondero’ alle vostre domande, ma altre ce ne porremo insieme perché anch’io, come voi, voglio che sia accertata la verità su quanto accadde in Italia fra il 1992 e il 1993", "avete carta bianca, vi sosterrò sino alla fine".
Tutto il contrario. Purtroppo.
Ora Napolitano dice che andrà a deporre. Che lo farà al più presto. Ma ripete che nulla sa, che nulla seppe.  
Resta una domanda: può mentire un presidente della Repubblica? A rigor di logica, diremmo di no.
Ma chi può impedirgli di non ricordare più le "vicende del passato"?
I giudici palermitani potranno raccontare ai loro nipoti che ci provarono a fargli tornare la memoria. In quest’Italia, è già qualcosa.

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