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La domanda è se gli italiani si ricordano ancora di questa Costituzione che noi abbiamo avuto in questi ottant’anni. Questa è la partita in gioco”. Con queste parole il giornalista Saverio Lodato ha aperto il suo intervento al Teatro Garbatella durante la presentazione del libro “Stragi d'Italia”, scritto insieme all’avvocato Luigi Li Gotti. Ospiti dell’evento - moderato dal direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni - anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, l’avvocato Li Gotti, l’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato, Giulia Sarti (già presidente Commissione Giustizia Camera dei deputati) e un contributo video di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino ucciso in via D’Amelio. In sala, tra gli altri, Stefano Mormile (fratello di Umberto Mormile), l’avvocato Fabio Repici e la scrittrice Anna Vinci, biografa di Tina Anselmi. La serata è stata accompagnata dalle note del sassofonista Nicola Alesini
Una riflessione, quella di Lodato, che ha posto l’attenzione su un punto politico, sulla tenuta della democrazia italiana e sul significato storico del referendum che attende il Paese.
Lodato ha subito chiarito la questione: “Con il mio intervento non farò né ridere né sorridere, e tanto meno piangere. Voglio solo fare una considerazione”. La sua considerazione riguarda la portata storica della consultazione popolare imminente, che il giornalista ha paragonato apertamente al referendum del 1946. 
Tra qualche giorno, 80 anni dopo, gli italiani sono chiamati ad esprimersi sul referendum. Monarchia-Repubblica per la seconda volta. Sono chiamati a votare per un referendum sulla Repubblica italiana o sull’autocrazia, che comunque è parente della monarchia di 80 anni fa”, ha affermato, sottolineando come la posta in gioco non riguardi soltanto una riforma istituzionale ma il modello di democrazia che l’Italia intende darsi nei prossimi decenni. 
Nel suo intervento Lodato ha poi richiamato l’attenzione su una polemica recente legata alle dichiarazioni della deputata Giusi Bartolozzi sui magistrati definiti “un plotone di esecuzione”. Secondo il giornalista, nella registrazione dell’intervista ci sarebbe un dettaglio significativo che non è stato notato nel dibattito pubblico. “Se voi ascoltate quella dichiarazione vi accorgerete di un dettaglio. In quella affermazione c’è un taglio televisivo, perché prima di dire plotone di esecuzione Bartolozzi dice: i magistrati sono un plotone di esecuzione”.
Da qui il dubbio avanzato da Lodato: “Sorge il sospetto che lei avesse detto ‘sono pilotati’ e che poi abbiano deciso che l’affermazione era troppo grave e hanno ripiegato sul plotone di esecuzione”. Una differenza che, secondo lui, cambierebbe completamente il senso politico della frase. “Perché se avesse detto ‘sono pilotati’ avrebbe dovuto dire da chi sono pilotati. E chi è che può pilotare l’intera magistratura italiana se non il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, vale a dire il capo dello Stato?
Secondo Lodato, proprio qui si nasconde il vero significato dello scontro politico in corso. “Il vero problema qual è? Che se noi, 80 anni dopo, richiamiamo gli italiani a votare da capo sulla Costituzione italiana per tenerla in vita, è fin troppo ovvio che l’attacco frontale è a chi rappresenta la figura apicale della stessa Repubblica italiana, e cioè il capo dello Stato. È questa la partita in gioco”.
Il giornalista ha poi collegato questa lettura al dibattito sulle riforme istituzionali e sul premierato, sostenendo che il referendum non nasce oggi ma rappresenta l’esito di un percorso politico lungo decenni. “Questo referendum viene da lontano, viene da molto lontano”, ha spiegato, osservando come alcune forze politiche rivendichino apertamente una continuità con il progetto istituzionale maturato negli anni di governo berlusconiano. 
Nel suo intervento Lodato ha anche denunciato il silenzio mediatico attorno al libro scritto con Li Gotti e alle questioni sollevate dall’esposto presentato dall’avvocato. “Nonostante si fosse sollevato questo caso, questo libro non è stato citato mai in nessuna trasmissione televisiva, neanche le più illuminate, neanche le più approfondite. Non ha mai avuto una riga di registrazione da parte di nessun quotidiano italiano, fatta eccezione per Il Fatto e forse un articolo di trenta righe su La Stampa”. 
Per il giornalista, questo silenzio contribuisce a spiegare perché l’opinione pubblica arrivi poco preparata a un passaggio politico così delicato. “Noi siamo arrivati impreparati a questo referendum”, ha affermato, sostenendo che chi spinge per cambiare l’assetto istituzionale si muove da anni con un progetto preciso.
Il suo intervento si è chiuso con un richiamo diretto alla dimensione storica del momento. “Ottant’anni dopo siamo chiamati a rivotare un referendum Monarchia-Repubblica. È uguale, ha lo stesso impatto”, ha detto. E ha concluso con una frase che sintetizza la sua lettura del passaggio politico attuale: “All’indomani del voto capiremo se l’Italia per i prossimi trent’anni sarà definitivamente fascista o non lo sarà più”.
Nel contesto della presentazione di “Stragi d’Italia”, libro che ripercorre alcune delle pagine più oscure della storia repubblicana, le parole di Lodato hanno assunto così il tono di un avvertimento politico: la memoria delle stragi e dei conflitti istituzionali del passato, secondo il giornalista, non riguarda soltanto la storia, ma il futuro della democrazia italiana.  


stragi ditalia

La maledizione Berlinguer, la maledizione Berlusconi. E i fascisti democratici

Quinta parte

di Saverio Lodato

Pubblicato il 7 luglio 2023

L’Italia resta un Paese, unico in Europa, stretto fra due maledizioni. La maledizione di Enrico Berlinguer e la maledizione di Silvio Berlusconi. Maledizioni, non eredità. La differenza non è di poco conto.
Entrambi, anche se per ragioni ovviamente diverse, sono usciti da sconfitti a conclusione della loro esistenza. Hanno detto molto, ma quel molto raramente si è tradotto in pratica, si è inverato. Da pulpiti diversi, hanno predicato al vento.
Berlinguer non vide realizzato il suo sogno impossibile, quello di una classe politica animata esclusivamente da spirito di servizio, indisponibile alla corruzione e all’arricchimento a spese della collettività. La chiamò: “Questione morale”.
Berlusconi non vide realizzato il suo, di sogno, quello di una classe politica libera dal condizionamento della magistratura, dal controllo della legalità, dagli obblighi di legge. La chiamò: “Questione giustizia”.
Eppure, sia l’uno sia l’altro, sono entrati nel DNA degli italiani.
Prova ne sia che ancora oggi, trenta, quarant’anni dopo, l’Italia resta dilaniata fra la “questione morale” e la “questione giustizia”, che forse altro non sono che facce della medesima medaglia.
Tutte le narrazioni possibili dell’attualità politica durano poco o a lungo, ma inevitabilmente si infrangono sulla stessa roccia gigantesca: da che parte vogliamo stare?
Gli italiani ancora non si sono decisi. 
In questi giorni, ma sarebbe meglio dire in queste ore, si è infranta - inesorabilmente - la narrazione del nuovo governo, il governo Meloni.
La vicenda Santanchè e la vicenda Delmastro sono la spia di questo “fine corsa”. E diciamo subito che tutto ciò non ha niente a che vedere con la durata del governo, con la profezia di quanto resteranno accomodati in poltrona la ministra e il sottosegretario, o su quali saranno gli esiti giudiziari delle due storie che, per ora, tengono le prime pagine. Saranno i magistrati, come è giusto che sia, a scrivere, quando sarà, la parola fine. Quanto al governo, potrà ancora vivere a lungo. Ma un incantesimo si è spezzato. L’Italia non cambierà e non sta cambiando. Come non è cambiata dalla notte dei tempi, e il giro dell’oca - del quale ci siamo occupati sin qui - sembra farsi infinito. Che c’è di nuovo?
Ciò che in queste ore appare sconvolgente, ma sarebbe più esatto dire sorprendente, è che una presidente del consiglio - o un presidente del consiglio -, nella fattispecie Giorgia Meloni, abbia detto, per altro trincerandosi dietro una anonima velina di Palazzo, che i provvedimenti della magistratura, nei confronti dei suoi amici e compagni di partito, sono un atto di guerra contro il governo in vista delle prossime elezioni europee. Il tutto perché la corporazione dei giudici intenderebbe far sapere che non gradisce la volontà riformatrice del governo in materia di giustizia. Le opposizioni (dal PD ai 5 Stelle) sono insorte, avendone ben donde. Errore grossolano, quello della premier.


50 anni mafia def

Se la Meloni avesse taciuto, abbandonandosi con un pizzico di sano taoismo al corso delle cose, si sarebbe visto solo in futuro quale sarebbe stato l’esito giudiziario delle due vicende. E male che fosse andata, con dimissioni obbligate dei due protagonisti coinvolti, anche se da lei non gradite, non sarebbe stato certo il primo governo della Repubblica costretto a subire un rimpasto per reati da codice penale.
Ma poteva Giorgia Meloni comportarsi diversamente? Crediamo di no.
E qui entra in gioco quello che le è più caro: la narrazione, appunto, del suo governo.
Le abbiamo sentito ripetere spesso, rivolta alle opposizioni, una frase che è diventata quasi un mantra: “Avete perduto le elezioni, dovete farvene una ragione”. Non è un mantra elegante. 
E’ questa logica dell'“ho vinto”, dunque “si fa come dico io”, più consona alla savana che a un’agorà ateniese, ha ispirato i suoi primi nove mesi di governo.
Scorriamo a memoria. E sappiamo di dimenticare tanto sull’argomento.
Dentro c’è di tutto: da Ignazio La Russa, presidente del Senato, con la provocazione sulla "banda musicale" di Via Rasella ai “reati universali” in materia di maternità assistita; dal caso dell’anarchico Cospito, quando proprio lei, la Meloni, sfacciatamente dichiarò che lo Stato era sotto il ricatto armato degli anarchici; dalla designazione della presidente della commissione parlamentare antimafia, in odore di cattive amicizie (quanto meno in fotografia) alla pretesa di non nominare il naturale commissario straordinario per l’alluvione in Romagna perché - e qui torniamo sul punto - il PD doveva farsene una ragione che la scelta non sarebbe mai caduta su Stefano Bonaccini; dalla crociata contro il reddito di cittadinanza, sostituito dall’aggettivo balsamico di “occupabile”, all’invasione della Rai stile “guerra lampo”, alle balorde teorie di alcuni ministri sulla “razza” piuttosto che su Dante a capo della cultura di destra nel duecento; per non parlare della stucchevole diatriba su Mes, utile a far cambiare canale, o, in politica internazionale, della fedeltà pedissequa agli Stati Uniti in assenza di un minimo di proposte per una pace possibile, eccetera, eccetera, eccetera.
Ma torniamo alla giustizia.
Perché è sempre su questo punto che si rompe il giocattolo? Perché ritornano, mai come in questo momento, le due maledizioni alle quali facevamo riferimento all’inizio.
Si dirà: ma da allora in poi c’è stata Tangentopoli, c’è stata una sfilza di governi in cui governava la sinistra, che però non vinceva mai le elezioni, quelli di Forza Italia, ci sono stati i 5 Stelle, i governi tecnici di Monti e Draghi e ora i proscritti che finalmente entrano nella stanza dei bottoni.
Fulmini o meteore nella storia di Italia, che si sono accesi e spenti senza lasciare traccia visibile di cambiamento. 
Un ministro della giustizia, Carlo Nordio, che dedica la “sua” riforma alla “memoria di Silvio Berlusconi” venuto a mancare il giorno prima, basta e avanza per far capire di che stiamo parlando. L’Italia è un paese dove si fa una riforma della giustizia a cadenza bimestrale, come le bollette della luce.
Che fine ha fatto, quella di Marta Cartabia che nessuno ha più il coraggio di rievocare?
La Meloni, sul caso Santanchè e Delmastro, adesso evoca il complotto.
Se vuole, chieda a Nordio, visto che ha vinto le elezioni, di inviare gli ispettori per mettere sotto inchiesta i giudici che si sono occupati dei due casi o chieda a Nordio, più semplicemente, di farsi da parte.
Molti osservatori sono alla ricerca della definizione migliore di quello che è l’attuale governo. Secondo noi definire “Fascisti” gli appartenenti a Fratelli d’Italia è sbagliato. Chiamiamoli piuttosto: fascisti democratici. E tutto sarà comprensibile.
Tanti piccoli Mussolini, ai quali è mancata la marcia su Roma. E mentre il "Duce" non volle fare del Parlamento “un bivacco per i suoi manipoli”, preferendo marciare su Roma, questi, invece, nel Parlamento si sono comodamente acquartierati.
Da che parte penderà la bilancia? Questione morale, o questione giustizia? Nei prossimi giorni, bisognerà stare molto attenti ai sondaggi.

(Conclusione)

Foto di copertina © Paolo Bassani

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La rubrica di Saverio Lodato

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