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di Saverio Lodato

Premessa: in appena tre giorni, cinque allarmi bomba in Italia. 
Di testa nostra, avrebbe detto il grande Andrea Camilleri, che tanto ci manca in giorni come questi, di nani istituzionali e banalità a due un soldo.  
Camilleri per anni ci aiutò a capire, ma non poteva essere eterno e ora dobbiamo fare da soli. E l’errore, quando si fa di testa propria, è in agguato, sebbene il vecchio Andreotti un giorno sentenziò che a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca.
Di testa nostra, diciamo, che non siamo più sicuri che il 22 e il 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per rispondere al quesito referendario. Tra poco sapremo se ci avremo azzeccato. Da diversi giorni, ormai, il governo su quest’argomento gioca allo sfascio. Provoca, vedi il ministro Carlo Nordio.
Gioca di fantasia, vedi il sotto segretario Alfredo Mantovano il quale ha avuto la soffiata che milioni di “cattolici” voteranno per il SI. E ci limitiamo a citare i Pezzi da novanta che televisivamente tengono il punto a ogni nuovo sondaggio che scuote rumorosamente le loro poltrone. Poi vengono figurine e marionette, che non fanno che ripetere all’infinito il mantra meloniano che se anche dovesse vincere il no il governo non correrà alcun pericolo.
Giorgia Meloni, essendo assai più consapevole delle figurine e le marionette che la circondano, e per ciò non sapendo più che pesci pigliare di fronte a una situazione che più catastrofica non potrebbe essere, scappa di qua e scappa di là. Non può neanche più ripetere che il centro detenzione in Albania funzionerà, perché sta diventando incredibilmente complicato stilare la lista dei “paesi sicuri”, giusto per dire. A parlare oggi di “paesi sicuri” si sprofonderebbe infatti nell’umorismo involontario.
Si sono afflosciati gli slogan polemici delle Case nel bosco o del Serpico, poliziotto-angelo in divisa, che sparò in testa al pusher molto scuro di carnagione e che al buio gli apparve forse ancora più nero di quello che era.
Poi c’è la guerra. E le opposizioni si aspetterebbero dalla Capa del governo il minimo sindacale: che venisse in Parlamento a riferire agli italiani. Ma come si fa? In Parlamento a dire che?
Meglio mandare in prima linea il ministro della difesa che il volo aereo lo pagò tre volte o quello degli esteri che sconsigliò di prendere il fresco sul balcone quando piovono missili o droni. Insomma, Giorgia Meloni sta molto riflettendo in queste ore. E deve fare i conti con il materiale umano che si trova intorno.
Si starà chiedendo chi glielo ha fatto fare di imbarcarsi nell’avventura referendaria pretesa da quelli di Forza Italia per rendere omaggio alla memoria e al “sogno” di Silvio Berlusconi? Non possiamo saperlo. Lei aveva proclamato sei giorni di lutto nazionale per la morte di Silvio Berlusconi e intitolato in sua memoria l’aeroporto di Milano, ma non avrebbe mai immaginato che ai Forzisti l’appetito vien mangiando.  


stragi ditalia

Ieri, poi, una curiosa notizia: evacuato il Tribunale di Milano a seguito di una telefonata anonima (voce rigorosamente “straniera” precisano i giornali) che segnalava la presenza di esplosivo.
Chi vuole sparare a chi al Tribunale di Milano? Potenze straniere? Magari infastidite dalla separazione delle carriere? Vai a sapere. 
Vedremo i risultati dell’inevitabile lavoro investigativo del ministro degli interni. E ne capiremo di più. Come sapremo chi voleva prendere di mira, l’altro giorno, la sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa a Roma.
Tira una brutta aria.
Il festival di Sanremo ha chiuso i battenti. E’ tornato in stalla il cavallo bianco di Andrea Bocelli. I comici non fanno più notizia. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, continua a gracchiare contro le giornaliste di Piazza Pulita, ma non si avverte più il rombo del vecchio motore di una volta. La Russa è stanco.
Andremo a votare il 22 e il 23 marzo?
Speriamo proprio di Si. Ma che vinca il No. Certo che il governo Meloni non si dimetterà, ma Carlo Nordio, in quel caso, le valigie dovrà farle. 


 

Giorgia Meloni, il Berlusconi in gonnella 

Parte quarta

di Saverio Lodato 


Pubblicato il 31 Dicembre 2022

Dicevamo, nella puntata precedente, che in Italia, trent'anni dopo, non solo è rimasto Silvio Berlusconi, ma è rimasto anche il berlusconismo.
Sarebbe infondata l’obiezione che Forza Italia è cimelio di un tempo che non c’è più; che le parlamentari azzurre, qualcuna magari fotomodella di allora, appaiono più attempate e diligentemente studiose dei voluminosi dossier politici; che ormai Berlusconi dorma di notte, finalmente, sonni profondi e ristoratori; che non vengano più sfornate leggi ad personam; che Berlusconi fu persino capace di paralizzare per una intera settimana la nomina del nuovo capo dello Stato con la pretesa di volerlo fare lui. E in quei giorni, diciamolo en passant, a molti colleghi opinionisti politici si ruppero - metaforicamente - le acque, e iniziarono a chiamarlo "Statista". Persino "Giorgia", che oggi si auto definisce "pié veloce", insomma rapida nel prendere e tradurre in realtà le sue decisioni, gli diede tutto il tempo che gli serviva. E fu lunga attesa che stupì il mondo.
Poi, per Silvio, l’affare del Quirinale sfumò. Ma ormai era diventato Statista e tale è rimasto.
No, no. Noi non ci caschiamo.
Quando Berlusconi disse in Senato che prima venne Lui, e poi venne l’odierno governo di centro destra di "Giorgia", aveva perfettamente ragione. L'irriconoscenza umana non ha limiti.
Ma il cavaliere quanti ne ha creati dal nulla di quelli che oggi girano per le trasmissioni televisive?
Quanti ne ha pagati di quelli che oggi indossano altre casacche, e che - immemori, ingrati, irriconoscenti - azzardano che adesso il loro padre-padrone starebbe bene ai giardinetti? 
In quanti lo adulavano, facendo la fila ad Arcore o a Palazzo Grazioli?
A proposito di Arcore: aguzzino l’ingegno, gli opinionisti e gli storici di oggi e di domani. Devono sapere che è lì che è custodito il grande gigantesco archivio dell’Italia berlusconiana e post berlusconiana, dell’Italia sotto contratto e, in qualche caso, sotto ricatto.


50 anni mafia def


Se no non ci spiegheremmo perché, ancora oggi, staremmo a parlare di un intraprendente giovane che, da venditore porta a porta e chansonnier da crociera, si fece poi grande Statista, passando attraverso le forche caudine di mille processi, per quasi tutti i reati contemplati dal codice penale.
Ecco cosa intendiamo dicendo che c’è ancora il berlusconismo.
Prendete, a esempio, la Lega. Elemento che a suo tempo fu di indubbia novità nel panorama politico italiano. Lega che sembrava stridere con la Forza Italia di allora, quando l’Umberto Bossi in canottiera si scrollò di dosso la mano del Berlusca. Erano i tempi di cappio e manette, esibiti a favore di telecamere.
Prendete la Lega, dicevamo.
E prendete il Matteo Salvini che oggi fa il vicepremier di "Giorgia". Cappio e manette, allora truci strumenti da usare contro i politici che rubavano, oggi tornano utili contro migranti e poveri diavoli.
Sapete qual è il vero nocciolo del berlusconismo che s’insegna ancora oggi nelle facoltà di politologia? 
L’odio per i magistrati. L’insofferenza per i magistrati. La resa dei conti con i magistrati. Il disprezzo per le leggi che ci stanno strette. Che ci stanno scomode. Che ci impediscono di "fare".
Fate fate, andate in giro con le tasche piene di banconote in contante e vi sarà aperto, è stato questo il primo viatico del nuovo governo di "Giorgia", del quale fra poco parleremo.
E poco importa se l'Europa infastidita abbia mandato tutto a puttane. Verranno tempi migliori. Ma ce ne vuole prima che il melonismo si affermi come filosofia politica autonoma rispetto al berlusconismo.  
Che dire, allora? 
Giorgia Meloni un Berlusconi in gonnella?
Sarebbe esagerato, ingiusto e poco rispettoso del trionfo femminile da lei incarnato, e che tanto fa sdilinquire le anime belle dell'Europa e della sinistra italiana, della NATO e dei terzi poli dei noantri. Ma gratta gratta la Meloni ti verrà fuori il Berlusconi. Prossimamente saremo più precisi. 
Promesso.

(Continua) 

Foto © Imagoeconomica 

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La rubrica di Saverio Lodato 

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