di Saverio Lodato
Avrei aspettato a tirare un bilancio della vita pubblica e privata di Silvio Berlusconi e del berlusconismo, dal momento che non cadono adesso anniversari particolari, e non mi sembra che siano emersi fatti nuovi, oltre quelli ovviamente conosciuti (e che non sono pochi), tali da costituire la base per profonde revisioni sul significato di quella stagione, per l’Italia e gli italiani. E poi non è mai saggio cercare di rubare il mestiere agli storici.
Quando Berlusconi è venuto a mancare gli abbiamo intitolato un aeroporto a Milano, dedicato 6 giorni di lutto nazionale, e la stampa, grande e piccola, in un empito di commozione lo ha automaticamente iscritto nell’aristocratico club dei “grandi statisti” d’Italia.
Pensavo che, per il momento, potesse bastare. Fatto sta, invece, che il tema di quella stagione controversa periodicamente riaffiora, con ricostruzioni che legittimamente ognuno si confeziona a proprio uso e consumo. Segno che - come ha detto qualcuno in queste ore - Berlusconi è più vivo da morto che di quando era vivo.
Ne torniamo a parlare anche noi visto che ci avviciniamo a quel referendum sulla giustizia che, come dicono alcuni, va fatto perché Berlusconi lo avrebbe voluto.
Da oggi ripubblicheremo cinque articoli nel quale esporremo il nostro punto di visita. Anche noi, infatti, quella stagione la vivemmo tutta.
E i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nella grande “stagione berlusconiana” abbiamo sentito la necessità di infilarceli.
Valuteranno i lettori se a torto o a ragione. 
Il monocolore post fascista che viene da lontano
di Saverio Lodato
22 Ottobre 2022
Prima parte
Il monocolore post fascista, intitolato finalmente alla prima donna d’Italia, Giorgia Meloni, chiamata alla guida di palazzo Chigi, è destinato a sconvolgere i tradizionali e consueti racconti della politica italiana.
Lo si vede già in queste ore di reazioni, in Italia, ma soprattutto nelle cancellerie europee.
Gli applausi di Orban e della Le Pen erano claque da mettere in conto. Un po' meno quelli della von der Leyen, Biden, Zelens'kyj, e gli altri che seguiranno a ruota, a riprova del fatto che oggi conta dirsi atlantisti, al riparo dell’ombrello Nato, pronti a inviare, senza fiatare, altre vagonate di armi all’Ucraina. Giusto o sbagliato che sia, non è questo il punto.
La Meloni, che lo aveva capito al volo, ha recitato (con la Vox grintosa che le è congeniale) una parte perfetta. Sapeva che se indovinava questa puntata, sbancava il banco.
Il buon Tajani, quando sull’argomento si è trovato a fronteggiare un Silvio Berlusconi inferocito, ha iniziato il giro delle sette chiese, proprio in Europa, per ribadire che di Nato siam pronti a morire. E anche Tajani, in sedicesimo, ha seguito le orme della Meloni.
Risultato: la Meloni guida il governo, Tajani gli esteri, e tutto il resto viene a seguire.
Ora ci interessa poco far le pulci alle foto di famiglia del nuovo governo. E quei giornali che in queste ore non trovano di meglio, ci ricordano quanto sia inascoltato il vecchio saggio e quanto facile cadere nella contemplazione del dito mentre sarebbe così bello riuscire a vedere la luna.
Il centro sinistra, che pure avrebbe potuto giungere ai supplementari nella partita con questo centro destra, perché ha fatto la fine che ha fatto? Per tantissime ragioni che sono note.
Esaltazione acritica dell’agenda Draghi; rescissione di quel poco che restava di vecchie radici popolari nelle fasce più deboli della società; fascinazione perversa verso i ceti più ricchi e i suoi stili di vita; conseguente incapacità di mettere su un cartello, quantomeno elettorale, con altre forze che ne allargassero lo spettro, composizione, altrettanto conseguente, di liste elettorali senza un’ombra di vergogna. E potremmo continuare.
Ma la destra perché vince?
Di sicuro trasforma in oro le ferraglie arrugginite della sinistra. Ma non solo. E se il centro sinistra non lo capisce, continuerà a perdere per un altro mezzo secolo.
Il centro destra, infatti, si preparava, al monocolore post fascista che nasce in queste ore, esattamente da un trentennio.
(Continua)
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La rubrica di Saverio Lodato
Foto © Paolo Bassani
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