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borsellino salvatore c amedeo cadeddudi Salvatore Borsellino
Non ho mai avuto paura della morte.
Con l’idea della morte ho sempre convissuto e non potrebbe essere altrimenti per un siciliano, anzi un palermitano nato e cresciuto in una città in cui la morte la respiravi, la vedevi, la leggevi, la sentivi, la vivevi in ogni angolo della mia città.
Una città dove non c’era lo Stato ma la Mafia e dove quei brandelli d Stato ancora visibili non erano distinguibili dalla mafia stessa.
Con l’idea della morte ho sempre convissuto da quando a 52 anni mio padre se ne è andato per una malattia, da quando il fratello di mio padre, sempre a 52 ani e sempre per una malattia, se ne è andato anche lui.
E da quando io e mio fratello Paolo, ancora ragazzi, dicevamo che bisognava che facessimo presto a fare quello che volevamo fare nella nostra vita perché a 52 anni sarebbe toccato anche a noi.
E a 52 anni hanno ammazzato anche lui, quando tanto aveva già fatto nella sua vita ma quando tanto avrebbe ancora potuto fare.
Che paura della morte potrei avere io che di anni ne ho ormai 75?
Si può avere paura di qualcosa che non conosci, non dell’unica cosa che nella vita sei sicuro che prima o poi dovrà arrivare.
Ma quando muore un tuo amico, un tuo compagno di lotta, un uomo come Ferdinando Imposimato che hai sempre sentito vicino nel suo spirito e nelle sue battaglie, un uomo che era nato sei anni prima di te ma quasi nello stesso giorno del tuo steso mese, il mese di Aprile, allora ti fermi a riflettere.
E quando solo qualche giorno prima se ne è andato un altro tuo amico, e questo tanto più giovane di te, Jacopo Petruccione, uno di quei ragazzi a cui hai dedicato questa tua seconda vita, quelle iniziata il 19 luglio del 1992 con la promessa fatta a mia madre di non fare mai morire il sogno di Paolo, allora ti rendi conto che troppo poco è il tempo che ti resta e troppe le cose che bisognerebbe ancora fare, che non sei riuscito ancora a fare, che avresti voluto fare.
Ma non è questo il problema, ho promesso a me stesso che avrei lottato fino all’ultimo giorno della mia vita e pur con le poche forze che mi restano fino all’ultimo continuerò ad alzare quell’Agenda Rossa che è il simbolo della mia lotta, della nostra lotta.
Ma per poterlo continuare a fare devo chiudere gli occhi per non vedere come siamo soltanto un drappello di disperati, come alla maggior parte della gente non interessi nulla o quasi nulla degli ideali di Verità e di Giustizia per i quali continuiamo ostinatamente a combattere.
Devo chiudere gli occhi per non vedere le immagini di un’aula bunker a Palermo nella quale un manipolo di magistrati coraggiosi sta mettendo alla luce, nel deserto e nel silenzio che li circonda, le trame non più oscure che hanno determinato e continuano a determinare gli ultimi trenta anni di storia nel nostro paese senza che alla maggioranza della gente di tutto questo interessi nulla, assolutamente nulla.
Senza che tutti, tutti gli organi di informazione dimostrino il seppur minimo segno di interesse per quello che sta succedendo.
La porta è stata spalancata, le luci sono state accese, i nomi dei traditori, degli infami, dei pavidi, dei complici sono davanti agli occhi di tutti ma tutti gli occhi sono chiusi, nessuno vuole ascoltare, nessuno vuole vedere, a nessuno interessa capire.
Ma il fuoco della Verità non si è spento.
Conosco, per averli incontrati e guardati negli occhi, per avere sentito battere i loro cuori, migliaia di giovani che non si rassegnano, che vogliono capire, conoscere, avere Giustizia, è questo è il fuoco che continua a covare sotto la cenere, è questo il fuoco che un giorno divamperà e divorerà le macerie dalle quali rinascerà il nostro paese.
Per questo Ferdinando e Jacopo siete morti, perché questo fuoco potesse continuare a vivere, per questo, Ferdinando e Jacopo, non ho alcuna paura della morte, perché non siamo noi mai il nostro sogno, il sogno di Paolo che deve continuare a vivere ed anche a questo è servita la nostra vita.

Tratto da: 19luglio1992.com

Foto © Amedeo Cadeddu

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