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“La legge e’ eguale per tutti”
è la scritta che campeggia in primo piano in tutte le aule di Giustizia.
Alle spalle dei giudici che questo fondamentale principio devono avere ben presente nell’applicare le leggi e stabilire le pene nei processi in cui sono chiamati a giudicare.
Ben visibile a tutti gli astanti, imputati, avvocati, pubblico, che in questo principio possono, a seconda dei casi, confidare o paventarne l’applicazione se quella legge hanno infranto.
La legge è eguale per tutti, o dovrebbe essere eguale per tutti dato che ci sono purtroppo individui cui l’arroganza del potere fa ritenere di potere essere, come il “princeps” dei regimi monarchici e imperiali, “legibus solutus”
E’ evidentemente il caso del senatore Giorgio Napolitano che ha indirizzato una lettera al Presidente della Corte del processo che si svolge a Caltanissetta e in cui, come parte civile, sono rappresentato dall’Avv. Fabio Repici, chiedendo che venga revocata l’ordinanza della Corte per la quale è stato chiamato a testimoniare il giorno 14 novembre.
Si tratta di un atto assolutamente anomalo in quanto la produzione di documenti scritti utilizzabili a fini di prova è, nel processo penale, ammessa soltanto per gli imputati e quindi, a meno che l’ex presidente, non si ritenga in qualche maniera imputato o imputabile in questo processo, la sua richiesta è assolutamente al di fuori di ogni norma e lo stesso dovrebbe ben saper che per lui, come per tutti i comuni cittadini chiamati a testimoniare, vige l’obbligo di presentarsi al giudice.
All’ex presidente, così come qualsiasi altro cittadino italiano, dovrebbe stare a cuore, prima di ogni altra cosa, l’accertamento della Verità su quella strage che nel 1992 costò la vita al magistrato Paolo Borsellino e ai cinque poliziotti della sua scorta, sulla scellerata trattativa tra Stato e mafia che determinò quella strage, sulla altrettanto scellerata congiura del silenzio mantenuta per venti anni da tutti i personaggi, anche istituzionali, che vi parteciparono.

Ma evidentemente così non è.
Cosi non è per chi, con il conflitto di attribuzioni sollevato con la Consulta in merito alla vicenda delle intercettazioni, non solo ha implicitamente delegittimato il pool di magistrati che nel processo di Palermo percorrono, anche a rischio della vita, la difficile strada della Verità e della Giustizia, ma ha provocato un gravissimo vulnus al prestigio della più alta delle nostre Istituzioni, la Presidenza della Repubblica, che era a lui affidata.
Con la distruzione di quelle intercettazioni infatti chiunque potrà ipotizzare, senza che esistano i mezzi per smentirlo, che quelle intercettazioni avessero contenuti, se non penalmente, almeno eticamente condannabili, se non addirittura assicurazioni di protezione o di impunità per l’interlocutore, l’allora indagato e oggi imputato, Nicola Mancino.
Sia sufficiente quindi all’ex Presidente Giorgi Napolitano, la disponibilità della Corte ad assumerne la testimonianza a Roma, negli uffici del Senato della Repubblica, anche se questo pregiudicherà la pubblicità dell’udienza, e renda la sua testimonianza rispettando, come chiede la legge e come gli verrà richiesto dal Presidente, “l’obbligo di dire la verità”, sforzandosi, se possibile, di non farci ascoltare quella sequenza di “non ricordo” che hanno costellato le testimonianze di troppi testimoni che hanno rivestito ruoli istituzionali.

Foto © S. F.

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