Ciancimino jr afferma che la trattativa che poi portò al famoso “papello” iniziò prima di quanto finora si pensasse. Agli inizi di giugno. Si tratta di una novità rilevante?
Cambia completamente lo scenario. Emerge che immediatamente dopo Capaci, a giugno, Cosa nostra e pezzi dello Stato, il generale dei carabinieri Mario Mori in particolare, già stavano sondando le disponibilità di una trattativa, anche se come è stato dichiarato “per tendere una trappola”. Emerge anche il fatto che Riina pretendeva che i vertici dello Stato ne fossero informati. Di conseguenza è possibile che anche il ministro dell’Interno ne fosse a conoscenza.
È qui che andate a rileggere l’agenda grigia.
Sì, l’agenda grigia. Non quella rossa fatta sparire dal luogo dell’attentato. Nell’agenda grigia, Paolo annotava a fine giornata gli incontri che aveva avuto, gli spostamenti e perfino le spese sostenute. Il primo luglio è a Roma alla Dia per interrogare Gaspare Mutolo che aveva deciso di collaborare. A metà pomeriggio interrompe l’interrogatorio e si reca al ministero degli Interni. Nell’agenda è riportato che incontra prima il capo della polizia Parisi e di seguito alle 19 e 30 l’appena nominato ministro Nicola Mancino. Poi torna alla Dia. È molto nervoso, sconvolto. Lo racconta un agente della Dia assegnatogli come scorta quel giorno, e anche Mutolo. È distratto. Arriva perfino ad accendersi due sigarette contemporaneamente. Nelle ore in cui lui si trova al ministero dell’Interno qualcosa è successo.
Mancino ha negato di aver incontrato Paolo Borsellino. Invece è confermato l’incontro con Parisi.
In realtà prima ha negato poi ha ritrattato parzialmente dicendo che quel giorno, il primo del suo insediamento, ha stretto tante mani e che non si può ricordare di tutti. In ogni caso non mi sembra molto credibile. Mancino ha dichiarato che si sarebbe dimesso alla minima ombra di sospetto sul suo operato.
Per quali ragioni, secondo lei, dovrebbe negare un episodio così istituzionalmente innocuo come l’incontro fra un ministro e il magistrato più in vista in Italia dopo la strage di Capaci?
Oggi Mancino è il vice presidente del Csm, l’organo di autogoverno della magistratura. Questa vicenda, evidentemente, lo mette in grave difficoltà proprio nel momento in cui si trova a dover gestire la durissima battaglia sulla riforma della giustizia, i veleni dello scontro fra procure e la sua proposta di aumentare il numero dei componenti non togati del Csm. Proprio perché la vicenda di via D’Amelio è ancora in gran parte irrisolta e piena d’ombre.
Tratto da: 19luglio1992.com
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