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pd-sfaldatodi Nicola Tranfaglia - 3 giugno 2015
Una volta terminate le votazioni (ma per i numerosi ballottaggi si dovrà aspettare la metà di giugno) si può tentare un primo bilancio delle giornate elettorali di fine maggio e tentare, sia pure in maniera ancora dubitativa, qualche previsione sui problemi che cresceranno nelle prossime settimane e nella stagione calda che incomincia a incalzare. I dati sviluppati dall'Istituto Cattaneo di Bologna parlano di un'astensione che ha quasi raggiunto la metà degli elettori andati alle urne (quest'ultimi rappresentati dal 53,90%) ma anche di una perdita clamorosa del partito democratico che, per la strada rispetto alle europee, ha lasciato più di due milioni di voti. Non solo. Queste elezioni ci fanno assiste alla vergognosa aggressione del neopresidente eletto della regione Campania De Luca alla presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi, e la perdita di voti, minore di quella dei democratici ma non trascurabile, dei Cinque Stelle che calano del 60% rispetto alle politiche del 2013 e del 40% rispetto alle europee, di Forza Italia che rispetto al 2013 e al 2014 cede 1.929,827 voti e 840.148 rispetto al 2014. Numeri importanti pur tenendo presente che le elezioni amministrative e locali presentano nelle nostra storia caratteristiche influenzate spesso dalle situazioni peculiari di ogni regione, non dimenticando lo stato di crisi generalizzata delle forze politiche tutt'altro che curata dalle attuali classi dirigenti al potere. Insomma le elezioni di fine maggio hanno segnato senza dubbio alcuno il successo della Lega Nord di Matteo Salvini, il declino crescente dell'uomo di Arcore solo in parte addolcito dalla imprevista conquista della Liguria da parte di Giovanni Toti, l'uomo scelto da Berlusconi per rivitalizzare un partito insidiato dalla ribellione di Fitto in Puglia e depresso dalla frequente assenza sulla scena politica del lidermaxismo che ne aveva determinato la nascita nei primi anni Novanta.

Insomma un risultato inaspettato e complicato dalle difficoltà interne di tutti i maggiori partiti a cominciare da quello guidato da Matteo Renzi che mostra notevoli difficoltà a sostituire con i "renziani" emersi negli ultimi due anni le precedenti classi dirigenti del partito e soprattutto un ceto politico che non si è fatto ancora conquistare dal verbo dell'ex sindaco di Firenze e forse non ne ha colto con chiarezza la strategia che lo spinge.
Come ha osservato il direttore di un quotidiano che, in passato con la guida di Eugenio Scalfari, aveva seguito da vicino il suo cammino, i democratici e i loro elettori (tra i quali c'è stato, fino al 2013, anche chi scrive) "dove va il partito democratico per realizzare il cambiamento di cui parla ogni giorno Renzi e come e con chi? Se il partito della nazione vuol dire che l'albero e il fusto cresciuti saldamente nel campo della sinistra sanno prolungare le fronde fino al centro, allora è ciò che hanno fatto Mitterand, Blair e anche Hollande parlando e convincendo ceti e interessi del centro in nome dell'identità risolta e sicura di una sinistra moderna, europea, occidentale che vuole governare. Se invece il partito della sostituzione con un trapianto centrista che soppianta i rami nati e cresciuti a sinistra e lascia sguarnita una parte rilevante e indispensabile del campo e di conseguenza del corpo elettorale, cambiando la natura dell'insieme." Di qui al 2018, hanno osservato alcuni tra i più acuti analisti, c'è bisogno non soltanto di un presidente del Consiglio ma anche di un segretario del partito democratico che sia in grado di far convivere istanze di sinistra e di centro. Altrimenti i rischi aumentano e la legislatura corre il rischio di fermarsi prima della scadenza fissata, di qui a tre anni.

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