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populismodi Nicola Tranfaglia - 30 maggio 2015
Quando l'anno scorso pubblicai con l'editore romano Castelvecchi il piccolo libro, 122 pagine soltanto, dedicato al populismo come "carattere originale nella storia d'Italia" parlavo di questi problemi in solitudine quasi assoluta  e anche quando - qualche mese fa - il libro è stato presentato e discusso al Senato, con l'intervento del presidente del Censis De Rita e del collega dell'Università di Verona Elio Franzina, mi sembrava di parlare di qualcosa che si avvertiva nell'aria ma che aveva ancora bisogno di studi e di riflessioni. Ora ne parlano in tanti (e voglio segnalare subito il libro che ha scritto il politologo Michele Prospero "Il nuovismo realizzato" (edizioni Bordeaux) e, tra gli altri, ora ne parla il primo ministro francese Manuel Valls, figlio di immigrati, padre catalano e madre ticinese, che tiene in bella vista nel suo studio un ritratto dell'ex presidente francese Georges Clémenceau, che oggi sarà al Festival dell'Economia di Trento, in Italia. Valls risponde oggi alle domande di un giornalista italiano: "E' vero, il populismo avanza in Europa. E' stato alimentato dalla crisi economica, dall'austerità che ha rotto la fiducia nel progetto europeo e dalla crisi di identità che attraversa l'Europa di fronte alla globalizzazione. Ma non c'è nessuna fatalità. Dobbiamo rimettere l'Europa sul cammino dell'investimento, della crescita, dell'occupazione. Ed affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti: il terrorismo, i flussi migratori, la transizione energetica e il cambiamento climatico". Valls è d'accordo con il piano europeo perché ci sia una ripartizione più equa nell'accoglienza. Oggi cinque Stati  tra cui Francia e Italia si fanno carico del 75% dei rifugiati politici in Europa. Chiediamo che questi sforzi già compiuti vengano presi in conto nel meccanismo di ripartizione. La solidarietà tra gli Stati membri deve andare di pari passo con la responsabilità in particolare sui controlli alle frontiere. Dobbiamo muoverci su questi due fronti se vogliamo essere davvero efficaci".

Ma forse Valls non sa - o almeno non ne parla, forse per non suscitare possibili reazioni diplomatiche - che noi italiani non dobbiamo soltanto difenderci dalla trasformazione dei nostri partiti politici in comitati elettorali guidati da capi carismatici (da Renzi a Salvini, per far soltanto due nomi) perché dobbiamo difenderci, e non lo facciamo ancora nel modo migliore, per riconoscimento comune e universale di chi studia questi problemi, dalle associazioni mafiose che percorrono la penisola in lungo e in largo e hanno da tempo esteso il loro dominio non solo nel nostro Paese ma in tutto il vecchio continente e nelle due Americhe, oltre che in Australia. E invece noi abitanti e residenti nel Bel Paese non possiamo far finta che questi problemi non esistano, tanto più quando le vicende giudiziarie mostrano che il cancro mafioso (come lo chiamava l'ex presidente della Camera Luciano Violante, che presiedeva l'assemblea di Montecitorio) tende ad estendere i suoi tentacoli ed è sempre più presente nel nostro territorio. Così a Torino, dopo la sentenza di appello sull'ex sindaco di Rivarolo Canavese ed ora europarlamentare di Forza Italia dal 2013 al 2014 Fabrizio Bertot.  
In effetti, dopo la prima sentenza del processo Minotauro del 22 novembre 2013, Bertot risulta indagato per la violazione di un reato elettorale, ma gli inquirenti potrebbero rivedere l'ipotesi di reato alla luce della sentenza emessa dalla Corte di Appello di ieri che ha trasformato la condanna di due suoi sostenitori da voto di scambio semplice (come era stato rubricato in un primo momento) a voto di scambio politico-mafioso. Bertot è stato sindaco di Rivarolo Canavese, un paese piemontese sciolto nel 2012, e il segretario comunale Antonino Battaglia è stato condannato per voto di scambio semplice nel 2009 quando Bertot si era candidato al Parlamento europeo (dove è subentrato nel 2013) i due si sono dati da fare, secondo l'ipotesi accusatoria della procura torinese, per la sua campagna elettorale intrecciando contatti con alcune persone e attivando la cosiddetta "rete dei calabresi". Forse erano entrati in contatto con due pezzi grossi della 'ndrangheta che opera a Torino, il boss Giuseppe Catalano e l'ex politico del partito socialista Giovanni Iaria che, in cambio del loro aiuto, chiedevano 20 mila euro. Battaglia e Macrì avrebbero inizialmente promesso quella somma che però, stando alle risultanze emerse nei processi, non sarebbe mai stata versata. Una promessa non mantenuta ma comunque sanzionata per il reato di voto di scambio. Da quella campagna elettorale sono passai ormai sei anni e Bertot, rimasto fuori dal parlamento europeo dopo le elezioni del 2014, gira l'Italia per promuovere i legami tra l'Italia e la Russia di Putin, grande amico dell'uomo di Arcore, a sua volta ex capo del centro-destra oggi in serie difficoltà.

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