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tranfaglia-nicola-web4di Nicola Tranfaglia - 26 maggio 2015
Chi ricorda ancora la storia di Felice Maniero e della "mafia del Brenta" che dominò i media negli anni Ottanta e Novanta e fece scrivere centinaia di articoli non soltanto al quotidiano tradizionale di Venezia (il Gazzettino per chi non lo conoscesse)? Non tanti prevedo se non altro per ragioni di età, ma oggi va ricordata, di fronte all'allarme che si sta diffondendo proprio in quei territori che coprono l'intero Nord Est e che stanno per concludersi con la vittoria da molti ormai prevista del presidente uscente di centro-destra, Luca Zaia. Ma è una storia significativa perché segna, più di quarant'anni fa, l'emergere di una criminalità legata dall'inizio a Cosa Nostra. Felice Maniero, per i suoi sodali detto Faccia d'angelo, stringe in carcere amicizia e accordo di affari con Gaetano Fidanzati, boss dell'omonima famiglia di Cosa Nostra di Bolognetta a Palermo: è un'amicizia che di Maniero il referente dei siciliani nel traffico di eroina e cocaina e nella gestione del gioco d'azzardo clandestino. Per un ventennio guida la più potente organizzazione del Nord Est ,grazie al controllo capillare del territorio, all'azione di intimidazione e di assoggettamento delle vittime e del loro ambiente, all'omertà indotta, a un apparato militare violento e agguerrito. Struttura la sua banda mutuando le regole di Cosa Nostra, con la quale stringe importanti rapporti tramite i fratelli Bono, Salvatore Enea e Gaetano Fidanzati. Si finanzia con le rapine, i furti di opere d'arte, i sequestri di persone e la gestione di bische clandestine.

Negli anni Ottanta impone il proprio controllo sui cambisti del Casinò di Venezia e nelle case da gioco slovene della zona. Nello smercio di stupefacenti stringe legami con fornitori turchi e colombiani. Condannato in primo grado a 33 anni di carcere per associazione a delinquere di tipo mafioso e altri reati, se li vede ridurre a undici perché nel frattempo è diventato collaboratore di giustizia con il nome di Luca Mori. Nel 1999 verrà condannato a 19 anni per alcuni omicidi e traffici di armi scesi a 14 anni in secondo grado. Oggi è un uomo libero e fa l'imprenditore.
Una vicenda per certi aspetti esemplare dell'intreccio tra le mafie, la criminalità comune e gli affari in una terra che da Trieste a Pordenone fino a Venezia e Padova e Verona oggi ha scoperto ancora una volta il business del mattone. La mafia siciliana è quella che possiede più terreni con svariati milioni di euro spalmati tra villette e terreni agricoli e persino castelli e antiche residenze di pregio. Nei primi anni Duemila la base americana di Aviano deve essere ampliata. Il governo americano mette sul piatto 610 milioni di euro, un affare che Cosa Nostra non vuole lasciarsi sfuggire.
Partono quindi i primi contatti di appalto e subappalto e in breve tempo l'infiltrazione è completata. Da Gela parte l'intervento della Dda che attraverso l'operazione PO-GE arresta diversi imprenditori edili di Caltanissetta domiciliati ad Aviano di cui uno pregiudicato per mafia. Spesso, tuttavia, gli investimenti arrivano come copertura per fare il lavaggio del denaro sporco. Come nel caso dei denari investiti negli ultimi anni dalla mafia siciliana a Tavagliano (UD) e Martigliasco (UD), frutto - secondo gli inquirenti - di attività estorsiva commessa in Sicilia. Ma casi di questo genere sono innumerevoli e sempre coperti da una cappa omertosa di silenzio. Dagli anni Novanta, ad esempio, il litorale dell' alto Adriatico è un intruglio di affari sporchi, ristoranti e alberghi gestiti da prestanome incendiati in modo doloso di notte. Poi nel 2008 arriva la crisi e il Nord Est boccheggia ma ora con il mattone tutto sembra tornare in attività al solito modo con l'accordo tra la criminalità organizzata e quella mafiosa dell'estremo Sud.

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