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di Nicola Tranfaglia - 9 maggio 2015
Il titolo, La tela del ragno, che Sergio Flamigni diede prima nel 1988 (quindi nella definitiva edizione delle edizioni Kaos nel 2003) al suo libro sul rapimento e l'uccisione di Aldo Moro che resta con il libro di Francesco M. Biscione, pubblicato nel 1998 dagli Editori Riuniti, il contributo più importante a quella misteriosa vicenda, è tratto da una frase di Solone che così recita: "La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi." E, leggendo con attenzione i processi, cinque, che si sono succeduti in questi anni e le inchieste parlamentari che ne sono seguite (l'ultima è ancora in corso), si ha una duplice sensazione che, come ha detto oggi il Capo dello Stato Sergio Mattarella, non siamo ancora arrivati a scoprire tutta la verità su quelle vicende in cui culminavano i terrorismi italiani e incominciavano a tramontare dopo un quindicennio di violenze e di uccisioni.

Ma certo di strada dall'inizio ne abbiamo fatta e, nei due libri che ho citato all'inizio, ci sono gli elementi necessari per arrivare ad alcune conclusioni abbastanza attendibili.

La prima è che le Brigate Rosse non furono i soli protagonisti del clamoroso rapimento e del successivo delitto. La seconda è che ci furono altre forze non solo italiane che ebbero parte nella vicenda e che furono decisive per le scelte poi fatte dai terroristi alla fine dei 55 giorni di sequestro. La terza è che anche la loggia massonica P2 a cui appartenevano quasi tutti i capi dei servizi di informazione e di sicurezza allora al comando ebbe un ruolo, non trascurabile, nelle scelte fatte dal ministro degli Interni Cossiga, costretto a dimettersi il giorno successivo al ritrovamento di Aldo Moro, ucciso qualche ora prima di essere portato nella Diane in via Caetani. Un luogo vicino contemporaneamente alla sede della Democrazia Cristiana e del Partito comunista, tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, che ebbe a segnare i simboli dell'azione delittuosa compiuta dai terroristi.

Le responsabilità dei depistaggi, dell'approssimazione delle indagini a cominciare dal mancato ritrovamento della prigione di via Montalcini a Roma dove Moro venne portato dopo il rapimento del 16 marzo riguardarono allora le forze di polizia come una parte della magistratura romana ma, nei primi anni dopo il delitto, fu molto difficile approfondire i fatti e ora che sono passati quasi quarant'anni l'opinione pubblica democratica chiede con insistenza che si faccia luce su quei fatti e si capisca finalmente di chi siano state le maggiori responsabilità sul piano politico e culturale.

Vero è che con la morte di Moro la politica italiana cambiò. Si interruppe il dialogo tra comunisti e democristiani che aveva dominato il decennio precedente e si arrivò ad altre soluzioni politiche più in accordo con le alleanze internazionali della guerra fredda e gli interessi degli Stati Uniti. Ma ora è' possibile finalmente che si arrivi più vicini alla verità?

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