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di Nicola Tranfaglia - 28 aprile 2015
E' stata la Resistenza il secondo risorgimento nella storia d'Italia dopo quello che aveva condotto all'unificazione nazionale - dopo molti secoli - una nazione che aveva avuto grandi poeti, artisti e scrittori (da Dante a Petrarca a Leopardi per citare soltanto i maggiori) ma era stata sempre sciaguratamente divisa e caratterizzata da grandi lotte intestine? O meglio il secondo atto del movimento risorgimentale?

Lo avevano già detto molti studiosi della nostra storia come il napoletano Adolfo Omodeo e più tardi il vercellese Alessandro Galante Garrone e lo hanno ripetuto di recenti due presidenti della Repubblica: Carlo Azeglio Ciampi e predecessore di Mattarella cioè Giorgio Napolitano.
In un certo senso, dunque, una simile affermazione ha un fondamento perché non dissimile era stato il genuino amore di patria che aveva condotto Mazzini, Cavour e Garibaldi ma anche Cairoli, Mameli, Bixio e Pisacane ad affrontare carceri, torture e lunghe persecuzioni per raggiungere l'unità nazionale.  Anche se il dualismo economico tra Nord e Sud iniziò proprio allora e proprio in quegli anni si manifestò il fenomeno mafioso che ancora preoccupa gli italiani. Ma il nostro paese - e lo ha detto con chiarezza il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari nel suo articolo di ieri, è arrivato all'unità e alla sua trasformazione economica e sociale con grande ritardo rispetto al resto dell'Europa.

Questo sfasamento temporale ha avuto effetti profondamente negativi sulla democrazia italiana che è stata fin dall'inizio dello Stato unitario molto fragile.

La causa è ormai evidente (e lo ha messo da ultimo in grande evidenza un ex giudice costituzionale come Sabino nel suo libro Storia dello Stato. Governare gli italiani che il Mulino ha pubblicato l'anno scorso).

"Molti italiani - ha ricordato Cassese e Scalfari lo ribadisce -" hanno considerato e considerano tuttora lo Stato come un'entità estranea e addirittura nemica, oppure come uno strumento da utilizzare per i propri particolari interessi piuttosto che a tutela degli interessi generali e del bene comune. La diffusione non solo della mafia ma anche delle clientele e della corruzione così radicata e diffusa sono fenomeni che hanno come causa prima il ritardo di secoli della nascita dello Stato unitario, sorto centocinquanta anni fa mentre in Francia,

in Inghilterra, in Austria, in Spagna era nato quattro secoli prima e con esso economie molto più avanzate rispetto alla nostra. Ogni tanto anche in Italia assistiamo a ventate di patriottismo ma sappiamo ormai che sono fenomeni passeggeri e non a caso hanno luogo quando si insedia col favore del popolo un dittatore".

E quelli che altrove si manifestano come anticorpi rispetto alle difficoltà della democrazia tendono a distruggersi da soli. E Scalfari a questo punto cita la crisi attuale e dà un giudizio che ancora una volta credo di poter condividere: "ma il fatto strano degli anticorpi che distruggono se stessi  si sta verificando con preoccupante intensità anche ora ed è proprio Matteo Renzi che, adottando lo slogan del cambiamento, sta cambiando la democrazia italiana  non rafforzandola ma rendendola ancora più fragile si da consentirgli di decidere e comandare da solo. Renzi sta smontando la democrazia parlamentare col rischio di trasformandola in democrazia autoritaria. Forse non è consapevole ma quella è la strada che sta battendo e sia la legge elettorale sia la riforma del Senato rendono quel pericolo ancora più concreto."

Non ho nulla da aggiungere a un giudizio così limpido e autorevole ma questa pare la china a cui ci stiamo avviando senza rendercene neppure conto appieno.

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