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di matteo nino c giannini big0di Marco Travaglio
Abituati come sono a incensare “mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà” (Leonardo Sciascia), giornali e tg non si accorgono dell’esistenza di un uomo. Si chiama Nino Di Matteo e da 25 anni fa il pm antimafia, prima a Caltanissetta poi a Palermo. Da tre anni tenta di entrare, come sarebbe suo diritto, alla Procura Nazionale Antimafia (Dna), infatti ha presentato due domande al Csm, prima come sostituto procuratore, poi come aggiunto. Entrambe respinte dal Csm, che la prima volta gli ha preferito tre colleghi più giovani e/o meno titolati di lui; la seconda ha giudicato “inammissibile” la sua documentazione. Tutti sanno benissimo che ciò che manca a Di Matteo non sono i meriti, i titoli, l’anzianità di servizio, l’esperienza, la competenza o le scartoffie (se manca qualche timbro, si può sempre chiedere – volendo – un’integrazione): ma l’affidabilità politica. Avendo giurato sulla Costituzione nel 1991, quando indossò per la prima volta la toga, Nino è sempre stato fedele solo a quella, dunque non ai potenti di turno. Infatti è inviso alla destra come alla sinistra, avendole disturbate entrambe con le sue indagini su mafia e politica, soprattutto con quella sulla trattativa Stato-mafia, che attraversa longitudinalmente le classi dirigenti della Prima e della Seconda Repubblica. Senza contare che nel 2012 ebbe l’ardire, con un pugno di colleghi, di ascoltare alcune conversazioni intercettate fra il presidente Napolitano e l’ex ministro Mancino sul telefono di quest’ultimo, sospettato e poi imputato di falsa testimonianza.

Perciò il Csm non lo promuoverà mai e lo lascerà sostituto a vita, senza alcun avanzamento in carriera: “Colpirne uno per educarne cento”, anzi 9 mila quanti sono i magistrati italiani. Ora però si dà il caso che, appena un mafioso viene intercettato o un pentito apre bocca, dicano tutti la stessa cosa: Di Matteo è un cadavere che cammina, condannato a morte da Cosa Nostra per volontà dei boss Riina e Messina Denaro. Allarme preso molto sul serio non solo dalle Procure. Ma anche dal Viminale, che gli ha alzato la protezione al livello massimo, proponendogli addirittura di circolare per Palermo a bordo di un carrarmato. E pure dal Csm, che su input del presidente Sergio Mattarella l’ha convocato per proporgli di lasciare Palermo e andare indovinate dove? Alla Dna. Ma non in seguito a una sua domanda, che se fosse accolta presupporrebbe una valutazione dei suoi meriti e una promozione in carriera. Bensì con un “trasferimento d’ufficio extra ordinem”, per “motivi di sicurezza”.

Una scorciatoia che lo porterebbe alla Superprocura non perché lo merita, ma perché rischia la pelle. L’altroieri Di Matteo ha risposto “no grazie”. Motivo: “La mia aspirazione professionale di andare alla Dna si realizzerà solo se e quando venissi nominato per normale concorso”. Traduzione: io seguo le regole valide per tutti, voi no. I consiglieri del Csm, tramite la forzista Casellati, hanno espresso “viva preoccupazione” per la sua incolumità. Se dicono la verità, non hanno che da accogliere la terza domanda già annunciata da Di Matteo per il prossimo posto libero di sostituto alla Dna. Ma è improbabile che accada: una promozione sarebbe un riconoscimento indiretto della bontà del suo lavoro nel processo Trattativa. Un processo che non s’ha da fare in nome della “ragion di Stato”: lo Stato che finge di combattere la mafia e piange i giudici ammazzati che, da vivi, non ha voluto proteggere. Ma anche in nome della ragion di mafia: lo sanno tutti, anche se nessuno osa dirlo, che è proprio per quel processo e le indagini collegate che Cosa Nostra lo vuole morto. Nell’attesa, Di Matteo resta a Palermo con tutti i rischi che ciò comporta: “Accettare il trasferimento con una procedura straordinaria connessa solo a ragioni di sicurezza sarebbe un segno di resa personale e istituzionale”.

Fece così anche Paolo Borsellino, ben conscio, dopo la strage di Capaci che “dopo Falcone il prossimo sono io”. E fece così Gian Carlo Caselli, che nel gennaio ’93 partì volontario per Palermo in piena stagione stragista, mentre molti fuggivano per la paura. Borsellino è un eroe, perché è morto. Caselli invece ha subito ogni sorta di attacchi, perché è sopravvissuto e ha processato chi non doveva. E Di Matteo continua a subirne quotidianamente, perché non si decide a compiere l’unico gesto che gli garantirebbe promozioni e onori: un bell’autodafé in cui confessa che la trattativa Stato-mafia è frutto della fantasia malata di un pugno di toghe fanatiche, “una boiata pazzesca” come continua spudoratamente a scrivere un presunto giurista palermitano, tutto giulivo perché la scombiccherata sentenza Mannino ha sposato i suoi delirii. Ieri Il Foglio, house organ di alcuni imputati del processo Trattativa, pubblicava il discorso di Di Matteo a un dibattito in difesa della Costituzione con Salvatore Borsellino e la deputata M5S Giulia Sarti. Avendo giurato sulla Costituzione, Di Matteo ha detto un’ovvietà: voterà No allo snaturamento di 47 articoli su 139. E ha spiegato, da giurista, il perché. Tutto ciò, per Il Foglio, è un “manifesto politico” che mina la sua “terzietà” di pm (come se l’oggetto dei suoi processi fosse la “riforma” Boschi). Segue domandina delatoria: “Che dice il Csm?”. Ecco: il Csm, guidato da un presidente che non difende la Costituzione su cui ha giurato, dovrebbe sanzionare un magistrato che difende la Costituzione su cui ha giurato. Ci sarebbe da vomitare, come sempre. Ma oggi facciamo un’eccezione. Oggi esultiamo perché, in un paese di mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà, c’è ancora un uomo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Castolo Giannini

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