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travaglio-marco-web11di Marco Travaglio - 22 luglio 2012
La tragedia del Quirinale violentato nelle sue sacre prerogative che trascina alla Consulta la Procura golpista di Palermo sta finendo all’italiana: in farsa. Dopo i fiumi di parole e d’inchiostro spesi dalle vergini violate del Colle Supremo e dalle loro vestali a mezzo stampa e tv, si scopre ciò che il Fatto (e pochissimi altri, come Cordero) ha scritto fin dal primo giorno: nessun pm ha violato alcuna prerogativa, perché non esiste alcuna legge che preveda ciò che Napolitano pretende, cioè che la Dia non ascoltasse né registrasse le sue conversazioni con l’intercettato Mancino o, in alternativa, che la Procura distruggesse i nastri senza passare per l’udienza davanti al gip e alle parti.

Le affannose ricerche di una sillaba che autorizzasse quell’assurdità tra le pieghe della Costituzione, del Codice di procedura penale e anche della Navigazione, nonostante l’impiego di giuristi di chiara fame e financo di unità cinofile, han dato esito negativo e sono state infine interrotte per sfinimento. Ieri il fronte dei corazzieri di complemento, capitanato da Corriere e Repubblica, si è ufficialmente arreso con due articoli di Giuliano Turone e Gianluigi Pellegrino. I quali s’improvvisano badanti del capo dello Stato per aiutare il Quirinale e la Consulta a uscire dal vicolo cieco in cui li han cacciati Napolitano e i suoi improvvidi consiglieri. Scrive Pellegrino: “La soluzione è a portata di mano”: il meccanismo previsto dall’“art. 271 del Codice di procedura penale, secondo il quale la distruzione è disposta in via diretta dal giudice (salvi solo i corpi di reato) per le intercettazioni la cui stessa captazione, pur avvenuta fortuitamente e quindi in buona fede, risulti incompatibile con le leggi e l’ordinamento”, come quelle “tra indagato e suo avvocato” o quelle disposte da soggetti non autorizzati. Il fatto è che l’art. 271 non fa cenno a intercettazioni indirette del Presidente e comunque prevede che sia sempre il gip, non il pm, a decidere. Quindi il Codice va integrato con una norma ad hoc, che ora non c’è. Infatti Turone dà ragione ai “magistrati di Palermo” che “evidenziano una lacuna legislativa”, perché il Codice “non consente che il gip (su richiesta del pm) possa distruggere le intercettazioni illegali o non utilizzabili in qualsiasi momento e senza il contraddittorio di tutte le parti”. Insomma “il legislatore non aveva previsto, non avendo la sfera di cristallo, che un giorno potesse verificarsi una situazione anomala” come questa. La “via d’uscita” è che la Consulta “dichiari la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 269 Cpp... nella parte in cui non consente che il pm richieda e il gip disponga l’immediata distruzione senza contraddittorio di una comunicazione del Presidente casualmente captata”. Resta da decidere che fare “se uno telefona al Presidente e confessa un omicidio”, ma “ne riparleremo a tempo debito”. La resa dei giornali-corazzieri non potrebbe essere più totale. Sia Repubblica sia il Corriere riconoscono che la Procura di Palermo non ha violato alcuna norma (come quella di Milano ascoltando Scalfaro sul telefono di un banchiere e quella di Firenze ascoltando Napolitano sul telefono di Bertolaso). Se Napolitano ritiene lese le prerogative presidenziali, deve prendersela con il Codice, non con i pm della trattativa Stato-mafia. Invece di trascinarli alla Consulta per farli dichiarare eversori, avrebbe dovuto limitarsi a un monito al Parlamento perché colmi la lacuna con una norma inevitabilmente ad Napolitanum. Se le cose stanno così, e stanno così, il presidente della Repubblica e chi l’ha spalleggiato nella sua assurda guerra alla Procura di Palermo deve ritirare subito il conflitto alla Consulta contro quei pm, scusarsi per le accuse calunniose lanciate a vanvera e chiudere la tragicommedia. Poi, volendo, potrà attivare il Parlamento perché cambi la legge. O magari, più semplicemente, la prossima volta che lo chiama un politico amico per lamentarsi di un’indagine, mettere giù la cornetta.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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