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Tagli, tagli, e ancora tagli. E’ questo, in sintesi, ciò che ci attende nei prossimi mesi e anni. E’ chiaro che non ci sono bastati gli ultimi 40 anni all’insegna del “risparmio”. Evidentemente, ancora non abbiamo compreso che questa classe dirigente, ormai da un pezzo, non agisce più per il benessere collettivo comune. I suoi scopi riguardano altro. E’ sotto gli occhi di tutti che questi signori mentono. Prova ne è il fatto che, ad esempio, a inizio pandemia sono stati messi da parte quei vincoli di bilancio, facenti parte del cosiddetto “Patto di stabilità e crescita”, che ci hanno sempre rimproverato di non rispettare. A riprova del fatto che queste “regole” non sono state scritte su pietra, ma sono frutto di concetti ideologici dogmatici, che hanno fatto perdere qualsiasi senso pratico e qualsiasi connessione con la realtà a chi ci governa e a chi sostiene che sia “cosa buona e giusta” procedere in tal senso.
Ma perché tutto questo proprio ora? Beh, perché “ce lo chiede mamma Europa”, come sempre. La cosiddetta “Spending Review” fa infatti parte della miriade di riforme che ci chiede l’Unione Europea per aver accesso ai miliardi del Recovery Fund. Soldi che, come spiegheremo in questo articolo, andranno restituiti, fino all’ultimo centesimo. E non esistono contributi a fondo perduto, come la maggior parte della stampa vorrebbe farci credere. Avete capito bene. Noi abbiamo ipotecato il nostro Paese per i prossimi 37 anni (perché queste sono le tempistiche di restituzione del denaro prestato agli Stati membri), per avere soldi in prestito che, se vogliamo, dobbiamo agganciare a delle riforme che arrivano dall’esterno, che non sono il frutto della volontà parlamentare nazionale. Dunque, è ufficiale: siamo colonia. E non abbiamo voce in capitolo. Che delusione per la nostra cara amata Italia, culla della cultura del mondo, che potrebbe essere davvero fare la differenza nello scenario socio-politico internazionale, se solo lo volesse.

La truffa del Recovery Fund
Il Recovery Fund è composto da due elementi: il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), ovvero il Bilancio a lungo termine dell’UE, per il periodo 2021-2027, e dallo strumento NextGenerationEU, composto a sua volta dal Recovery and Resilience Facility, da REACT-EU, e da altri fondi minori. Per ottenere tali risorse monetarie, la Commissione Europea si finanzierà tramite l’emissione di Bond comuni sui mercati. Il QFP è stato fissato per il settennato 2021-2027 a 1.074 miliardi, ed esso sarà finanziato dagli Stati membri dell’UE, come sempre è avvenuto per il bilancio comunitario; NextGenerationEU vale 750 miliardiAll’Italia spetterebbero, in totale, 209,5 miliardi. Secondo la narrativa ufficiale, dei 750 miliardi di NextGenerationEU, 390 sarebbero in sussidi, o in “contributi a fondo perduto”, mentre i restanti 360 in prestiti, da rimborsare con gli interessi. Ma non è così. La narrativa ufficiale mente, come mentono tutti i giornalisti che parlano di “contributi a fondo perduto”.

Il PNRR ci dice che, dal Recovery and Resilience Facility e dal REACT-Eu, arriveranno in totale 209,5 miliardi, di cui:

- 81,9 miliardi in “sovvenzioni a fondo perduto”;
- 127,6 miliardi in prestiti;

Ovviamente, i prestiti andranno rimborsati interamente; il documento relativo alle conclusioni della Riunione Straordinaria del Consiglio europeo dal 17 al 21 luglio 2020, infatti, ci fa sapere che “Il calendario dei rimborsi è fissato, secondo il principio della sana gestione finanziaria, in modo da ridurre costantemente e prevedibilmente le passività fino al 31 dicembre 2058”. In sostanza, andremo a restituire questi prestiti nel corso dei prossimi 37 anni.
Veniamo ora alle cosiddette “sovvenzioni a fondo perduto”. Esse non sono affatto a fondo perduto. Infatti, la “DECISIONE (UE, EURATOM) 2020/2053 DEL CONSIGLIO del 14 dicembre 2020 relativa al sistema delle risorse proprie dell'Unione europea e che abroga la decisione 2014/335/UE, Euratom”, all’Art.5, paragrafo 2, recita: “Per i prestiti contratti per essere destinati alle spese di cui al paragrafo 1, primo comma, lettera b), del presente articolo (390 miliardi, destinati alle “spese”, ovvero a quelli che la narrativa ufficiale vorrebbe farci passare come “contributi a fondo perduto”, ndr.), il rimborso del capitale ed il pagamento dei relativi interessi sono a carico del bilancio dell’Unione”. Ciò significa che, come detto prima, saranno gli Stati stessi a dover rimborsare i “contributi a fondo perduto”! Certo, non pagheranno direttamente la Commissione Europea come per i prestiti, ma è semplicemente una partita di giro, poiché daranno soldi al Bilancio UE, il quale contribuirà al rimborso del capitale e degli interessi per quei 390 miliardi di Euro.
Ma la beffa peggiore, come detto, sta nel fatto che “la valutazione positiva delle richieste di pagamento sarà subordinata al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali”, come scritto nel documento relativo alle conclusioni della Riunione Straordinaria del Consiglio europeo dal 17 al 21 luglio 2020, al punto A19. Inoltre, all’articolo 10 del Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021, in cui si parla di Misure per collegare il dispositivo a una sana governance economica”, viene esplicitato che “La Commissione presenta al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti qualora il Consiglio, deliberando a norma dell'articolo 126, paragrafi 8 o 11, TFUE, decida che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”. In sostanza, se non “faremo le riforme”, se non “correggeremo gli squilibri”, se non “aumenteremo la competitività”, e se non “metteremo a posto i bilanci pubblici”, i soldi non arriveranno.
L’11 febbraio 2021, in una lettera di risposta al ministro Gualtieri, Paolo Gentiloni e Vladis Dombrovskis, rispettivamente Commissario all’Economia e Vice Presidente Esecutivo della Commissione Europea, avevano scritto che il Recovery and Resilience Facility “rappresenta un’opportunità per gli Stati membri per fare riforme ambiziose, e porre le basi per una crescita solida e sostenibile”, che le misure di supporto dovrebbero essere “ben indirizzate e temporanee”, e che il governo avrebbe dovuto progettare di mantenere il suo rapporto Debito Pubblico/Pil stabile per l’anno passato, prima di farlo iniziare a scendere dal 2022; l’obiettivo, in sostanza, rimane quello di “riportare il Debito Pubblico/Pil ai livelli del 2019 entro il 2030”. E ancora: “la Commissione valuterà la consistenza delle riforme dell’Italia e la strategia fiscale nel contesto del Recovery and Resilience Plan and Stability Program”. Tutto questo significa una sola cosa: mattanza sociale, tagli ingenti alla Spesa Pubblica, aumento della tassazione, abbassamento degli stipendi e delle pensioni, a fronte di innalzamenti dell’età pensionabile. I soldi che pagheremo, dunque, sono sicuri, quelli che dovremmo ricevere no. Tutto dipenderà dal nostro sottostare ai diktat della Commissione Europea o meno.

La Spending Review
Nel 2022, il nostro Paese dovrà centrare ben 102 obiettivi, e portare a compimento 66 riforme, per ottenere, in tutto, 40 miliardi di euro. L’UE ha dato, lo scorso dicembre il via libera per l’arrivo della prima rata da 24,1 miliardi entro fine marzo. In totale, per ricevere tutti i soldi, l’Italia, da qui al 2026, dovrà realizzare in tutto 520 obiettivi.
La cosiddetta “Spending Review” e la riforma dell’amministrazione fiscale sono i primi due obiettivi che il Ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà centrare entro i primi 6 mesi del 2022. Il primo tassello, dunque, è la revisione della spesa pubblica, che dovrà portare all’adozione degli “obiettivi di risparmio per le spending review relative agli anni 2023-2025”, come spiegato nelle tabelle che descrivono i compiti affidati ai vari dicasteri presentati nel corso del Consiglio dei ministri dello scorso 3 febbraio.  Sono previsti anche “risparmi di bilancio diretti a sostenere le finanze pubbliche e/o a finanziare una riforma fiscale o riforme della spesa pubblica favorevoli alla crescita”.
In sostanza, stiamo parlando sempre della stessa cosa: tagli alla spesa pubblica, all’istruzione, alla sanità, agli investimenti, ai sussidi alla disoccupazione, e così via.
Dopo decenni di politiche neoliberiste applicate a tappeto, la distruzione programmata del sistema socio-economico italiano si sta compiendo sotto i nostri occhi. E nessuno ne parla. Ma forse, del resto, ce lo meritiamo. Un popolo ignavo, che ha accettato la “pillola facile” della delega ai “signori politici”, forse, tutto questo se lo merita. Un popolo che sta zitto, forse, tutto questo se lo merita. Un popolo che non si interessa della cosa pubblica, ma che affoga nel delirio del consumo e della mercificazione del mondo, forse, questa situazione se la merita. Il problema, è che quando le persone capiranno che sono state prese per i fondelli, purtroppo, sarà troppo tardi, come sempre.

La rubrica "L'angolo di Piras"

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