I giudici nelle motivazioni della sentenza di condanna: "Ha disseminato tossine denigratorie"

Piercamillo Davigo, ex consigliere togato del Csm, avrebbe "utilizzato il tema dell’asserita appartenenza massonica per fare terra bruciata intorno" al magistrato Sebastiano Ardita (difeso dall’avvocato Fabio Repici) polarizzando "chirurgicamente l’attenzione" e disseminando "tossine denigratorie nella stretta cerchia di frequentazioni dell’ex amico, con ripercussioni anche sul corretto funzionamento del CSM".
A scriverlo sono i giudici del tribunale di Brescia nelle motivazioni della sentenza con la quale il 20 giugno scorso hanno condannato in primo grado l'ex magistrato di 'Mani Pulite' ad un anno e tre mesi di reclusione (pena sospesa) per rivelazione di segreto d'ufficio per l'ormai noto caso dei verbali dell'avvocato Piero Amara, in cui parlava dell'esistenza di una presunta "Loggia Ungheria", di cui a suo dire avrebbero fatto parte personaggi delle istituzioni e delle forze armate, oltre che due componenti del Csm.
Nella sentenza tuttavia i giudici non sono stati in grado di definire se questa manovra sia stata posta in essere "in ragione di personalismi o di intenti ritorsivi dovuti a dissidi insorti nel passato con l’ex amico", cioè Ardita, di cui le informazioni diffuse fossero inquietanti, palesemente calunniose e false.
Davigo, si legge, era totalmente "convinto dell’appartenenza massonica del dott. Ardita" e questa circostanza è "per facta concludentia dall’accaloramento con il quale ha approcciato la vicenda".
L'ex pm aveva, secondo Ardita, "perfettamente compreso che le informazioni circa la sua appartenenza massonica erano false, poiché 'sgangherate' rispetto a vicende storiche note e facilmente verificabili, quali i suoi rapporti fortemente conflittuali con il dott. Tinebra, pure citato come appartenente alla 'Loggia Ungheria'. Nelle intercettazioni ambientali registrate nell’ambito della 'vicenda Champagne', trattata dal dott. Davigo in sede disciplinare, egli inoltre era stato definito come un 'talebano' da tenere sotto controllo".
I verbali, ricordiamo, furono consegnati a Davigo nell'aprile del 2020 dal pm di Milano Paolo Storari (assolto in via definitiva dalla stessa accusa di rivelazione con rito abbreviato).
Le dichiarazioni furono rese da Amara in cinque interrogatori, tra il 6 dicembre 2019 e l'11 gennaio 2020, nell'inchiesta sul cosiddetto 'falso complotto Eni', di cui Storari era uno dei titolari insieme alla collega Laura Pedio.
E Davigo ne entrò in possesso a Milano nell'aprile del 2020, da stessa ammissione di Storari.
All'ex pm di Mani Pulite Storari consegnò quei verbali segreti, rassicurato dall'inopponibilità al segreto rivendicata dal consigliere del Consiglio superiore della magistratura, ma Davigo agì - per i pm la cui accusa è stata confermata - fuori dalla procedura formale descritta in due circolari e invece di impedire la diffusione di quegli atti svelò, a quasi una decina di persone, quelle informazioni rese dal controverso Amara - soggetto ritenuto inattendibile e calunniatore da ben due Procure, stabilendo che la loggia Ungheria è una bufala - per screditare il collega Ardita, il cui nome avrebbe fatto parte di quei verbali segreti.


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Sebastiano Ardita © Deb Photo


Per i giudici, si è verificato un "cortocircuito sinergico reciprocamente fuorviante" tra Davigo e Storari ma, si legge, molti particolari non sono ancora emersi: "Nel dibattimento non è stato possibile rischiarare compiutamente quanto sia realmente avvenuto all’epoca del fatto e, in particolare, se quella del Sostituto sia stata davvero un’iniziativa ‘self made’ o non vi sia stato, invece, un qualche mentore ispiratore, come pure farebbero pensare alcuni passaggi rimasti in ombra sui quali ci si intratterrà nel prosieguo".
Il plico, come emerge dalle motivazioni della sentenza, non avrebbe mai potuto essere passato al Csm, nemmeno per vie ufficiali dato che in quel momento nessun componente dell'organo di autogoverno era iscritto nel registro delle notizie di reato.
Inoltre, anche se tali carte fossero state trasmesse, il Csm avrebbe dovuto rispedirle alla Procura di Milano per preservare il segreto di indagine.
Infatti l'ex procuratore di Milano, Francesco Greco, aveva dichiarato in sede di dibattimento di "non essersi posto il problema di allertare il Comitato di Presidenza del CSM 'perché - ha detto - non era stato iscritto nessun magistrato ... e in quel momento lì non c’era niente da mandare ... né sotto il profilo penale, né disciplinare'".
L’argomento è stato ripreso anche da Ardita, secondo cui i verbali secretati non avrebbero potuto essere veicolati al CSM neppure tramite il Comitato di Presidenza, “dato che in quel momento né lui né altri magistrati erano stati iscritti nel registro delle notizie di reato".

La denuncia di Nino Di Matteo
L'ex consigliere togato Nino Di Matteo aveva denunciato nell'aprile 2021 di aver ricevuto "dossier anonimi" dove all'interno vi era una lettera ed un documento di un verbale di Piero Amara, ex legale esterno di Eni, in cui menzionava con certezza in maniera diffamatoria se non calunniosa, almeno un consigliere del Csm: nel "pomeriggio del 18 febbraio 2021, esaminando la posta sulla sua scrivania, aveva notato una busta, spedita in forma anonima, recante la scritta 'Personale Riservata'. Dopo averla aperta, vi aveva rinvenuto dei verbali CON fogli formato Word privi di sottoscrizione, contenenti le dichiarazioni rese dall’avv. Amara ai PM milanesi il 14 dicembre 2019. Scorrendo velocemente il testo si era accorto che vi erano 'riferimenti a numerosi personaggi' di rilievo istituzionale, tra cui l’amico Ardita, indicato come appartenente ad una presunta loggia denominata 'Ungheria'. Vi era altresì un biglietto dattiloscritto in cui erano riportate le frasi 'Ti vogliamo mettere in guardia per vedere chi frequenti'; 'il Procuratore Generale della Cassazione e soprattutto il Procuratore Greco stanno insabbiando tutto, ma seguiranno altre cose sul Procuratore Greco'".
Ma tra gli aspetti più gravi di cui parlò Amara vi era la propria appartenenza ad una fantomatica loggia massonica chiamata “Ungheria”, di cui avrebbero fatto parte numerose toghe "garantiste" che volevano combattere contro i giustizialisti. E tra questi magistrati Amara, per l'appunto, aveva inserito in maniera diffamante e calunniosa anche il nome di Sebastiano Ardita.


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Quest’ultimo leggendo la documentazione era rimasto “attonito” e aveva immediatamente pensato che si trattasse di “accuse palesemente calunniose” anche alla luce di alcune evidenti imprecisioni contenute nei verbali. Per tale motivo Di Matteo aveva concluso che ci fosse in atto “una manovra ... per screditare” il collega, tanto che il lunedì successivo il 22 febbraio 2021 aveva deciso di avvisarlo.
Di Matteo spiegò ai giudici che nelle dichiarazioni di Amara sulla “Loggia Ungheria” vi era “un tentativo di condizionare l’attività del Consiglio, di delegittimazione del dottor Ardita ma anche un tentativo di condizionamento della loro attività e, indirettamente, anche della mia”.

La riunione del 3 marzo e le accuse ad Ardita
Le prime crepe tra Davigo e Ardita, scrivono i giudici, si erano aperte quando Davigo “lo aveva rimproverato di intrattenere sun rapporto ‘troppo stretto’ con l’ex consigliere Lepre, in qualche modo collegato ai fatti dell’“Hotel Champagne”, circostanza che gli era parsa poco comprensibile, dato che il collega non aveva disdegnato nel frattempo un incontro con il dott. Palamara”.
“In seguito all’elezione al CSM del dott. Di Matteo - che il dott. Davigo non stimava per vicende pregresse e per le posizioni assunte in contrasto con quelle di “Autonomia e Indipendenza” - si era creato all’interno del gruppo consigliare una spaccatura (“Davigo non voleva Di Matteo”), divenuta una vera e propria frattura anche a livello personale a causa delle divergenze insorte nel febbraio del 2020 a proposito della nomina del Procuratore della Repubblica di Roma” a marzo 2020. Più precisamente il terzo giorno dello stesso mese vi era stata una riunione di “Autonomia&Indipendenza” per decidere quale posizione assumere nel Plenum del giorno successivo nella votazione del Procuratore della Repubblica di Roma. Nello specifico il gruppo di Davigo, almeno secondo le sue aspettative, avrebbe dovuto votare compatto Michele Prestipino. Circostanza anche che non si verificò in quanto Ardita aveva avvisato che avrebbe votato a favore di Creazzo, suscitando la reazione “abbastanza violenta” di Davigo: “Piercamillo gli disse: 'Se tu non voti Prestipino sei fuori dal gruppo'. E poi ancora: 'Tu mi nascondi qualcosa'. Per l'ex pm di Mani Pulite era la conferma che Ardita si era schierato “con quelli dello Champagne”, ossia con coloro che la notte del 9 maggio 2019 avevano partecipato ad un incontro notturno in un noto locale della capitale per “pilotare” al di fuori dei binari istituzionali la nomina del nuovo Procuratore della Repubblica di Roma. Alla riunione era presente anche il collega Nino Di Matteo il quale, sentito dai giudici di Brescia, ha riferito che "in quell’occasione ci fu una vera e propria aggressione verbale da parte del dottor Davigo ai danni del dottor Ardita. Io assistetti e reagì istintivamente”. “Il dottor Davigo, sempre con tono molto aggressivo, ripeté ad Ardita: ‘Tu mi nascondi qualcosa’. A quel punto, mentre Ardita reagiva pacatamente invitando Davigo a riferire a cosa alludesse, ricordo che Davigo rispose: ‘Poi te lo spiego separatamente’. Ardita replicò: ‘No, no, ti autorizzo a dirlo davanti a tutti’. ‘No, te lo dico separatamente’, ha risposto Davigo”. A quel punto, ha ribadito Di Matteo, “intervenni con una reazione istintiva di indignazione”.


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Nino Di Matteo © Deb Photo


A mia volta alzai la voce e dissi come prima cosa che quello che stava accadendo mi faceva pensare che quel gruppo fosse peggio degli altri perché in quel momento mi sembrava che, da parte del fondatore del gruppo (Davigo, ndr), non si rispettasse la libertà dei singoli consiglieri di votare secondo coscienza. E poi da quanto mi sembrava aggressivo il dottor Davigo e dalla violenza verbale nei confronti del dottor Ardita che si palesava a mio avviso come una minaccia, reagì istintivamente dicendo: ‘Senti, io non mi sono fatto nemmeno condizionare dalle minacce di morte di Totò Riina. Tanto meno mi faccio condizionare dalle tue minacce’ - ha detto davanti alla Corte -. Non ero io la persona minacciata, ma mi diede molto fastidio vivere una minaccia nei confronti di un altro consigliere che è anche un mio amico. A mio avviso non aveva nessun tipo di giustificazione e continuo a dirlo. A quel punto Davigo rispose: ‘Il problema non è il tuo perché tu sei già esterno al gruppo. Il problema è di Ardita che se non vota Prestipino è fuori dal gruppo’. Poi la riunione si sciolse praticamente subito nell’imbarazzo di tutti, in un clima di fuoco che si era instaurato attraverso questa dinamica”. In seguito a questa vicenda i rapporti che Ardita e Di Matteo avevano con l’ex consigliere Davigo si interruppero. Dell’intera vicenda, “non apprezzai nemmeno l'isolamento dei consiglieri Pepe e Marra - ha aggiunto Di Matteo -. Fino al giorno prima di questa riunione i due mi avevano più volte ribadito il loro convincimento che non si potesse votare il dottore Prestipino come procuratore di Roma ed era loro desiderio convincere il consigliere Davigo a fare altrettanto. Poi però di fatto loro, in piena coscienza, votarono il consigliere Prestipino. Dopo questa riunione cambiarono idea”. Ma dopo quella riunione il clima non era più lo stesso: Ardita ha dichiarato di aver notato "un atteggiamento differente anche da parte dei componenti del suo gruppo, che lo avevano isolato e lo trattavano con freddezza": “Successe una cosa paradossale" ha detto "c'erano diverse persone che mi parlavano a stento”.
Anche Davigo dal canto suo si comportava in modo incomprensibile, "gli sbatteva la porta in faccia e lo guardava in cagnesco, benché egli non reagisse ai gesti ostili. Diverse persone, inoltre, gli avevano fatto capire che l’imputato parlava male di lui alle spalle", si legge nelle motivazioni. Durante il processo i pubblici ministeri hanno chiesto a Davigo cosa, secondo lui, Ardita avesse da nascondere: avrebbe "mantenuto dei contatti... con quelli di Magistratura Indipendente”, da cui entrambi erano fuoriusciti per fondare “Autonomia & Indipendenza”.
“Quale migliore occasione” domandano i giudici “vi sarebbe stata della riunione del gruppo di ‘Autonomia e Indipendenza’ del 3 marzo 2020 per costringere il dott. Ardita ad un redde rationem circa il suo presunto doppiogiochismo?”
“Non a caso l’imputato, per definire il contegno asseritamente poco commendevole del collega, ha evocato in udienza il termine “tradimento”, mentre alla dott.ssa Contrafatto aveva confidato che “Ardita - aveva - qualche scheletro nell’armadio’, facendo dunque riferimento ad una situazione ontologicamente differente, perché una cosa è accusare una persona di sleale voltafaccia, altro è far riferimento all’esistenza di un segreto compromettente”.


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Plenum del Csm © Imagoeconomica


Le dichiarazioni dei testimoni
La maggior parte dei testimoni sentiti nel processo ha affermato che "Davigo era effettivamente convinto del coinvolgimento del dott. Ardita nella Loggia Ungheria, circostanza che lo aveva indotto ad interrompere definitivamente i rapporti con lui".
Ricordiamo che Nicola Morra, al tempo Presidente della Commissione Parlamentare antimafia, ha raccontato davanti alla corte che "l’imputato, riferendosi al dott. Ardita, aveva affermato che questi 'faceva parte di un ’associazione' che imponeva il vincolo della segretezza e, per questo motivo, non poteva considerarsi affidabile. A comprova gli aveva ‘mostrato velocemente dei fogli stampati' in cui era menzionato il nome del collega, senza permettergli di leggere altro ed evitando, al contempo, di menzionare i nominativi di ulteriori affiliati alla loggia massonica’.
Anche Marcella Contrafatto, ex segretaria personale di Davigo (indagata per calunnia dai pm capitolini e poi prosciolta "per non aver commesso il fatto") aveva raccontato che l'imputato "le aveva intimato di 'non far avvicinare il dott. Ardita alla sua stanza', poiché riteneva possibile la sua appartenenza alla loggia 'Ungheria'. Ella aveva esternato la propria incredulità dal momento che, conoscendo bene il dott. Ardita, persona gentile e perbene, stentava a credere che potesse essere coinvolto in una loggia massonica".
Aveva avuto l'impressione che Davigo credesse fermamente alle dichiarazioni dell’avv. Amara, tanto da aver liquidato “l’argomento in modo lapidario ('C'è tutto il mondo') e rimanendo fermo sulla propria posizione in modo intransigente".


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L'ex magistrato, Piercamillo Davigo, e il suo legale, Francesco Borasi © Imagoeconomica


Il danno alle indagini
Le azioni di Davigo non solo hanno recato danno alla persona di Sebastiano Ardita ma anche al piano investigativo: “È accaduta - si legge nella sentenza - una situazione che probabilmente non ha precedenti per indagini giudiziarie quantomeno di così rilevante impatto; vi è stata una sostanziale e totale ‘discovery’ anticipata della parte più significativa del materiale probatorio, costituito dalle dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara che stava riferendo della presunta associazione segreta, con la pubblicazione sui media integralmente della gran parte dei verbali di interrogatorio che avrebbero invece dovuto restare segreti e che per la loro delicatezza erano stati anche oggetto di formale ed opportuno provvedimento di secretazione da parte della procura di Milano. In particolare, già nel novembre 2020 era emersa la certezza che i verbali di interrogatorio di Amara fossero nella disponibilità di terzi estranei al processo, tanto da essere trasmessi integralmente ad un giornalista, e tale propalazione è proseguita anche nei primi mesi del 2021 con l'invio di una parte dei verbali di dichiarazioni ad un altro giornalista e ad un consigliere del CSM che ne aveva fatto anche pubblica menzione in un intervento al Plenum dell’organo di autogoverno".
Nella primavera del 2021 per oltre un mese i giornali e le trasmissioni televisive si sono occupati della vicenda, pubblicando verbali ed altri documenti e facendo rendere dichiarazioni ed interviste ai soggetti ritenuti interessati all’indagine.
Quanto avvenuto, scrivono i giudici, ha certamente "inciso sulle attività investigative in corso, che avrebbero in contrario, in relazione alla tipologia dei reati di accertare, richiesto la massima riservatezza e segretezza".
Anche l'ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi aveva dichiarato davanti alla Corte che i “fogli di carta estratti da un computer contenenti dichiarazioni rilevantissime" non "potevano nemmeno arrivare al Consiglio Superiore" perché "quelle carte non erano copie autentiche pervenute attraverso 'un binario' ufficiale".


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Gli ex consiglieri del Csm, Ilaria Pepe e Giuseppe Marra © Imagoeconomica


Diversamente, pur in presenza di “una grave violazione delle regole ... sarebbe stato necessario attivarsi per capire da dove venivano e perché circolavano - così - almeno avrebbero potuto avere una qualche forma di legittimazione nell'ostensione”. L’ex pg ha sottolineato inoltre “come al solo Procuratore della Repubblica, e non al singolo Sostituto, spetti la decisione “di trasmettere gli atti segreti o non segreti al Consiglio Superiore”.
Al di là di questa prima sentenza, che ricordiamo non essere ancora definitiva, è evidente che Ardita fosse visto come una figura scomoda e da delegittimare e che sul punto si erano mosse "menti raffinatissime" e forme di "potere occulto" come le massonerie deviate, volte ad eliminare civilmente e professionalmente il magistrato oltre che destabilizzare gli organi della magistratura.
Sarebbe opportuno, alla luce dei fatti emersi in questo processo, che un magistrato come Davigo dimostrasse umiltà e professionalità, ammettendo lo sbaglio e chiedendo scusa alle vittime delle proprie azioni.
Non è stato, come qualcuno ha insinuato, un processo farsa. Anzi, in virtù delle garanzie che prevede il nostro codice penale, sono stati ascoltati numerosi testimoni (tra cui il magistrato Nino Di Matteo) e portate al vaglio della corte elementi granitici che hanno inquadrato l’operato di Davigo che ricordiamo essere reo confesso.
Leggendo le motivazioni è indubbio che sia stato provocato danno alla figura di Sebastiano Ardita e alle indagini in corso.
Concludendo la nostra speranza è che il giudice Piercamillo Davigo realizzi che il suo comportamento erroneo possa essere stato utilizzato da centri di potere dalla mente raffinata, all’interno e all’esterno della magistratura, nell’avvocatura, nelle massonerie deviate e nei settori devianti dello Stato.
Poteri legati ad organizzazioni criminali che tentano in ogni modo di delegittimare e screditare l’operato di certi magistrati con la schiena dritta come Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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