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Nei giorni scorsi su "Il Foglio" si è scatenato il solito "attacco mirato" nei confronti di quei magistrati che si ostinano nella ricerca della verità sulle stragi degli anni Novanta.
Quelle che hanno ammazzato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, gli agenti delle scorte, uomini, donne ed anche due bambine (Nadia e Caterina Nencioni, uccise a Firenze nella strage dei Georgofili nel maggio 1993).
"Vecchie storie" le aveva definite il "padrone" Silvio Berlusconi, commentando le indagini riaperte dalla Procura di Firenze nel 2017.
"Vecchie storie" di cui oggi in molti non vorrebbero si parlasse in nome dell'oblio e della presunzione di innocenza.
E' vero che l'ex Cavaliere non è mai stato imputato per fatti di mafia, ma ciò che inchieste, processi e sentenze mettono in evidenza rappresenta un quadro tanto inquietante quanto drammatico. Così come drammatica è stata la stagione delle stragi, inserita in un tempo di profondi cambiamenti a livello Nazionale ed Internazionale.
Insomma, tutt'altro che "romanzi polizieschi" o "spy story" prive di filo logico.
Non ci sono fantasie o invenzioni, ma fatti che vanno approfonditi, così come sta giustamente facendo la Procura di Firenze, e come probabilmente fanno o faranno quelle di Caltanissetta, Palermo e Reggio Calabria, con il coordinamento della Procura nazionale antimafia diretta da Giovanni Melillo.
La ricerca della verità è un percorso lungo, quanto tortuoso e per fortuna, così come ha ricordato lo stesso pm Giuseppe Lombardo nella requisitoria del processo 'Ndrangheta stragista, non si parte da un "foglio bianco".
La storia di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con la mafia non è confinata in qualche racconto di collaboratori di giustizia. Il Foglio ed i suoi giornalisti possono pensarla come credono, in cattiva o buona fede, ma tecnicamente i fatti non possono essere occultati.

Sentenza Dell'Utri, sentenza che pesa
Nell'articolo non si menziona in alcun modo una sentenza come quella nei confronti dell'ex senatore Marcello Dell'Utri, cofondatore con Berlusconi del partito Forza Italia, condannato in Cassazione a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (pena estinta). Nelle motivazioni della sentenza di quel processo, che in primo grado fu condotto proprio da Antonio Ingroia assieme a Domenico Gozzo, i giudici avevano definito Dell'Utri come il garante “decisivo”, per diciotto anni (dal 1974 al 1992), dell'accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra (con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. E sempre la Corte scrive nero su bianco della “continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.
Un rapporto di “do ut des”.
Nelle sentenze che riguardano Dell'Utri viene ritenuto provato l’incontro, riferito dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo (testimone oculare, oggi deceduto), negli uffici della Edilnord tra il costruttore di Milano 2, l’amico Marcello, e boss di primissimo piano come Stefano Bontade (all’epoca al vertice del triumvirato che reggeva l’organizzazione mafiosa siciliana) Gaetano Cinà e Mimmo Teresi.


magnano

Lo "stalliere" di Arcore, Vittorio Mangano


E sempre le sentenze hanno spiegato la natura dell'assunzione di Vittorio Mangano, boss di primissimo piano del mandamento di Porta nuova. Non un semplice "stalliere" o “un eroe” così come Berlusconi e Dell'Utri lo hanno definito più volte dopo la morte.
Quello stesso Mangano che, a loro dire in un’intercettazione del 29 novembre 1986, metteva “bombe affettuose”. Tutte vicende che non sono delle semplici "dicerie" ma fatti comprovati e accertati da sentenze.
In un Paese normale un uomo che pagava consapevolmente la mafia, anche per proprio tornaconto, non sarebbe mai stato per oltre vent'anni protagonista dello scenario politico.
Ma l'oscenità non si estingue a questo dato.
Da politico e uomo delle Istituzioni ha difeso interessi personali, sempre e comunque, portando il Parlamento ad approvargli 60 leggi ad personam, alcune bocciate dalla Consulta perché valutate come incostituzionali.
Ha elevato a sistema il conflitto d’interessi, di fatto rendendo legittimo un tal modus operandi.
E' stato iscritto alle liste della loggia massonica occulta P2, di Licio Gelli.
Spesso è stato salvato nei processi dalla prescrizione. Ha corrotto parlamentari. Ha più volte strizzato l'occhio al fascismo, elogiando Benito Mussolini.
Ha giustificato l’evasione fiscale e varato condoni tributari, edilizi e ambientali.
Per non parlare del ridicolo in cui ha messo l'Italia intera tra “Bunga bunga”, “Papi girl” e mozioni come quella su “Ruby nipote di Mubarak”.
Ha epurato giornalisti e artisti a lui sgraditi dalle reti del Servizio Pubblico Rai.
Ha calunniato, offeso e delegittimato, tramite i propri “mezzi di disinformazione” cartacei e televisivi, magistrati, giornalisti, intellettuali che avevano l'unico difetto di raccontare i fatti o cercare la verità. Un modus operandi che si ripete ancora oggi con i magistrati sempre nel mirino.

La questione “mandanti esterni”
Di queste indagini, tutt'altro che improvvisate, spesso ci si dimentica, anche per colpa di una stampa prona, silente o mistificante.
Come quando si cerca di stravolgere i fatti creando divisioni laddove non ci sono.
Perché nel processo trattativa Stato-mafia si parla della strage di via d'Amelio cercando di spiegare il motivo per cui essa si è consumata, appena 57 giorni dopo quella di Capaci, subendo un'accelerazione così come hanno raccontato vari collaboratori di giustizia.
Proprio Cancemi aveva raccontato della riunione organizzata da Riina in cui il Capo dei capi manifestò "l'improvvisa urgenza di uccidere Borsellino".
Il ragionamento di Scarpinato sulla “follia” di Cosa nostra nel compiere la strage è proprio per sottolineare come solo con la presenza di mandanti esterni, con motivazioni altre rispetto ad un 41 bis che ancora non era stato convertito in legge, poteva spiegarsi quell'attentato.
Un ragionamento che trova conferma nelle parole, intercettate in carcere, di Riina con la dama di compagnia Alberto Lorusso. Proprio parlando di via d'Amelio ad un certo punto si fa riferimento ad una figura ignota che gli dice che va fatta “subito, subito”.
La domanda più che legittima è semplice: chi è questo 'chiddu' che chiede a Riina di anticipare l'esecuzione della strage? Dare un volto ai mandanti esterni è l'impegno che si stanno assumendo più procure.


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Il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli © Paolo Bassani


Cancemi e le “persone importanti”
L'inchiesta aperta nei confronti di Berlusconi e Dell'Utri per essere stati “mandanti esterni” delle stragi è una vicenda che torna.
Già a cavallo tra gli anni '90 e gli anni 2000 il pm Luca Tescaroli (lo stesso che oggi in qualità di procuratore aggiunto indaga a Firenze) aveva aperto un fascicolo sui “mandanti esterni” a Cosa Nostra nelle stragi del ‘92.
Dal ‘98 al 2001 in quella inchiesta, assieme al collega Nino Di Matteo, aveva iscritto nel registro anche Dell’Utri e Berlusconi.
Poi però l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, aveva impedito a Tescaroli di poter proseguire il suo lavoro e contestualmente aveva avvisato i due indagati della richiesta di archiviazione, 24 ore prima che fosse depositata regolarmente (il 2 marzo 2001, ndr).
Quell'indagine traeva spunto dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di primissimo piano (a cui è stata riconosciuta più volte l'attendibilità) come Salvatore Cancemi, reggente del mandamento di Porta nuova e dunque appartenente alla Cupola ed in contatto diretto con Totò Riina.
Il pentito raccontò in un verbale rilasciato all’ex procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini (ora in pensione) che Raffaele Ganci gli riferì dell’esistenza di contatti tra Totò Riina e “persone importanti” non affiliate a Cosa nostra.
E in un'altra riunione fu ancora più preciso.
“Ho il dovere di riferire queste circostanze che io ho vissuto in questi anni da protagonista. Nel 1990 o 1991, in questo momento non riesco a essere più preciso - raccontò ai magistrati - […], Ganci Raffaele mi disse che Salvatore Riina voleva parlarmi, ci incontrammo nell’ormai famosa villa di Girolamo Guddo. Riina cominciò parlando di Vittorio Mangano, persona che peraltro non era molto gradita allo stesso Riina perché in passato Mangano era vicino a Stefano Bontate. Riina mi disse di riferire a Mangano che non doveva più interferire nel rapporto che lo stesso aveva instaurato da anni con un tale Dell’Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, perché da quel momento i rapporti con il Dell’Utri li avrebbe tenuti direttamente Riina. Quest’ultimo precisò che, secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne (questa è l’espressione che usò Riina, ma ovviamente si riferiva a emittenti private, ndr)”.
Cancemi aveva aggiunto che quei soldi arrivavano in più “rate da 40-50 milioni”.
Ma tra le altre cose Cancemi disse anche che Riina nel 1991, gli riferì che “Berlusconi e […] Marcello Dell’Utri erano interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo e che lui stesso (Riina, ndr) si sarebbe occupato dell’affare, avendo i due personaggi ‘nelle mani’”.

Il racconto di Brusca
Anche testimonianze di altri importanti esponenti della mafia palermitana, poi divenuti collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Brusca, aggiunsero dettagli dei rapporti sull'asse mafia-Dell'Utri-Berlusconi. Brusca indicò “come regalo, come contributo, come estorsione” il denaro versato da Berlusconi a Cosa Nostra, e Gaetano Grado, che affermò che una parte degli ingenti guadagni del traffico di droga furono investiti dalla mafia, tramite l’azione di Dell’Utri, nelle società di Silvio Berlusconi.
Nell'ottobre 2018 sempre Brusca, sentito dalla Procura di Palermo, ha riferito un ulteriore dettaglio parlando di un summit avvenuto nel Trapanese tra i capimafia nel 1995 in cui si parlava dell'ipotesi di rapire il figlio di Pietro Grasso, allora procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Ed è in quell'occasione che avrebbe appreso, direttamente da Matteo Messina Denaro, che Silvio Berlusconi si incontrava con il capomafia Giuseppe Graviano. Non solo: il boss di Brancaccio avrebbe addirittura notato un orologio al polso dell’ex premier del valore di 500 milioni.


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Il collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, scortato fuori da un'aula di tribunale


Il Paese nelle mani
Un altro collaboratore di giustizia come Gaspare Spatuzza, che ha permesso di scrivere un nuovo capitolo sulla strage di via d'Amelio, ha parlato di un incontro che avrebbe avuto con il boss Graviano all'interno del bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato all'Olimpico, che si sarebbe dovuto verificare il 23 gennaio.
"Aveva un'aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa - aveva raccontato in più occasioni - Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi - aveva proseguito - aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi - aveva concluso - mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l'Italia”.
E' possibile che Dell'Utri e Graviano si siano incontrati nei giorni precedenti? E' possibile. Come evidenziato durante i dibattimenti del processo Stato-mafia e 'Ndrangheta stragista proprio in quel periodo Marcello Dell'Utri si trovava nella Capitale presso l'Hotel Majestic, a poche centinaia di metri dal bar Doney, dove si svolgeva una convention di Forza Italia.

Le parole di Riina
Anche il Capo dei capi, Totò Riina, durante il passeggio nel carcere di Milano con il boss pugliese Alberto Lorusso aveva parlato di Berlusconi il 22 agosto 2013: “...si è ritrovato con queste cose là sotto, è venuto, ha mandato là sotto a uno, si è messo d’accordo, ha mandato i soldi a colpo, a colpo, ci siamo accordati con i soldi e a colpo li ho incassati’’. Quanti? “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”.
E sempre Riina aggiungeva: “I catanesi dicono, ma vedi di... Non ha le Stande, gli ho detto, da noi qui ha pagato. Così, così li ho messi sotto, gli hanno dato fuoco alla Standa. Minchia, aveva tutte le Stande della Sicilia, tutte le Stande erano di lui. Gli ho detto: bruciagli la Standa. A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi, 250 milioni ogni sei mesi. Quello... è venuto il palermitano... mandò a lui, è sceso il palermitano ha parlato con uno... si è messo d’accordo... Dice vi mando i soldi con un altro palermitano. Ha preso un altro palermitano, c’era quello a Milano. Là c’era questo e gli dava i soldi ogni sei mesi a questo palermitano. Era amico di quello... il senatore (ovvero Dell'Utri, ndr)”.
Certo, le parole del boss corleonese, oggi deceduto, non hanno a che fare con la sentenza Dell’Utri ma sono agli atti del processo Stato-mafia.

Il contributo “mancato” di Ilardo
Tra coloro che indubbiamente avrebbero potuto dare un grandissimo contributo nella ricerca della verità sulle stragi (e non solo) vi è Luigi Ilardo che da infiltrato era riuscito a far arrestare decine di mafiosi di primo livello e che nel 1995 aveva indicato al Ros di Mori quello che era il covo di Bernardo Provenzano a Mezzojuso. Il blitz non scattò e nel maggio 1996, prima che fosse ufficializzata la sua collaborazione con la giustizia venne ucciso.
Ilardo, vice capo mandamento a Caltanissetta, nonché cugino di Giuseppe “Piddu” Madonia, aveva avviato da tempo uno strettissimo rapporto con il colonnello Michele Riccio.
A quest'ultimo aveva anche parlato dei mandanti esterni delle stragi del '92 e del '93. E con dovizia di particolari nei processi Michele Riccio aveva spiegato che Ilardo era stato alquanto esplicito nel giorno in cui si incontrò presso i Ros di Roma (al quale l’infiltrato partecipò pochi giorni prima della sua morte insieme a Riccio, Gian Carlo Caselli, Teresa Principato e Gianni Tinebra, ndr) con il generale Mario Mori, dichiarando: “Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a Cosa Nostra, sono stati commissionati dallo Stato e voi lo sapete”. Il col. Riccio aveva ribadito anche l'indicazione avuta dallo stesso Ilardo su Marcello Dell'Utri quale persona di riferimento di Cosa Nostra nel periodo in cui era stato deciso di appoggiare la nascente Forza Italia ma anche quelle rivelazioni sul ruolo ibrido della Massoneria "deviata" e di tutte quelle entità esterne a Cosa Nostra che il confidente aveva avuto modo di conoscere.
Massoneria che è stata parte integrante, assieme a boss, faccendieri, politici e funzionari di Stato, di quella rete di protezione di cui aveva parlato l'ex procuratrice aggiunta di Palermo (oggi in pensione) Teresa Principato riferendosi alla trentennale latitanza di Matteo Messina Denaro.


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Luigi Ilardo


Giuseppe Graviano, la voce che non ti aspetti. E Firenze indaga ancora
E torniamo a Firenze. L'inchiesta non è nuova, ma si è rinnovata.
Del dominus della Fininvest e del suo più stretto collaboratore, indicati quali possibili mandanti esterni delle stragi del ‘93, se ne era occupata qualche anno prima la procura di Firenze. Anche in quel caso si era arrivati ad una richiesta di archiviazione (1998, ndr) nella quale, però,venivano evidenziati quei contatti “non meramente episodici” tra Dell'Utri, Berlusconi e “i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato”.
L'inchiesta è stata riaperta nel 2017.
All'epoca l'impulso investigativo era stato dato dalle parole pronunciate in carcere dal boss Giuseppe Graviano, quando venne intercettato dai pubblici ministeri palermitani del processo sulla ‘trattativa Stato-mafia’, mentre parlava con un compagno di cella, Umberto Adinolfi nel carcere di Ascoli Piceno.
Intercettazioni in cui si parla delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni.
Fino al riferimento chiaro all'ex premier: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa". E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”. E tante altre considerazioni con cui il capomafia siciliano lascia intendere che proprio Berlusconi potrebbe aver avuto un qualche ruolo in quella terribile stagione.
E sempre in quelle intercettazioni riferiva di aver conosciuto e incontrato l'ex Cavaliere e, in particolare, di essersi ‘seduti’ insieme e di avere, insieme, 'mangiato e bevuto'.
Nel 2020 c'è stato il nuovo impulso investigativo quando Graviano, sorprendentemente, ha deciso di rompere il suo lungo silenzio nel processo 'Ndrangheta stragista.
Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e delle parti civili, aggiunse addirittura particolari, dando una sua spiegazione a quei riferimenti fatti in precedenza.
"Io sto dando degli elementi - disse in udienza l'8 febbraio 2020 - se volete indagare indagate, io mi sono fatto 26 anni di carcere già e me li sto facendo con dignità, io sono in area riservata senza coperte a congelare, non ho mai avuto timore degli uomini, solo di Dio, mi sta bene il carcere, siamo di passaggio in questo mondo. Tutti eroi sono in Italia… vediamo se sono eroi oppure arrivisti".
Graviano disse anche di aver incontrato Berlusconi da latitante “almeno per tre volte” (e che l’ultima sarebbe avvenuta nel dicembre del 1993, ovvero poche settimane prima del suo arresto avvenuto il 27 gennaio 1994), in un appartamento a Milano 3. ("È successo a Milano 3, è stata una cena. Ci siamo incontrati io, mio cugino e Berlusconi. C'era qualche altra persona che non ho conosciuto. Discutiamo di formalizzare le società").

La carta scritta
La natura di quei rapporti tra la famiglia Graviano e Silvio Berlusconi sarebbe di tipo economico e, a detta del capomafia, sarebbero risalenti ai primi anni Settanta quando il nonno sarebbe stato interpellato "per investire al Nord, venti miliardi di lire. Gli dicono che gli avrebbero concesso il 20 per cento". "Mio nonno (Filippo Quartararo, ndr) voleva partecipare a quella società e curarsi le sue cose - aggiunge nel suo flusso di coscienza - Andò da mio padre che però gli disse che non voleva saperne e che non voleva che coinvolgesse noi nipoti. Intanto mio nonno quei soldi non li aveva, aveva messo insieme solo quattro miliardi e mezzo. Morto mio padre, mio nonno dice a me e a mio cugino, Salvatore Graviano, che camminava sempre con lui, la verità, ci dice della società con gli imprenditori del Nord, perché non aveva nessun altro a cui rivolgersi. Disse: 'C'è questa situazione, io sto andando avanti. Tuo papà non vuole che mi rivolga a voi. Io sono vecchio e ora te ne devi occupare tu. Io e mio cugino Salvo abbiamo detto: ci pensiamo. Ci siamo consigliati col signor Giuseppe Greco, padre di Michele Greco. Abbiamo deciso di sì e siamo partiti per Milano. E mio nonno ci ha presentato al signor Berlusconi, abbiamo capito cosa era questa società. Poco dopo mio nonno, che aveva più di 80 anni, morì".
E poi ancora aveva aggiunto: "Berlusconi ci ha presentato la società, eravamo solo lui, io, mio cugino e mio nonno con l’avvocato Canzonieri e che voleva che i nostri nomi apparissero nelle carte della società perché i soldi erano leciti, puliti, dovevano entrare formalmente nella società mio nonno e quelli che avevano investito i soldi. Noi eravamo lì con mio nonno perché lui ormai era molto anziano, dovevamo essere pronti a prendere il suo posto una volta morto".
Ovviamente il legale di Berlusconi, Nicolò Ghedini, ha immediatamente replicato a suddette dichiarazioni definendole come "totalmente e platealmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà nonché palesemente diffamatorie".


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Strage di via dei Georgofili a Firenze il 27 Maggio 1993


Lo scorso 25 marzo, nelle sue dichiarazioni spontanee al processo d'appello 'Ndrangheta stragista, Graviano è tornato a farsi sentire tornando a parlare “dell'imprenditore del Nord”: "Riguardo all'imprenditore del Nord ho sempre riferito che i miei contatti erano solamente per i soldi che aveva consegnato mio nonno. E ho dato tutte le date”. Quindi ha rilanciato addirittura affermando che la Procura di Firenze avrebbe riscontrato le sue affermazioni (“Pochi giorni fa tutti abbiamo appreso quello che dicono i mezzi di informazione, la Procura di Firenze ha riscontrato quello che ho detto io”).
Pochi giorni prima, inoltre,  aveva chiesto “non distruggete i dischetti con le intercettazioni” in quanto “potrebbero servire in qualche prossimo grado”.
Messaggi neanche troppo velati verso qualcuno che dall'esterno ascolta e molto probabilmente trema.
Ovviamente Giuseppe Graviano non è un collaboratore di giustizia, ma le sue parole vanno verificate specie nel momento in cui ha più volte ribadito l'esistenza di una carta privata che proverebbe il rapporto con Berlusconi, anche se non sarebbe stato mai formalizzato l'ingresso ufficiale in società.
Il 14 febbraio 2020, sempre nel processo davanti alla Corte d'Assise di Reggio Calabria, aveva dichiarato: "La teneva mio cugino: nel 2002, quando stava per morire, sua moglie mi mandò una lettera perché lui voleva parlarmi. E' andato mio fratello, ma lui voleva parlare con me. Forse, voleva dirmi dov'era la lettera".
E sarebbe anche su questi punti che i pm fiorentini stanno cercando dei riscontri dopo che il 14 ottobre scorso la Dia ha depositato un'informativa. Perché nel frattempo si è anche saputo che mesi fa Graviano ha accettato di incontrare i magistrati rispondendo pure alle loro domande, assistito dal suo difensore di fiducia. Dopo il primo interrogatorio, ovviamente secretato, ve ne sarebbero stati altri due in cui il boss di Brancaccio sarebbe tornato a parlare di queste vicende confermando che nelle intercettazioni in carcere i riferimenti erano proprio all'ex Presidente del Consiglio.
Al di là delle parole i magistrati fiorentini da mesi sono impegnati negli accertamenti sulle affermazioni del capomafia, in cerca proprio di eventuali riscontri e documenti.
Un lavoro che il procuratore aggiunto Luca Tescaroli e il procuratore facente funzioni Luca Turco stanno conducendo in più direzioni.
Anche per questo sono stati rispolverati vecchi verbali di collaboratori di giustizia come Gioacchino Pennino, massone ed esponente di spicco di Cosa Nostra, rilasciato ai pm Gabriele Chelazzi, morto nel 2003, e Pietro Grasso, nel 1997.
Anni fa furono valutate come "inutilizzabili" dal Gip di Caltanissetta, Giovan Battista Tona, che archiviò l’accusa contro Dell’Utri e Berlusconi per le stragi del 1992. In quel provvedimento, datato 2002, si ricordava come le affermazioni di Pennino fossero “de relato” e del tutto generiche.
Oggi, però, tornano attuali. Pennino raccontava che “i rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri e gli ambienti di 'Cosa Nostra' erano per così dire un fatto risaputo all’interno di 'Cosa Nostra' (…)”.

Lo spunto alla ricerca della verità
Lo abbiamo già detto in altre occasioni e lo ripetiamo. Le parole di Graviano vanno prese con le pinze. Non è un collaboratore di giustizia, non è un dichiarante e, a differenza del fratello, non ha nemmeno tentato la carta della dissociazione da Cosa nostra. Parla, straparla per poi silenziarsi nuovamente in base al proprio interesse.
Certo è che sui mandanti esterni delle stragi la ricerca della verità non può e non deve fermarsi. Questa sì è una questione di coerenza. Perché a tutt'oggi restano troppi interrogativi aperti.
E' logico pensare che i libellisti articolisti de Il Foglio cercano di depistare verità che lentamente stanno venendo a galla e che potrebbero mettere in galera i loro padroni. Come si suol dire “ca tinemu famigghia”.

Foto di copertina: realizzazione grafica by Paolo Bassani

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