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Le candidature di Scarpinato e Ingroia

Quello che nascerà dalle elezioni del prossimo 25 settembre sarà il primo Parlamento ridotto a 600 eletti (400 alla Camera e 200 al Senato) e la campagna elettorale si fa già aspra nelle sue prime battute.

Al di là di chi sarà in corsa nei vari collegi uninominali e plurinominali; al di là dei sistemi di voto (vale il Rosatellum, ndr); al di là dei sondaggi, che lasciano sempre il tempo che trovano (oggi viene dato il centrodestra come possibile vincitore, domani chissà) si impone oggi una riflessione vera. Perché la politica è una cosa seria così come seri sono i problemi che il nostro Paese dovrà affrontare nel breve e nel lungo periodo.

Perché se la crisi pandemica sembra essersi attenuata quella economica è sempre più evidente (il caro bollette previsto per i prossimi mesi darà l'ennesimo colpo alle tasche dei cittadini). Nel mentre siamo direttamente coinvolti in una guerra, quella tra Ucraina e Russia, che incide in ogni settore della nostra vita.

C'è poi quel cancro, chiamato mafia, che nessun governo fin qui susseguitosi, dalla nascita della nostra Repubblica ad oggi, ha mai voluto sconfiggere.

Uno Stato come il nostro, che sulla propria pelle ha subito stragi e delitti, dovrebbe mettere la lotta alla mafia al primo punto della propria agenda politica. Ciò non avviene nonostante sia sempre più evidente che la criminalità organizzata metta a rischio la stessa tenuta democratica della nostra nazione.

E' per questo motivo che, in vista delle prossime elezioni, abbiamo scelto di osservare da vicino sia i programmi delle coalizioni e dei partiti che i nomi che correranno per un posto in Parlamento.

Noi vogliamo guardare alle persone, al senso etico, senza dare indicazioni di voto.

Offrire un ragionamento filosofico e politico, rispetto ad un quadro che è comunque desolante.

Bisogna essere realisti. Perché ci siamo stancati di partiti e movimenti capaci solo di fare vuote promesse e tradire il patto con gli elettori.

Con sincerità diciamo subito che crediamo in uomini come gli ex magistrati Antonio Ingroia - (candidato in Sicilia, Calabria e Campania come capolista di "Italia sovrana e popolare") e Roberto Scarpinato (candidato in Sicilia e Calabria con il Movimento Cinque Stelle) che, insieme a pochi altri (vedi i vari de Magistris, Piera Aiello, Ignazio Cutrò e così via) possono sicuramente portare una ventata nuova all'interno del Parlamento ed offrire un contributo serio e vero proprio nel contrasto ai sistemi criminali (di cui le mafie fanno parte) ed alla corruzione. 


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Roberto Scarpinato © Paolo Bassani


Lotta alla mafia assente o quasi nei programmi
Forse, grazie alla loro presenza, per la prima volta anche il tema della lotta alla mafia entrerà concretamente in campagna elettorale senza essere confinato in piccole voci, inserite nei programmi.

Il Pd ne parla in pochissime righe in maniera molto generica anche se, inspiegabilmente, ha scelto di non candidare a livello Nazionale una figura simbolo di questa lotta. Non correrà l'ex Presidente del Senato Piero Grasso, che sebbene nel passato lo abbiamo criticato per alcune scelte, a nostro giudizio sbagliate, con la sua candidatura il Partito democratico avrebbe dato un segnale positivo.

Eppure il Partito comunista italiano (cioè la Sinistra) ha una storia importante che attraversa etica ed idee di politici importanti come Enrico Berlinguer e Pio La Torre, segretario del Pci siciliano, che si era schierato contro la Nato e l'installazione dei missili nella base di Comiso.

Oggi il sacrificio di La Torre viene tradito appoggiando un governo che promuove l'invio di armi in Ucraina alimentando un conflitto che rischia di trascinarci nella terza guerra mondiale.
Addirittura, in vista del futuro prossimo, il Pd continua a strizzare l'occhio verso la coalizione avversa, a dimostrazione che Giorgio Gaber, quando parlava di una destra ed una sinistra che non esistono più, aveva ampiamente ragione.
Proseguendo oltre abbiamo osservato la neonata coalizione tra “Azione di Carlo Calenda e “Italia Viva” di Matteo Renzi che ha stilato un programma di 20 punti e al 17° posto parla di lotta alla mafia in un paragrafo del capitolo “Difesa e Sicurezza”.

Cinquestelle: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio
L'abbiamo ritrovata al tredicesimo posto nel programma del Movimento Cinque Stelle. Il capitolo è esplicito: “Dalla parte della legalità: contro corruzione, criminalità organizzata e narcomafie” e vi sono riferimenti precisi anche rispetto a quelle leggi ormai imminenti come la riforma in tema di ergastolo ostativo e la tutela dei principali presìdi antimafia come il 41 bis, le misure di prevenzione personali e patrimoniali; il controllo sui fondi pubblici; e poi ancora la volontà di intervenire nel contrasto di agromafie ed ecomafie, sostegni per i testimoni di giustizia. E così via.

Noi però, non cadiamo nella trappola.

Anche se sono apprezzabili le mosse recenti del presidente Giuseppe Conte nel tentativo di “salvare il salvabile”, su tutte proprio la scelta di candidare Roberto Scarpinato al Senato, non possiamo dimenticare gli “inganni” ed i “tradimenti” del Movimento Cinque Stelle, in particolare portato avanti dal comico buffone Beppe Grillo, e dal trasformista Luigi Di Maio, l'infiltrato di un certo potere atlantista chiamato a riportare "nei ranghi" il nostro Paese che proprio nei pentastellati avevano riposto fiducia e speranza.


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Antonio Ingroia © Paolo Bassani


Loro, Grillo e Di Maio (ma anche Conte ha la sua fetta di responsabilità, ndr) non si sono fatti scrupoli nell'abbracciare l'idea di un Governo Draghi, assieme a quel partito che è stato fondato da un uomo condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (Marcello Dell'Utri) e da un uomo che pagava la mafia (Silvio Berlusconi).

Un vero e proprio “patto col diavolo”.

Del resto i Cinque Stelle hanno più volte dimostrato la propria incoerenza appoggiando scelte assurde come la nomina di Carlo Renoldi al Dap (le cui affermazioni sul 41 bis, sull'antimafia militante sono estremamente gravi), o ancora la scelta di alzare al 2% la spesa per la difesa, e quindi gli armamenti, finanziando una “guerra” (quella tra Ucraina e Russia) che il nostro Paese dovrebbe ripudiare per Costituzione.

Il tradimento di Giuda
Un vero e proprio “tradimento di Giuda” commesso nei confronti degli elettori che si è consumato abbandonando battaglie che erano storiche, tanto sul piano economico che in materia di politica estera. Basti pensare alle posizioni assunte nelle varie esperienze di governo sulla Tav, il Tap, la Nato, l'acquisto degli F-35, la risoluzione del conflitto israelo-palestinese o le gravi posizioni assunte sul tema migranti con il Decreto legge Sicurezza bis che abbassava in maniera spudorata il grado di umanità del Paese.

La crisi internazionale
L'appoggio dato alla Nato rispetto la guerra in Ucraina è un fardello. Perché solo nell'ultima fase il leader Conte ha espresso delle considerazioni sull'invio delle armi al fronte. Ma di “barricate”, a difesa dell'articolo 3 della Costituzione (“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ndr), come dicevamo, non ne abbiamo viste.

La politica internazionale è una cosa seria. E pur consapevoli delle complessità che legano il nostro Paese al Patto atlantico, oggi come oggi, non è più ammissibile sottostare senza se e senza ma ai desiderata della Nato o peggio di quelle lobby guerrafondaie che gli Stati Uniti d'America incarnano.

La Russia è una Nazione con cui va cercato il dialogo. E bisogna andare oltre la considerazione che Putin è solo un folle che vuole essere Zar per ricostruire la Santa Madre Russia. Né è possibile fermarsi alle dichiarazioni dell'ex Presidente, delirante, pagliaccio e depresso, Dmitry Medvedev.

Come abbiamo scritto in passato contro questa Russia la logica non può e non deve essere quella delle armi e degli accerchiamenti.


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Luigi de Magistris © Imagoeconomica


L'Italia, se volesse, potrebbe affrancarsi dal suo solito essere “Italietta” (o come diceva Gianni Agnelli dal suo essere “La Repubblica delle banane”) imponendosi con un ruolo centrale nel dialogo tra Russia ed Ucraina (ovvero la Nato che la sostiene).

Di fronte alla recente escalation del conflitto, con l'ultimo attentato della figlia di Dugin, ideologo di Putin, che mette nuova benzina sul fuoco, la situazione potrebbe diventare catastrofica portandoci davvero alle soglie di una terza guerra mondiale.

Per questo serve una nuova visione politica. Sperando che ci sia davvero la forza di confrontarsi, senza riserve mentali, con gli Usa. In discussione non c'è l'alleanza, ma una forte indipendenza dell'Italia per quel che riguarda le scelte interne del Paese e le scelte in merito alla politica internazionale.

Giuseppe Conte ha recentemente affermato di essere “l’unico leader che in questa campagna elettorale non si è premurato di andare a Washington a spiegare che sono bravo, zitto e buono”.

Un segnale, non c'è dubbio, anche per affrancarsi rispetto a “manovre” che i leader del movimento hanno messo in atto in passato.

Come abbiamo sempre sottolineato è in materia di giustizia e lotta alla mafia che è andato in scena il tradimento più grande.
Basti pensare alle vicende legate al magistrato Nino Di Matteo, pm di punta del processo trattativa Stato-mafia ed oggi protagonista assieme a Sebastiano Ardita di un lavoro intenso, di alto valore etico per una riforma vera del Csm.
Fu il Movimento Cinque Stelle, nelle persone dei suoi leader senza onore, a cercarlo e a proporgli svariati ruoli (Ministro degli Interni, Ministro della Giustizia e poi Capo del Dap), ma ogni volta vi sono stati clamorosi voltafaccia.

Caso vuole che tra la prima proposta che Di Maio fece al magistrato ed il cambio di prospettiva successivo vi fu proprio un viaggio che l'attuale ministro degli Esteri, allora candidato Premier, fece negli Stati Uniti.

Poi vi fu il tradimento dell'ex ministro Bonafede, proprio sulla vicenda Dap, il quale non ha mai spiegato quali fossero i dinieghi per cui alla fine decise di cambiare nome.
Ed è ancora forte il sospetto che, in qualche modo, ad incidere siano state anche quelle proteste dei mafiosi in carcere, rese manifeste non appena si diffuse la voce che Di Matteo sarebbe potuto diventare capo del Dap. 

Il più recente tradimento è nel sostegno a parte di quella legge Cartabia in cui si stabilisce la perdita di diritti di elettorato passivo per quei magistrati che vengono eletti o sono stati eletti al Csm.


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Giuseppe Conte © Imagoeconomica


Una norma "contra personam", che vale per ogni consigliere togato attualmente in carica.

Coincidenze del caso? A nostro avviso no. Perché, guarda caso, all'interno di questo Csm, che sta per concludere il proprio mandato, vi erano magistrati che sono sostenuti da un certo seguito popolare per essersi contraddistinti in battaglie importanti sul piano etico e giuridico contro il correntismo, il carrierismo, e l'opportunismo.

Citiamo in particolare i consiglieri togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, ma la norma colpisce indistintamente tutti i magistrati del Consiglio.

Cosa si sarebbe detto se ad essere colpito da questa “norma punitiva” fosse stato Giovanni Falcone?

Ecco, per questi motivi, si può parlare di “tradimento di Giuda”.

E restiamo vigili perché abbiamo visto troppe leggi, in questi anni, che alla mafia hanno strizzato pericolosamente l'occhio.
Ancor di più oggi quando, nonostante gli interventi legislativi, è profondamente a rischio un istituto come l'ergastolo ostativo.

Pur apprezzando gli sforzi fatti per cercare di evitare il peggio da Giulia Sarti, deputata e responsabile Giustizia del Movimento Cinque Stelle, con cui abbiamo condiviso diverse battaglie, non ci sentiamo rassicurati dalle modifiche apportate al testo.

E ancor meno lo siamo di fronte ad un Parlamento che è di fatto bloccato e che invece dovrebbe intervenire prima delle scadenze fissate dalla Corte Costituzionale.

Certo, figure come Roberto Scarpinato fanno ben sperare rispetto ad un ritorno al passato e alla possibilità che la lotta alla mafia sia davvero una priorità e non solo una voce rilegata al tredicesimo posto di un programma di Governo.

D'altra parte, però, non ci convincono altre scelte fatte dal Presidente Conte che ha dato il suo benestare ad un'altra candidatura di sistema: quella dell'ex Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho.

Un magistrato che verrà ricordato per la clamorosa decisione di espellere Di Matteo dal pool stragi della Procura nazionale a seguito di un'intervista rilasciata ad Andrea Purgatori per Atlantide su La7.


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Marco Rizzo © Imagoeconomica


Come affermammo in una conferenza pubblica, nel 2019, vi è ragione di credere che vi furono pressioni anche sul fronte della stessa magistratura.

L'accusa, se così si può definire, nei confronti di Di Matteo era di "violazione di segreto istruttorio". Violazione che, dati alla mano, non è mai esistita.

In tutto questo tempo De Raho, che successivamente è tornato sui suoi passi reintegrando Nino Di Matteo nel pool (scelta importante e non scontata), non ha mai spiegato le motivazioni che lo hanno portato ad adottare il primo provvedimento. 

Al di là di tutto, comunque, Conte, così come ha ricordato Saverio Lodato nel nostro giornale, è stato l'unico politico che ha preso una posizione netta sulle motivazioni della sentenza del processo di Palermo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, con una lettera inviata a il Fatto Quotidiano.

Il vento nuovo
Tra le formazioni partitiche che abbiamo osservato con più interesse c'è sicuramente quello di "Italia Sovrana e Popolare". La nuova piattaforma riunisce 15 organizzazioni sotto un unico simbolo accomunate dall’aspra critica all’agenda Draghi e dalla lotta contro le misure sanitarie adottate durante la stagione pandemica. Della coalizione fanno parte Ancora Italia, Partito Comunista, Riconquistare l’Italia, Azione Civile, Rinascita Repubblicana, Comitati No Draghi e Italia Unita. La presentazione è avvenuta a Palazzo Madama i primi di agosto. Ed è in questo gruppo che corre Antonio Ingroia. Nel programma c'è la “lotta serrata alla mafia e alla corruzione che si annida nelle istituzioni”; l'obiettivo di porre “fine al segreto di Stato sulla stagione delle stragi e sulle responsabilità interne ed internazionali nella 'strategia della tensione'”; nonché l'idea di portare avanti una “riforma organica e popolare della giustizia”.

Anche Unione Popolare di Luigi de Magistris, che ha tra i candidati l'ex cinquestelle e membra della Commissione parlamentare antimafia Piera Aiello, dedica un capitolo alla lotta alle mafie in dieci punti (“Combattere contro le mafie e garantire una giustizia equa”) piuttosto strutturati.

Tra le idee il contrasto all'usura, il rafforzamento delle misure a sostegno delle imprese vittime di racket, maggiori misure a sostegno dei testimoni di giustizia e la volontà di “colpire la 'zona grigia' di politica e imprenditoria e le collusioni tra massoneria deviata e mafia. Nonché una nuova “riforma della giustizia che dia forza all’autonomia ed indipendenza dei magistrati come singoli” ed altri spunti.


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Piera Aiello © Imagoeconomica


Il festival dell'ipocrisia
Il centrodestra, che vede l'accordo tra Forza Italia, la Lega di Matteo Salvini, Fratelli d’Italia, Noi Moderati (Noi con l’Italia, l’Italia al centro, Coraggio Italia che sarebbe la vecchia DC) ha realizzato un programma che al sesto punto, tra le altre cose, inserisce la voce “Lotta alle mafie e al terrorismo” senza nessun tipo di spiegazione.

Una barzelletta se si considera che in questi anni non sono mancati esponenti di quegli stessi partiti, da Nord a Sud, che sono finiti indagati per riciclaggio, finanziamento illecito, bancarotta e corruzione. Ci sono stati perfino arrestati con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso alla vigilia delle ultime amministrative di Palermo.

Una sorta di festival dell'ipocrisia che viene portato avanti da sempre.

La Lega è un partito che ai suoi albori seguiva il progetto federalista dell'ideologo Gianfranco Miglio, che proponeva la suddivisione del Paese in tre aree geografiche con caratteristiche di sviluppo omogenee, Nord-Centro e Sud, così come avrebbero voluto anche le organizzazioni criminali nei primi anni Novanta (vedi progetto Sicilia Libera).

Quello stesso Miglio che in un'intervista a “Il Giornale” arrivò ad affermare che “non tutto era male di quello che ruotava attorno alle mafie. E che quasi quasi era il caso che alcuni aspetti andassero costituzionalizzati”.

Oggi i vari Bossi e Miglio non ci sono più. Il leader è Matteo Salvini che oggi si riempie la bocca con un programma di 200 pagine dove il capitolo “Antimafia” appare al secondo posto della propria “personale” agenda di governo, ma si tratta solo di una coincidenza “alfabetica” nel momento in cui segue l'argomento “Agricoltura” e precede quello sulle “Attività produttive”.

Del resto Salvini quando era ministro degli Interni non ha certo brillato nella lotta alla mafia e anzi si ricordano di più i suoi twitter ad ogni blitz che altro.

Anche Fratelli d'Italia ha avuto in questi anni i suoi problemi. Non solo con il fascismo, ma anche con i guai giudiziari che qualche candidato ha avuto con mafie ed affini. Ogni volta la leader Giorgia Meloni si trova costretta a correrere ai ripari, magari espellendo dal partito questo o quel soggetto, ed ogni volta attua sempre la regola del “poi” e mai del “prima”.

Accade anche in Sicilia dove per il centrodestra, come Governatore, il nome unico è quello di Renato Schifani, ex presidente del Senato che è stato a lungo indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2014 la sua posizione venne archiviata, ma i rapporti con uomini vicini ai clan, emersero.

Oggi tutto avviene senza alcun imbarazzo. Del resto cosa c'era da aspettarsi se torna a candidarsi per il Senato, nonostante vent'anni di sfaceli politici da ex premier e l'esser un pregiudicato (condannato definitivamente a quattro anni - di cui 3 condonati per l'indulto- per frode fiscale), Silvio Berlusconi.


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Ignazio Cutrò © Imagoeconomica


Quel Berlusconi che è stato imputato per frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita, corruzione giudiziaria, corruzione generica e istigazione alla corruzione, finanziamento illecito ai partiti, rivelazione di segreto istruttorio d'ufficio, falsa testimonianza, prostituzione minorile, concussione aggravata, evasione fiscale e altri reati tributari, diffamazione aggravata e abuso d’ufficio. Nei suoi confronti ci sono state assoluzioni o archiviazioni, ma in diverse occasioni è riuscito a farla franca solo grazie a prescrizioni, amnistie o depenalizzazioni del reato.

In questi anni non è mai stato processato o condannato per fatti di mafia (anche se è ancora oggi indagato a Firenze per un reato ancora più grave come il concorso nelle stragi del 1993 assieme all'ex senatore Marcello Dell’Utri), ma ci sono sentenze che dimostrano che la mafia l'ha pagata.

Basta rileggere le motivazioni della sentenza che ha definitivamente condannato l’amico Marcello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa (pena estinta) dove viene scritto nero su bianco che l’ex senatore fu il garante di un accordo tra i clan ed Arcore durato quasi vent’anni: dal 1974 al 1992.

Proprio alla luce di questi fatti, oggi, si prova dolore nel leggere che tra i candidati di Forza Italia (partito fondato da un uomo della mafia) c'è anche il nome di Rita dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nostro Padre della Patria.

Dispiace nell'anima che una persona con cui abbiamo condiviso anche percorsi e battaglie, nonché cara amica, sia caduta nella trappola dell'illusione, accettando la candidatura. Purtroppo già in passato c'erano state “cadute” simili. Oggi, a quasi quarant'anni dalla strage di via Carini in cui il generale perse la vita assieme a sua moglie, Emanuela Setti Carraro, e all'agente di scorta Domenico Russo, non osiamo pensare cosa penserebbe suo padre. A noi resta solo il Dolore.

Cosa faremo?
Guardando al quadro generale, come ho scritto dopo la lettura delle motivazioni della sentenza d'appello in cui si giustifica l'esistenza della trattativa Stato-mafia, cresce il desiderio di essere esule di una Patria che non sento più mia.

Personalmente, dunque, osserveremo da vicino l'intera campagna elettorale.

Come sempre guarderemo non ai partiti, ma ai singoli uomini.

In particolare coloro, come Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e pochi altri, che a nostro avviso possono proseguire nella battaglia contro quei sistemi criminali che da sempre schiacciano il nostro Paese. Gli stessi che non vogliono la verità sulle stragi di Stato; che vorrebbero una magistratura silente ed allineata; e che sognano un popolo sempre più addormentato e suddito.

È questa l'Italia che vogliamo?

Speriamo di no.

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