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di Giorgio Bongiovanni

Che giornaloni (da "Il Foglio", al "Riformista", passando per "Il Giornale" e così via) "grandi" firme (vedi Enrico Deaglio), baroni e professori (vedi i Fiandaca di turno) sarebbero tornati a far sentire la propria voce dopo le motivazioni della sentenza d'Appello sulla trattativa Stato-mafia c'era da aspettarselo. Del resto nelle tremila pagine scritte dai giudici della Corte d'Assise d'Appello di Palermo, Angelo Pellino e Vittorio Anania, ci sono argomenti che chiaramente fanno "rumore", nonostante le assoluzioni che si sono consumate nei confronti degli imputati istituzionali. E per comprenderle basta leggere i "fastidi" del generale Mario Mori, oggi indicati su "Il Riformista": i contatti che il Ros prese con il sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, definiti "improvvidi"; il modo di procedere dello stesso Mori e di De Donno che fu "discutibile e poco rispettoso delle procedure"; i Carabinieri che avevano una "visione ipertrofica" della "propria autonomia"; e la latitanza di Bernardo Provenzano che in qualche maniera fu "favorita" per combattere la fazione di Totò Riina.
E lo stesso danno fastidio le considerazioni sull'operato di Marcello Dell'Utri, i cui contatti con la mafia secondo i giudici d'Appello sono provati non fino al 1992, come diceva la sentenza di condanna definitiva per concorso esterno, ma fino al 1994.
Di queste cose è meglio non parlare e raccontare, appunto, di "romanzesche motivazioni", che la trattativa Stato-mafia è "fantomatica" o che è stato "demolito" l'impianto accusatorio dei pm (cosa non vera). E poi si abbraccia la conclusione "giustificazionista" dei giudici d'Appello sulla "trattativa a fin di bene", portata avanti per salvare vite umane (cosa che a conti fatti non è avvenuta visto che dopo la morte di Falcone e Borsellino ci furono altri morti nel 1993 e solo un fortuito caso ha evitato la strage più grande (quella dell'Olimpico) nel 1994.
C'è una logica in tutto questo.
E finalmente, grazie alla grande informazione, prezzolata e di propaganda, possiamo aprire gli occhi.
La mafia delle stragi è stata sconfitta. I dati, approssimati per difetto, diffusi da tutti i rapporti Sos Impresa, Istat o affini, sono falsi. La nuova mafia non "guadagna" oltre 150 miliardi di euro l'anno. La mafia non è altro che roba di borgate, pizzo, mandamenti, regolamenti di conti, e così via.
Non è questione di inabissamento. E' che lo Stato ha vinto la sua battaglia.
Non è più necessario provare vergogna quando, da italiani, giriamo per il mondo.
I rapporti di altissimo livello che le mafie hanno avuto o hanno all’interno del Sistema criminale, non sono mai esistiti e non esistono.
Al massimo c'è qualche "pecora nera" all'interno degli ambienti della politica o dell'imprenditoria, se non anche all'interno della massoneria (anche se c'è chi fa finta che anche essa sia un'invenzione di qualche pm strampalato ed è meglio non considerarla proprio), che sviluppa rapporti per utilità personale che nulla hanno a che vedere con il condizionamento della nostra democrazia.
La mafia è tornata ad essere quella degli anni Settanta, prima del maxi processo. C'è magari qualche "viddano" (come un tempo c'erano i Liggio e i Riina) o qualche "principe" (come era Stefano Bontade a Palermo). Ma di accordi con lo Stato neanche l'ombra. Nessuno scambio di favori, nessun ruolo di "braccio armato" per conto del potere nell'assassinio di magistrati, funzionari di polizia, carabinieri, giornalisti, imprenditori, martiri. Di fronte a tutto questo come poteva solo essere pensata l'esistenza di una trattativa Stato-mafia?
Sempre in quest'ottica Silvio Berlusconi, da imprenditore è stato solo una "vittima sciagurata" di questo fraterno amico chiamato Dell'Utri, uomo della mafia. E poco importa se assieme, nonostante quei rapporti, hanno creato un partito che ha regnato per un ventennio. Cosa volete che sia.
E allora, di fronte a tutto questo, diciamola tutta.
Non nascondiamoci dietro un dito.
Anche la condanna a morte che ha subito Nino Di Matteo, uno dei magistrati che hanno condotto il processo in primo grado, è una "grande boiata".
Il boss corleonese Totò Riina, in carcere soffriva di depressione, e mentre era intercettato con la dama di compagnia, Alberto Lorusso, non sfoggiava altro che arroganza e follia.
Perché era perfettamente consapevole che Nino Di Matteo, assieme al pool di Palermo, inseguiva solo "l'asino che vola".
Eppure anche i giornali che si occupano di pizzo, racket e mandamenti, sono d'accordo che è il capo di Cosa nostra.
Poco importa se altre intercettazioni, più o meno recenti, hanno registrato la viva voce di boss che evidenziavano proprio quanto fosse totalizzante e centrale la sua figura finché era in vita.
Quel vecchio volpone sa che non può parlare di "cose serie" come esprimere una condanna a morte o chiedere una strage contro Di Matteo, con chi non è "Cosa nostra".
Figurati ad un pugliese, appartenente alla Sacra Corona Unita.
Perché la "mafia unica", di cui parlano collaboratori di giustizia, è folklore.
Così come folkloristici sono i processi che parlano della cosiddetta "mafia invisibile".
I giornaloni, bravi a parlare di pizzo, racket, spaccio, taralucci e vino, evidentemente sono convinti che esiste una straordinaria capacità telepatica tra Totò Riina ed un altro soggetto dalla mente squilibrata: Matteo Messina Denaro. Non uno qualunque. Parliamo di un folle stragista (ma non era stata sconfitta la mafia delle stragi?, ndr) e che è anche dotato, dal 1993, di un'altra abilità speciale: quella di smaterializzarsi. Un potere che lo rende, di fatto, imprendibile.
Altro che protezione di Stato.
Di lui hanno parlato altri collaboratori di giustizia. Alcuni di primissimo piano come Vito Galatolo, figlio del boss mafioso dell'Acquasanta Vincenzo Galatolo.
E' lui ad aver riferito che a dare l’input al progetto dell’attentato contro Di Matteo sarebbe stato il boss latitante Matteo Messina Denaro.
“Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre” sarebbe scritto in una lettera che il capomafia trapanese manda a Palermo alla fine del 2012 per chiedere formalmente alle famiglie mafiose del capoluogo di organizzare un attentato contro Di Matteo. Chi avrebbe dato queste indicazioni a Messina Denaro? “Gli stessi mandanti di Borsellino”, ha assicurato Galatolo.
Quella lettera fu inviata a Girolamo Biondino, capomandamento di San Lorenzo e fratello del più noto Salvatore, autista storico di Totò Riina nonché uomo vicino ai servizi di sicurezza e depositario dei segreti del boss corleonese.
Subito dopo l’arrivo della missiva, ha raccontato ancora il collaboratore, i capimafia palermitani si attivarono nell'acquisto del tritolo dai "fratelli" calabresi della 'Ndrangheta.
E fu raggiunta una somma in contanti di 600mila euro.
Anche Matteo Messina Denaro, nella sua mente folle, dicendo che Di Matteo si è "spinto troppo oltre" è consapevole che ci si riferisce alle indagini che lo stesso magistrato stava portando avanti. Dalle indagini sulla trattativa, fino alla ricerca dei mandanti esterni delle stragi. Tutte boiate.
Del resto quel progetto di morte, forse anche grazie alle parole dell'ex boss dell'Acquasanta, non è stato ancora eseguito.
Evidentemente è una boiata anche la conclusione dei magistrati nisseni nella richiesta di archiviazione delle indagini, laddove hanno parlato di un progetto di attentato "ancora in corso".
I giornaloni lo sanno, ma non ne parlano. E non per stupidità, ma per assenza di volontà.
E lo sanno anche quei grandi giornalisti e scrittori di libri che, bontà loro, hanno fatto tante pubblicazioni, su stragi, mafia politica, Brigate Rosse e gli anni di piombo che, oggi, si ritrovano a scrivere delle boiate, queste sì pazzesche, condite di falsità.
Così ha fatto uno di questi che ha persino ammesso di non aver letto la sentenza.
Parliamo di Enrico Deaglio su Il Domani, che con il suo mescolare le informazioni non rende onore a quella storia che a lungo avevamo riconosciuto.
Ci siamo confrontati anche in altre occasioni con lui, ma leggendo il suo ultimo articolo su Il Domani, noi, che il processo lo abbiamo seguito in primo ed in secondo grado, non possiamo non notare la scorrettezza di certe affermazioni, alcune anche al limite della diffamazione.
In particolare laddove si afferma che la Procura di Palermo pensava che Mancino aveva avuto un ruolo nella trattativa (quando a processo era imputato di "falsa testimonianza" e non di attentato a corpo politico dello Stato); oppure quando, parlando della testimonianza dell'ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano si omette di ricordare che proprio lui affermò che le bombe del '92 e del '93 furono un "aut-aut" allo Stato, un “ricatto a scopo destabilizzante di tutto il sistema” quando già ci si aspettava un suo cedimento.
Ed è grave che si affermi che le registrazioni delle telefonate che ebbe con l'allora indagato Nicola Mancino "esistono ancora" e addirittura circolano.
Sempre Deaglio accusa i pm di Palermo di aver adombrato sospetti sul contenuto di quelle telefonate quando invece dissero in maniera chiara che "non vi era niente di penalmente rilevante". E nel farlo dimentica che fu proprio il Capo dello Stato ad alimentare sospetti ed ombre aprendo un conflitto di attribuzione con la Procura per la distruzione delle stesse telefonate. Cosa che fu decretata ed effettuata.
Forse Deaglio non ne è al corrente, così come non conosce l'intera sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Palermo. E allora dovrebbe leggere quelle pagine, così come la sentenza di primo grado, e le sentenze di altri processi come quelli delle stragi del 1993 e del 1992. Lì ci sono tutte quelle tracce e fatti che lui stesso nega.
Noi crediamo che, nella migliore delle ipotesi, il compagno Deaglio, comunista di vecchio corso, dall'alto della sua ignoranza (nel senso che ignora), sia solo arrogante, trascinato da quella tipica spocchia di chi pensa di sapere e conoscere tutto.
Nella peggiore dovremmo ritenere che lui, come altri teoretici della "boiata pazzesca" che giustificano la trattativa a fin di bene, sia in qualche maniera eterodiretto.
E allo stesso modo lo sarebbero quei quotidiani finanziati dai partiti che ottengono, a spese nostre, anche contributi dallo Stato. E' così che si dà vita a quel "giornalismo sporco” che agisce con l'inganno e la mistificazione, tradendo l'articolo 21 della Costituzione. E a morire sarà la verità.

Foto: it.depositphotos.com

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